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29 ottobre 2012

Adriano Angelini Sut recensisce Le monetine del Raphael su Il paradiso degli orchi.

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Franz Kraunspenhaar
Le monetine del Raphael
Gaffi editore, Pag. 217 Euro 17,00

Ascesa e declino di un socialista. In questo caso di un artista, un pittore che per assurgere alla notorietà e poter vivere del suo lavoro (nonostante un grande talento) ha dovuto arrendersi alla logica della tessera di partito. E’ una parabola straziante e spietata quella del pittore Fabio Bucchi, che Franz Kraunspenhaar in questo bel romanzo pubblicato da Gaffi, ci fa vivere attraverso una lingua essenziale, anche semplice ma mai banale, lucida e diretta. Bucchi, come dice lo stesso autore, è un omaggio alla figura del pittore Francis Bacon, ma è anche un personaggio attraverso il quale ripercorrere 40 anni della storia d’Italia (dagli anni’60 ai gironi nostri, la storia si chiude nel 2010).

Dentro ci sono i grandi eventi che hanno scandito le fasi delle storia contemporanea della penisola, che fanno da sfondo alle vicissitudini personali di Bucchi, fascista nato in una famiglia fascista e poi passata, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, all’altra sponda comunista, quella vincente di togliattiana memoria. Un Bucchi che, man mano che gli anni passano e l’Italia si trasforma sotto i colpi del’68, della strategia della tensione, dei golpe mancati, delle BR vere o fasulle o etero dirette, delle bombe alle stazioni o nelle piazze, subisce a sua volta una sorta di metamorfosi interiore che lo porterà dritto fra le braccia degli anni’80, delle speranze alimentate dal rampantismo socialista, della sua Milano da bere, delle star del cinema e della musica (straordinario il quadretto in cui descrive un Robert Palmer devastato dal vomito in giro per la Milano notturna del 1986), insomma in quel limbo dorato a cui dovevi accedere se volevi esistere. Un limbo che forse, rispetto al nulla odierno, aveva un pregio (e questo è un mio parere); non erano necessarie referenze familiste, nobiltà, marchi di fabbrica politica; la grande macchina socialista caricava chiunque avesse voglia di abbracciare il suo fervore. Potevi arrivare sulla vetta; potevano darti una spintarella e buttarti giù o adularti come un guru new age. Ma nulla, almeno sembrava, era precluso per ‘pregiudizio ideologico’. I favorucci (in realtà un disegno politico) con cui il buon Grande Capo Bettino (e affini) avevano deciso di far uscire dall’anonimato la classe media, e medio piccola (una cosa che i D’Alema/Violante/Napolitano a venire, appena fatta la loro controrivoluzione di pietresca, si sono subito premurati di abolire; non sia mai che qualche parvenu potesse sozzare le glorie dei cooptati dal potere) quei favorucci, si diceva, di fronte alle parentopoli di oggi, e ai lussi della Casta, paiono doni dei Magi in una recita di bimbi. Anche se poi i controrivoluzionari non avevano fatto i conti coi Nani parvenu che si autoproclameranno Imperatori.

Il romanzo è toccante in certi punti, è sesso e morte, bile e sangue, è emozionante quando Bucchi, finalmente un personaggio che ridà la sua dignità al nichilismo e all’esistenzialismo carnale e straziato à la Henry Miller, vomita le sue ire contro tutti e tutto, contro se stesso in primis. Un vecchio malato, coi ricordi snocciolati a una ragazza, Angela (nomen omen) che sembra accompagnarlo con mestizia dolcissima alla fine, ascoltandolo nelle sue caotiche memorie come un pazzo moderato a cui dire sempre di sì. Un pazzo che, giustamente, contrastato da questo odio-amore per il Grande Capo che l’ha reso tale, non può esimersi dal detestare di più (e giustamente) un popolo bue che, con l’episodio delle monetine del Rapahel (quando cioè a Craxi vennero lanciate monetine davanti all’Hotel Raphael di Roma, reo di essere ‘l’unico ladro’ in un Paese di santi) ha dimostrato, se ce ne fosse stato ancora bisogno, di soffrire della sindrome perenne di piazzale Loreto, nascosta come un soffio letale in un cuore vuoto di emozioni e sovraccarico di passioni malate.

di Adriano Angelini Sut

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