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28 maggio 2012

Andrea Caterini su Le monetine del Raphael

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:30

Ripropongo la badella che ho scritto per il bel romanzo di Franz Krauspenhaar, “Le monetine del Raphael”. Però, questo che trascrivo qui di seguito, è uno scritto più lungo della bandella che troverete nel libro. Ho aggiunto delle cose che meritavano, a mio parere, di essere dette e scritte e che neppure Franz ha mai letto. Dunque, eccolo: (Andrea Caterini.)

È la fine di aprile del 1993. All’ingresso dell’Hotel Raphaël, una folla inferocita aspetta che Bettino Craxi esca dalla sua residenza romana. Il sorriso beffardo del Capo denudato si spegne in una pioggia di spiccioli che gli vengono scagliati contro. Questa la prima immagine, che vuole essere metafora della natura di una nazione, de Le monetine del Raphaël. Quella massa pronta a lapidare Craxi in pubblica piazza, è la stessa che lo ha portato al potere. Franz Krauspenhaar racconta, in un affresco duro e lucido, gli anni della Milano da bere e quelli della prima Repubblica dal punto di vista di un pittore, Fabio Bucchi, che per vedere finalmente riconosciuto il suo talento si piega ai compromessi della politica.
La scrittura di Krauspenhaar – una coltre di rabbia che custodisce il desiderio di un’intimità fragile e nuda – ha la forza spasmodica di una resistenza, continuamente rilanciata nell’affanno di una subordinata, quasi tentando di non perdere il respiro, di non finire soffocata. Ma Bucchi, che narra in prima persona, se resiste, è per liberarsi dal nulla di cui è prigioniero. Come le figure ritratte da Francis Bacon – a cui Bucchi si ispira e a cui lo stesso Krauspenhaar ha dedicato un libro nel 2010 – che esplodono dentro spazi circoscritti, l’alter ego di Krauspenhaar sembra, anziché definire, liquefare la sua immagine man mano che racconta le proprie esperienze di libidine e inferno. E osservando in retrospettiva la sua e la vita dell’Italia, Bucchi si accorge, nonostante il successo raggiunto, che il nulla perseguito con ostinazione nella pittura non è mai stata un’azione edificante, quanto invece un’irredimibile implosione, un essersi lasciato agire da un niente che ha deformato la sua espressione. La sua reale opera d’arte – la prima, la migliore, forse l’unica – è la ragazza alla quale racconta la propria esistenza mettendola per la prima volta a nudo: il solo soggetto femminile che non desidera sessualmente, pur affidandole ogni sua contraddizione, tutto il suo bene e tutto il suo male, come la ragazza fosse la percezione di quel luogo dove, dantescamente, «l’ardor del desiderio» finisce perché la luce raggiunta libera l’uomo da ogni necessità, lo riappacifica con le creature e l’intero creato. Quel soggetto è una Madonna lombarda quattocentesca: l’immagine della grazia celata dietro un volto spigoloso e geometrico.
Ma l’opera di Bucchi si esprime nel continuo dipingere il proprio corpo decadente e sfinito pure nella virilità e nello slancio della giovinezza, come fosse l’autoritratto di una nazione. Allora il personaggio-Italia diventa la metafora di una contraddizione: fascista, craxiano, opportunista e al contempo il più accanito detrattore di tutto questo; vittima e insieme responsabile di una sorte di macerie. Krauspenhaar ha scritto un romanzo importante, scomodo, che rivela come le ipocrisie, l’illusione del successo, la voragine di un vuoto dipingano il tragico destino di noi tutti.

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