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16 maggio 2010

Giuliano Sarti, il portiere gentiluomo

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 20:24

sarti

Stamattina guardo su Rai Storia un servizio del Telegiornale dei ragazzi datato 1967. Giuliano Sarti, il portiere della Grande Inter di Herrera, è seduto su un pallone in tenuta di allenamento, ad Appiano Gentile, dove si allena la squadra. L’intervistatore, accovacciato davanti a lui, gli fa varie domande sul “mestiere di campione”. Il portiere parla con pacatezza, si esprime senza sbavature, con pulizia di linguaggio e di gesti. Chissà se, neanche settenne, avevo già visto quel filmato.
Sarti è un uomo giovane, ha trentaquattro anni, ma il suo modo di parlare, la sua serietà, un filo di orgoglio che gli esce dai movimenti del viso esprimono maturità. E’ un uomo d’esperienza perché allora, a quell’età, tutte le esperienze basilari erano state fatte. Si cresceva prima, e per un calciatore questo aveva un valore. Soprattutto per un portiere, e soprattutto per Sarti, l’ultima cerniera di una difesa eccezionale, composta da gente rodata alla fatica del contrasto come Picchi, Burgnich, Guarneri. Il portiere emiliano è verso la fine della carriera, insomma è nell’età in cui un giocatore è considerato “vecchio”. “E’ vecchio”, dicevamo noi ragazzini quando parlavamo di un giocatore che aveva 30 anni. E davvero vecchio, com’è naturale, ci appariva. Non oso mai pensare (lo faccio solo ora) a come devono vedermi i ragazzini che mi incrociano per la strada, o meglio a come mi avvertono. In ascensore gli adolescenti mi danno del lei da anni e anni e nel passato, più di una volta, ho chiesto sorridendo, e con una battuta spiritosa, di darmi del tu, lasciando i poveretti nell’imbarazzo. Ecco, Sarti, il “portiere gentiluomo”, come veniva chiamato, mi pare un quarantenne di vent’anni fa, e un mio coetaneo di oggi. Un uomo quadrato, responsabile e allo stesso tempo determinato. Parla di “determinazione ad essere primo di tutti”. Un concetto che per lui è indispensabile per arrivare in cima. E’ così, non può che essere così, il portiere della Grande Inter è la testimonianza vivente di questo. Più che ascoltare quello che dice, come se avessi abbassato mentalmente l’audio, mi concentro sul viso di questo giovane uomo di più di quarant’anni fa. Non ne sembrano passati così tanti. E anche questo è strano: il filmato è in bianco e nero, rigato nella pellicola, eppure c’è una nettezza, un’atmosfera senza tempo, come se ci si trovasse in una terra di nessuno e in un tempo indefinito. Forse è proprio l’ambientazione ristretta: un pezzo di porta, il giocatore in primo piano, l’erba, il pallone. L’erba che è sempre la stessa, che ha sempre lo stesso modo di fluttuare sotto al moto del vento. Immagino di rientrare, oggi, in quella giornata. La pellicola immortala, e dentro quel breve film sento che potrei entrare ora, muovendo una mano dall’alto verso il basso come a far rullare i colori su quella tela di mondo in bianco e nero. Io a qualche metro dall’intervistatore della Rai, Sarti davanti a lui, seduto sul pallone davanti alla porta. Il fresco dell’aria di Appiano. Il 1967. Mentre un altro me, che potrebbe essere mio figlio, è seduto ai banchi di una scuola elementare di Milano.

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