The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

9 settembre 2009

Essere sociale # 2

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:27

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Qui in ospedale vedo sfrecciare infermiere come al Motomondiale. Non sono particolarmente gentili. Dopo essermi svegliato dal coma ho pensato che forse sarebbe stato meglio riaddormentarsi, ma il problema era che non avevo dormito, ero solo stato tra la vita e la morte, e la vita, alla fine, aveva avuto la meglio.

Il giorno dopo, o forse sono state solo poche ore dopo (non riesco a ricordare la dinamica, i tempi) mia moglie, in tailleur grigio, è venuta a trovarmi con Carlos. “Come stai amore mio?”. Ho provato un brivido freddo e un dolore di buco nero infilato nel centro dello stomaco, come se mi avesse lasciato. Invece mi segnalava il suo amore. Si trattava di parole, niente di importante. O meglio: un minimo d’importanza l’avevano, dato che erano false. L’ho guardata e le ho sorriso come si fa con i gatti stupidi e arroganti dei vicini. Avrei voluto ucciderla affogandola nella tazza del cesso, invece.

Carlos mi fa le boccacce. E’ uno sporco negro, la verità è questa. E’ mio figlio come può essere mio figlio un sacchetto di patatine dell’Esselunga. Mia moglie mi ha tradito con un collaboratore domestico incontrato sempre all’Esselunga o con un barista di qualche paese esotico incontrato in vacanza mentre io giocavo a golf con due alti dirigenti che non mi servirono a nulla.

Ora che sono qui, appena sfuggito al KO, non posso più mentire a me stesso. Ho trovato Carlos sempre eccessivamente nero: non solo nella pelle, ma anche nel cuore. Ha un cuore di tenebra, notturno, sfuggente, insanabile.

Mia moglie fa partire un paio di lacrime di circostanza, mi saluta e se ne va prendendosi per mano il piccolo negro. Faccio un sospiro di liberazione. Sono due ore circa che penso al suicidio: non ho più una famiglia, perlomeno nella mia vera identità di uomo scampato alla morte, non ho più un lavoro. Della mia collega nessuna traccia: anche lei sposata, tra l’altro. Forse ha avuto paura di esporsi. Lei cade comunque in piedi: il marito un lavoro pare ce l’abbia, si tratterà di ridurre un poco i consumi. Ma io? E’ semplice, sono finito. Suicidarsi non sarebbe male, non sarebbe nemmeno ingiusto; provocherei del dolore sparso per un periodo abbastanza breve. Ma niente di grave, e nemmeno di irreparabile.

Guardo il primario. Non è giovane, anzi è in pieno declino, ma è ugualmente scattante, dentro il suo ruolo. Penso al teatro di cui facciamo tutti parte. Sento tirarmi con violenza da una calamita. E’ l’amore, ne sono sicuro; ma dall’altra parte, da dove la calamita mi attira, sono certo non ci sia niente e nessuno.

[Immagine: FK- Mouth.]

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