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7 agosto 2009

Arno Schmidt:il potere della letteratura contro la retorica verbale.

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:11

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Nel 1953 lo scrittore tedesco Arno Schmidt dà alle stampe Dalla vita di un fauno, che fa parte della trilogia “Nobodaddy’s Kinder” la quale abbraccia in una stretta narrativa il periodo che va dalla seconda guerra mondiale fino all’era postatomica di un immaginato conflitto mondiale. Schmidt (1914-1979) fu un autore di culto. Erede ribelle dell’espressionismo, lo superò diventando con il duro lavoro svolto nel suo isolatissimo laboratorio il capostipite dello sperimentalismo nella letteratura tedesca contemporanea. Considerato da molti illeggibile, Schmidt è uno scrittore che va semplicemente letto e riletto, consumato con pazienza e dedizione; fu un “battitore libero”, un anacoreta della letteratura, un prismatico “taglialemma”, nel senso di uno scrittore che spesso frantuma le parole che usa per crearne altre con un virtuosismo che si sposa – con esiti inauditi- assieme a una vena profonda di humour. Arno Schmidt è stato un personaggio complesso, che ha edificato una sua personale babele linguistica nella sua lingua madre; un uomo che costruì mattone su mattone la sua letteratura lungo decenni di lavoro solitario e senza compromessi.

Finalmente, dopo più di mezzo secolo, Dalla vita di un fauno appare in una versione italiana per la neonata casa editrice napoletana Lavieri (pagg. 144, euro 15.00) grazie alla preziosa e difficile opera di Domenico Pinto, giovane studioso di letteratura che ha lavorato alla traduzione del libro con un’abnegazione da copista medievale e ha scritto l’introduzione, curando anche un apparato di note al testo di significativa utilità. Dalla Vita di un fauno è una narrazione ellittica in snapshots, cioè istantanee di poche righe che dovrebbero (se fossero davvero adibite a questo scopo) ordinare il caos della vita; ma fatalmente, per una sorta di effetto paradosso causato dal modo di procedere di Schmidt, genera un caos ancora maggiore. È inutile tentare di archiviare tutta la realtà, e queste istantanee sono un’ ulteriore, viva testimonianza del caos in cui da sempre versiamo e in cui per sempre verseremo; in un certo senso Schmidt ha finto di voler racchiudere la realtà per meglio farla esplodere, e per avvinghiarsi all’unico realismo per lui possibile, quello di una ricomposizione della realtà cui tende la sua innovazione linguistica.

La storia, se così la si può chiamare, è quella di un certo Düring, impiegato nel circondario di Fallingbostel, paese della Lüneburger Heide, la regione- pianura situata in Bassa Sassonia nella quale Schmidt visse nel suo instancabile, coriaceo isolamento per la gran parte della sua vita. Ha l’incarico di creare un archivio storico per il suo circondario, e il suo lavoro d’archivio finalmente si armonizza con la sua vita extralavorativa: in questo modo, infatti, può finalmente sfogare la sua passione per la catalogazione. Molto più avanti ottiene un nuovo incarico ad Amburgo, e al ritorno trova una capanna che sarà l’alcova dei suoi incontri clandestini con la giovane Käthe, detta “la lupa”. La capanna è il rifugio di un disertore francese napoleonico che Düring aveva “pedinato” di ricerca in ricerca a seguito del suo incarico d’archiviazione storica; e Düring, a questo punto, non può fare a meno di sentirsi spirito affine a quel lontano disertore, a quel rivoltoso nella fuga.
Come spesso nei personaggi di Arno Schmidt, anche questo è un rivoltoso silente nei confronti del potere, un difensore delle cause perse che, grazie al suo agire pensante, al suo registrare la realtà, riesce a non soccombere alla forza potentissima del regime nazista con le parole, quelle del suo libro “registrato”. Se il regime ha creato l’ipnosi collettiva di tutto un popolo in buona parte con parole di slogan, l’individuo Düring risponde pensando e scrivendo, o scrivendo-pensando, in strenua opposizione, usando le medesime armi ma in modo diversissimo: si sprigiona così con originalità il potere oppositivo della letteratura che urla nel silenzio il proprio grido individuale, vitalissimo.
Il magma sottile di questo raccontare in un discontinuo presente è fatto da “istantanee” (in sostanza capitoletti) impilate una sopra l’altra, che recano al lettore quasi sempre un effetto straniante ma che suscita spesso, anche, una trattenuta ilarità. Questi snapshots che compongono il Fauno con una tecnica da fotoalbum tramite precise scelte tipografiche, (ecco in che cosa consiste la tecnica nuova dell’autore) sono insomma come strappate da una memoria in degrado; forse, in parte, la memoria dello stesso Schmidt, che parzialmente presta certe sue caratteristiche come l’ateismo, lo studio delle scienze esatte, il pessimismo sull’uomo, a questo Düring che scatta le sue istantanee verbali partendo dal 1939 e finendo col già tragico e pregiudicato destino del Reich tedesco ormai consolidatosi nel 1944.

Diviso in tre parti, il romanzo è anche una finta cronaca che fa a meno d’ogni descrizione compiutamente afferrabile per continuamente evadere nell’illusorio delirio concretato in un affascinante “nessun continuum” (così dice della sua vita il Düring all’inizio) d’invenzione verbale, in un funambolismo tagliente e allo stesso tempo dinoccolato. Quello dello Schmidt di questo libro è un espressionismo linguistico che riporta all’inizio degli anni ’20: la lingua del presente in cui si svolge l’”azione” (39-44) schiacciata dal regime nazista a colpi di propaganda, in certo senso chiama a gran voce chi legge a ritornare a quella, “degenerata”, dell’espressionismo ormai reso inutilizzato dal regime.
Il periodo dal 1939 al 44 in cui si sviluppa l’azione pensante di Düring fatta di pensieri rincorsi continuamente e brevi dialoghi, viene ridicolizzato da questa prosa pluviale come la pioggia che cade sull’Elba della Bassa Sassonia, scritta in un tedesco impoltigliato dal dialetto della regione. Questa parte significativa di commistione linguistica ardita ma sempre fluidificante serve anche all’autore, a mio avviso, per rendere ancora più feroce il suo distacco dalla memorialistica dello sfascio tanto in voga in quel dopoguerra nel quale il romanzo fu composto; forse perché ogni raccontare “corretto” e preciso di quello sfascio è divenuta una fatica inutile, un compito impossibile, forse anche una sofferenza della quale la letteratura può fare a meno; molto meglio perciò dettagliare ossessivamente nel discontinuo presente di una specie di nuova lingua.

Dalla vita di un fauno è ambientato in buona parte nel paesino di Bargfeld, dove l’autore visse in quasi totale isolamento; (ecco uno snapshot che rientra in questo discorso): “(Le regioni montuose non le amo: né il pastoso dialetto dei loro abitanti, né la terra dalla innumerevoli arcate, barocco tellurico. Il mio paesaggio deve essere pianeggiante, piatto, brughiero, per miglia e miglia, foresta, prato, nebbia, silenzioso)”. Lo Schmidt era isolato oltretutto in una delle regioni più provinciali, forse, dell’intera Germania; nel senso che questa provincialità profonda è visibile a occhio nudo proprio nella Lüneburger Heide, pianura circondata da Amburgo (nord), Brema (ovest) e Hannover (sud) e che costeggia la frontiera con l’Olanda, verso Celle, dove tra l’altro Gadda fu prigioniero nel 18 ricavandone penose impressioni. Qui fa spettacolo un teatro del mondo dal quale far srotolare una specie di matassa universale: il provincialismo universale di molta letteratura tedesca (pensiamo a Böll e a Grass) diventa l’interpretazione di una visione per l’appunto universale perché è solo dall’infinitamente piccolo che si può forse arrivare a comprendere – sempre che questo a noi importi – il mondo degli uomini. Ma questi uomini, che in questo romanzo non romanzo sono in fin dei conti delle sagome piuttosto rilevate ma pur sempre sagome, altro non sono che dei pretesti narrativi che servono all’autore per far rifunzionare dopo la disfatta del nazismo la lingua tedesca divenuta in tempi di regime, se proprio non morta, un congegno comunque quasi del tutto depotenziato; per reinnestarla a capo della sua baionetta, questa lingua, una volta che gli snaphots, sorta di dadi da brodo ristrettissimo per gli occhi e per la mente, sono stati disciolti nella lettura.
Metafore sonore (“oh-iss-sbuffo di ferrovia”), neologismi (“cucinitudine”, “presticogitatore”, “caffèrnao”) per fare solo pochi esempi; immissioni a dura forza nel popolare letterario; provocazioni varie; raffigurazioni da riviste per parrucchieri; molto e forse quasi tutto che sia a portata di mano e di penna nel catalogo delle paccottiglie verbali, frammiste a citazioni e rimandi alti, serve a Schmidt per quagliare il suo brodo letterario contaminato, per operare non solo uno sperimentalismo formale ma soprattutto linguistico.

Dalla vita di un fauno, assieme a tutte le opere di questo scrittore che in Germania viene considerato un gigante, è soprattutto il tentativo di dare una spinta evolutiva in senso personale alla lingua tedesca. Certamente, dunque, il discorso nasce e muore con Schmidt, ma i tentativi più difficili, se sono opere di questa altezza, divengono per forza di cose esperimenti riusciti; e se restano monadi lo sono comunque in maniera raggiante nello spazio interminabile della letteratura del Novecento.

Dalla vita di un fauno è un romanzo che in Italia davvero ci mancava, un tassello di grandi dimensioni facente parte del grande mosaico della letteratura cosiddetta sperimentale; e questa tardiva apparizione nel nostro paese viene a colmare un vuoto che, in una visione internazionale dell’arte dello scrivere, può divenire un buon passo avanti per una comprensione sempre più allargata, per uscire sempre più – questa volta con un salutare cammino a ritroso- dai nostri confini spesso angusti, dalle nostre piccole beghe, dalle polemiche letterarie settimanali – intense fiammate di tempistica paragonabile agli scandali dei vip da rotocalco- , dai “capolavori meteora”, fabbricati in catena di montaggio per le nostre collezioni letterarie autunno/inverno e primavera/estate.

[Pubblicato su “Stilos” – 23.05.2006 e successivamente su Nazione Indiana il 24.05.2006]

1 commento

  1. stronzii

    Commento by luisa — 23 maggio 2010 @ 11:56

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