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4 agosto 2009

American gigolò (un inchino a un film.)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:54

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Avendo visto per la decima volta, forse, American Gigolò di Paul Schrader, sceneggiatore benemerito di Taxi Driver di Scorsese e regista in proprio di alcuni capolavori hollywoodiani, mi preme dire alcune cose, alcuni pensieri che mi sono venuti a trovare, come sempre a tradimento, dopo la visione.

Quel film fa partire a razzo gli anni 80. A partire dalle camicie satinate Armani di Richard Gere svolazzanti tra circonflesse aree di servizio, quasi ci trovassimo in un quadro postumo di Hopper, di un Hopper sopravvissuto a se stesso, in una California da bere come la Milano che fu da bere migliaia di aperitivi fa… Abbiamo deglutito di tutto, nel frattempo. Insomma, American Gigolò è il bengala filmico che apre gli anni da bere, da mangiare, da fottere. E si sono fottuti, formidabili quegli anni, pace all’anima loro.

E’ una storia d’amore. Un amore terribilmente romantico, un protoPrettyWoman nel quale c’è il puttano scafato e la moglie del senatore che s’innamora di lui. Ma la moglie del senatore, una Lauren Hutton post-sfilata (per quanto anche Gere cammina, in quel film, come se si trovasse perennemente in bilico su di una passerella mobile) è l’epitome della purezza dell’amore impuro. Non c’è contraddizione, non c’è trucco, non c’è inganno. Lauren è disposta a pagare per amore. L’amore si paga sempre, e dunque questo bellissimo, commovente personaggio è disposto a pagare in dollari sonanti non tanto un rapporto sessuale con un giovane uomo bello e abbastanza dannato, quanto uno spicchio color arancio (d’abatjour) di romanticismo. Se c’è un romanticismo, questo non è alla Peynet (di cui abbiamo saggiato da gran tempo l’incostistenza dei suoi fidanzatini teneri e filiformi) ma, piuttosto, allo sturm und drang nell’acciaiosa battaglia dei sessi. Un sesso presuntamente forte che ogni volta capitola alla ormai non più presunta debolezza dell’altro sesso, il sesso veramente vincente: con Api si vola, con l’Ape Regina si capitola.

Julian Kay è un giovane puttano. Un californiano bello e possibile. Basta pagarlo. Può fare di tutto, anche seviziare le mogli dei maniaci ricchi. Ma ha un codice d’onore come ogni buon americano: nel suo caso, questo codice prescrive la libertà da ogni padrone. A un certo punto dice alla mezzana Anne, colei che lo ha scoperto, interpretata da un’affascinante Nina Van Pallandt: “Io non appartengo a nessuno. Io non voglio essere posseduto”. Qui sta la grandezza di Julian, la sua vera integrità.

La musica quasi robotica del compositore altoatesino Giorgio Moroder scandisce questo dramma della libertà. A furia di colpi pelvici, Julian/Gere cerca il suo posto al sole, la sua libertà condizionata nell’inferno del vivere quotidiano, in un henrymilleriano incubo ad aria condizionata. E’ protetto dalle sue clienti, donne ovviamente rispettabili. Quando però lo si accusa di un omicidio che non ha commesso, la cortina di protezione cade: Julian non è più protetto, è ora un fuscello fantasma alle prese con le intemperie dei voltafaccia, le protezioni si autodistruggono, è un uomo solo, solo un puttano, un oggetto di piacere. Non è vero che l’uomo muove la donna/dama-pedina come oggetto: gli anni 80, giunti dopo una presunta liberazione sessuale nel segno delle comuni promiscue, hanno segnato la Nuova Era. L’uomo viene raggiunto dalla donna anche nel peggio, o forse fa cadere l’accappatoio: sotto il vestito, tutto. L’oggetto carnale del piacere e il piacere, anche, di essere un oggetto. La discesa della dignità. L’accettazione, anche, della propria fragilità. L’uomo però non approfitta abbastanza dell’occasione che viene servita da quegli anni formidabili su di un vassoio d’argento: la possibilità di essere fragili, alla mercè.

Julian Kay è un uomo alla mercè delle sue clienti, un cagnolino da compagnia abbandonato sull’autostrada a nove corsie del desiderio appagato per un giorno. L’unica persona che non lo lascerà solo sarà lei, la moglie del senatore, l’icona di una donna nuova che però veste ancora i panni della femmina tradizionale. Come nella scena nella quale loro due fanno l’amore per la prima volta, nell’appartamento di lui.
E lei gli dice: “Voglio sapere tutto di te”. Nel contempo scrolla i bellissimi capelli biondi con un gesto intriso di sensualità.

Il film è scritto con grande abilità. Schrader è uno sceneggiatore abilissimo, conosce a menadito le regole del gioco: climax, anticlimax, ecc. Cose che si insegnano- non sempre con cognizione di causa- nei corsi di scrittura creativa. Ma dove sta la difficoltà? Sta nello scrivere queste “parti” come se non si inventasse ma si stenografasse, quasi, la versione dei fatti, l’unicum, là dove la fiction diventa possibile, dove la storia confluisce in milioni di storie. Mentre si scrive, insomma, bisognerebbe dimenticare che esiste climax e anticlimax, ecc. Quando si scrive bisognerebbe dimenticare di avere una tecnica. Se ce lo ricordiamo, significa che questa tecnica non l’abbiamo ancora assimilata, non è diventata parte di noi.

E’ stato detto che American Gigolò ha riferimenti alti. Dostojevski, per esempio. La discesa agli inferi, la purificazione nell’amore tramite la giusta espiazione. Una cosa è certa, la ricetta di Schrader è senza tempo: due amanti, una brutta, bruttissima storia di violenza e di morte, un’indagine, un’ingiustizia, i voltafaccia, il sacrificio, la catarsi del sentimento. E’ questo che il pubblico degli anni 80 -non ancora rincitrullito da tonnellate di megahertz in Dolby Surround e computergraphic- voleva, e questo Schrader ha servito, nel pacco dono di un’ambientazione di lusso (quella che i critici cinematografici chiamano “confezione”). L’abito, l’Armani non ancora inflazionato del film.

Siamo pieni fino al culmine di dilettantismo. Ne abbiamo piene le scatole di tutti questi velleitari gigioneggianti con la telecamera in mano, consumisti di se stessi, narcisisti senza nulla da dire. Spesso le telecamerine digitali non fanno altro che riprendere velleitariamente il baratro, per non dire ciò che non c’è, ovvero il nulla. Magari si potesse cinematografare il nulla, sarebbe già qualcosa. Lars von Trier & Compagni hanno dato indirettamente la stura a eserciti di imbecilli senz’arte né ovviamente parte per propinare ad amici, parenti e festival del cinema, da Milano a Casalpalocco, megatroni di cazzate pseudofilmiche, amatoriali conati di fiction orecchiata col cazzo, indagini al di sotto di ogni sospetto nel “ventre della metropoli”, nel ventre della balena – come Giona/Signorini Soddisfatti alla Ortega Y Gasset-, nel ventre molle del loro debole pensiero senz’azione. Il cinema, come la letteratura, è affare per gente con le palle, che siano uomini o donne o del terzo sesso non importa. Che siano brave persone o cattivi soggetti non importa. E lo scrittore/cineasta Paul Schrader ha le palle.

American Gigolò fonde alla perfezione, direi, il linguaggio del thriller con l’esistenzialismo, con il romanticismo. Mai svenevole, nemmeno per un nanosecondo, sempre con il “punch” pronto a colpire – gassmanianamente parlando – e sempre teso (carloverdonianamente parlando) al raggiungimento dell’obbiettivo: non solo avviluppare lo spettatore, ma coinvolgerlo quasi con perfidia, annodarlo alla testiera del letto, quasi fosse lui, lo spettatore, un oggetto di piacere. Un film, alla fine, che ti riconcilia con gli affari romantici, quelli che fanno rima con cuore: parola da disprezzare, di solito, data la profusione di volte nelle quali viene a torto pronunciata, fino a farne un oggetto d’ impura inutilità, un gadget per canzonette sfiatate, per amanti che non amano, per amori che non esistono.

Il contrappunto immagini/colonna sonora è una delle cose migliori del film. Moroder ha costruito una soundtrack minimale con pochi accordi, una non-canzone che sfila vibrante lungo tutto il film, una specie di ronzio tonale. Nei momenti più topici si ascolta “Call me” di Blondie, inno di una generazione di ventenni sopravvissuti, grazie alla loro età, a certe stronzate del Sessantotto, alle giaculatorie d’antan di quelli che oggi hanno superato la cinquantina e hanno le chiavi delle stanze del potere, i ricchipirla padroni del vapore che oggi ci inondano di merda fritta forse per compensare una giovinezza buttata nel cesso, tra mix-disappeal di Che Guevara orecchiato male, Mao sentito peggio, Marx sentito dire e operaismo da Liceo Per Ragazzini Di Buona Famiglia. Gente che già alla fine dei Settanta, abbondantemente rinfacciando se stessa, inondava con la loro puttanesca presenza oscenica le discoteche del mondo occidentale, sculettando orridamente alle canzonacce disco dei Village People o di Gloria Gaynor.

Inoltre, Schrader è grande nel montaggio e nelle soluzioni di ripresa. Spesso usa la soggettiva, quando è Julian a muoversi verso la sua bellissima amante. Il controcampo è immediato, si stacca su una soggettiva, questa volta dal punto di vista di lei. E’ l’incontro di due destini, reso con la fluidità di tocco e la leggerezza spontanea dei maestri del colore. Il primo amplesso tra i due viene raccontato in pochissimi minuti con una grazia che raramente s’è vista nelle sale, e che comunque è stata in seguito abbondantemente imitata. Primi piani di una gamba di lei che si flette, primo piano di una mano di lei che si contrae nello spasimo del piacere, primo piano di lui che muove il torace contro la bocca di lei. Semplicissimo. Efficacissimo. La classe non è acqua, no davvero.

Il finale è struggente, senza un solo grammo di melassa. Nel parlatorio della prigione, lei dice a lui di aver mandato tutto (marito senatore, denaro, rispettabilità, futuro) al diavolo per salvarlo dall’accusa. E lui le dice:
“Perchè l’hai fatto?”
“Non avevo scelta. Io ti amo.”
“Anch’io, Michelle. Quanto tempo ci ho messo a capirlo…”
E abbassa la testa sul vetro divisorio, come a toccare attraverso quel vetro la mano protesa di lei.
E’ possibile scrivere e girare un “happy ending” migliore di questo? Non lo so. E comunque non m’importa.

[Già pubblicato su Nazione Indiana il 3.6.2005.]

9 Comments

  1. me l’ero perso questo articolo, ai tempi.
    davvero bello, e poi condivido molto: Paul Schrader è davvero bravo. E questo è un film che non mi stanca.
    ciao Franz!

    Commento by Lorenzo — 4 agosto 2009 @ 11:49

  2. concordo su tutto. ciao franz.

    Commento by alessandro z. — 4 agosto 2009 @ 15:55

  3. bello, bello SignorFranz.
    Liz

    Commento by liz — 5 agosto 2009 @ 18:35

  4. è molto bello quando qualcuno ti fa entrare così in profondità in un film che hai amato molto, senza bene sapere il perchè, presentendo che non poteva essere la sola presenza di richard gere al massimo del suo splendore.

    Commento by melania — 15 agosto 2009 @ 19:37

  5. Io RG lo odio e quello è il miglior film che ho odiato, come ho odiato “i guerrieri della notte” che però era anche un film di merda.
    L’altro film che apre prodromicamente agli ’80; “la febbre del sabato sera” non l’ho odiato, perchè rispetto a ciò che è venuto era sincero, lo squallore vero, la disperazione pura.
    RG è un attore per signore di mezz’età che hanno lasciato a casa un po’ di femminismo, “un uomo che non prevaricherebbe mai una donna” così mi diceva un’amica di lui, (a parte quando cerca di cacciare la sua melliflua lingua tra le gengive di una semidea di Bholliwood rischiando di farla ammazzare dagli integralisti hindu).
    Per me è la faccia dell’ipocrita buonista senza umorismo, è un gigolò che si gestisce come uno yuppie, ho trovato la scena d’amore tra lui e LH dozzinale, una specie di estasi edenica da fotoromanzo per tutti, francamente malfatta; “Il sesso è una cosa sporca? solo se è fatto veramente bene” (Woody Allen).
    Probabilmente se al suo posto ci fosse stato un altro, chessò, Alec Baldwin, per dire uno qualunque di gran talento, la penserei diversamente, in effetti lo sviluppo narrativo è eccellente e la sceneggiatura efficace, anche se resta un po’ in superficie, almeno rispetto a come il male borghese della società californiana è stato raccontato in anni ben più difficili, ma quel frocetto di Armani amava lui.
    Secondo me Nina gioca un ruolo totemico e spedisce inconsciamente uno spettatore fine come te dritto dritto nelle braccia di Altman e di Elliot Gould nel lungo addio, quello si un capolavoro indimenticabile con un protagonista coi coglioni.

    Commento by mario pandiani — 17 agosto 2009 @ 22:25

  6. sì, gere non è il massimo, soprattutto adesso, o meglio da una quindicina d’anni. ricordo un film del mio odiato altman “Il dottor T e le donne”, nel quale gere fa il ginecologo texano di successo ed è amato dalle clienti perchè lui le capisce. un film dannoso alla salute, diciamo. detto questo caro mario puo’ darsi sia vero che nel film di cui stiamo parlando gere si sia mosso come un “gigolò yuppie”, ma quelli erano i tempi, credo. Il lungo addio è la cosa di altman che mi è piaciuta di più, ma gran parte del merito non è di chandler? come in America oggi, altro film di altman che mi è piaciuto, per me il suo migliore: non ci fossero stati i racconti di carver?

    questo per dire che schrader ha fatto tutto lui: ha scritto storia e sceneggiatura,ha diretto gli attori, insomma ha diretto il film.

    Commento by franz krauspenhaar — 24 agosto 2009 @ 13:40

  7. ps: devo mettermi d’accordo con me stesso: mi è piaciuto di più Il lungo addio, o America oggi? risposta, finalmente: America oggi.:-) ciao caro mario.

    Commento by franz krauspenhaar — 24 agosto 2009 @ 13:42

  8. “”E’ l’incontro di due destini, reso con la fluidità di tocco e la leggerezza spontanea dei maestri del colore. Il primo amplesso tra i due viene raccontato in pochissimi minuti con una grazia che raramente s’è vista nelle sale, e che comunque è stata in seguito abbondantemente imitata. Primi piani di una gamba di lei che si flette, primo piano di una mano di lei che si contrae nello spasimo del piacere, primo piano di lui che muove il torace contro la bocca di lei. Semplicissimo. Efficacissimo.””

    In una parola: “American Gigolò fonde alla perfezione,il linguaggio del thriller con l’esistenzialismo, con il romanticismo.”

    Film da vedere e rivedere che a me non stanca mai!Oltre a intravedere l’aspetto più inquietante di una spirale terribile nella quale lo spettatore si sente coinvolto con la stessa forza della passione sex (un’accusa di omicidio sarebbe la fine),finalmente il trionfo dell’amore più nobile col sacrificio,da parte di una donna,della propria vita sociale:come donna e moglie di un senatore,perderà tutto affermando di essere stata con lui la notte dell’omicidio!Ovviamente lui,con gesto quasi religioso chinando il capo,affermerà la sua volontà di non appartenere più solo a se stesso! Finale memorabile,a confronto oggi solo vaccate.

    Commento by JK81 — 16 maggio 2011 @ 02:43

  9. Caro Franz,
    ho rivisto due giorni fa il film su Rete 4 e sono andato subito su internet per trovare commenti: mi sono subito imbattuto nel tuo: Ti devo far i miei complimenti per l’analisi dimostrata e soprattutto le valutazioni.
    Il passo migliore è quello in cui affermi “Nei momenti più topici si ascolta “Call me” di Blondie, inno di una generazione di ventenni sopravvissuti, grazie alla loro età, a certe stronzate del Sessantotto, alle giaculatorie d’antan di quelli che oggi hanno superato la cinquantina e hanno le chiavi delle stanze del potere, i ricchipirla padroni del vapore che oggi ci inondano di merda fritta forse per compensare una giovinezza buttata nel cesso, tra mix-disappeal di Che Guevara orecchiato male, Mao sentito peggio, Marx sentito dire e operaismo da Liceo Per Ragazzini Di Buona Famiglia”. Io ho proprio cinquant’anni e se ripenso agli anni 70 è proprio vero che si è trattato di gioventù buttata al cesso: se torno con la mente mi sembra che noi giovani di allora volevamo essere più grandi dell’età nostra: che senso di vuoto, quante parole al vento!
    Ancora complimenti
    Nero

    Commento by nero — 22 luglio 2011 @ 19:55

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