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28 luglio 2009

Un diverso Mein Kampf se fosse stato un romanzo?

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:00

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Adolf Hitler fu un artista fallito prima di diventare Fuehrer e così demone principale del 900. Di un artista fallito ebbe le stigmate credenziali incise col rasoio di una frustrazione bohémienne. I suoi incubi di grandezza millenaria portarono forse all’assassinio su larga scala come, per citare dal titolo del famoso saggio di Thomas De Quincey, “una delle belle arti”. Perché se l’arte si esprime da sempre e in buona parte attraversando ogni tipo di orrore, si puo’ pure affermare – certamente azzardando- che il dittatore nazista fu un artista dell’orrore, vero e rappresentato, della peggior specie, superando qualsiasi genere di immaginazione.

E se Adolf Hitler poté forse esprimere la sua vocazione artistica nello sterminio di massa, facendo in certo senso della body art dell’orrore su scala industriale, è senz’altro vero che la sua figura – come ogni figura realmente esistita che diventa sotto forma d’arte allegoria di potenza e di male spesso assoluto, uscendo dalla storia e ammarando appunto nella letteratura- s’è appunto prestata come forse nessun altra a reinterpretarsi nelle più svariate maniere artistiche, con un occhio privilegiato puntato dritto verso la letteratura.

All’inizio degli anni Novanta esce in tutto il mondo un romanzo che diventerà in breve tempo un bestseller, anch’esso in seguito ridotto su pellicola: Fatherland, di Thomas Harris, il quale fino ad allora è stato un giovane storico inglese interessato in particolar modo alle vicende del nazismo e del suo ideatore. In questo non straordinario ma efficace thriller fantapolitico viene immaginato un mondo nel quale i tedeschi hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale, la Germania non è mai stata divisa e l’U.R.S.S. non esiste; Mosca è stata rasa addirittura al suolo ed è diventata un lago artificiale. Harris riesce ad immaginare, mettendo insieme ricerca storica e invenzione pura, una storia di classico impianto thriller ambientata nel 1964 in una inquietante Germania vincitrice del conflitto. Il dittatore è ancora vivo, sta per festeggiare il suo genetliaco, ma il supposto Reich millenario dopo meno di vent’anni dalla fine della guerra è invaso da sempre maggiore corruzione, violenza indiscriminata, malcontento generale; mentre i criminali nonché folli ideali del nazionalsocialismo si annacquano sempre più rendendo il regime sempre più ingovernabile. Certo, lo scrittore, probabilmente in piena foga pubblicitaria da lancio sul mercato, nel 1992 fa l’azzardo di dichiarare al New York Times: “ Stiamo vedendo Berlino riemergere come capitale e avviarsi a diventare il centro dell’Europa. Abbiamo visto il crollo dell’Europa orientale e i paesi slavi ridotti in uno stato di miseria, come era nelle intenzioni di Hitler. Esiste un vuoto di potere in Europa, e i tedeschi si troveranno costretti a riempirlo, che lo desiderino o no”. Alla luce di ciò che è accaduto negli ultimi dieci anni, questa dichiarazione di Harris si svela come interessata nonché falsa premonizione, dato che da lì a poco nella ex Jugoslavia si fecero rivedere cannoni europei dopo mezzo secolo e, al momento attuale, il conservatorismo neocon di George Bush puo’ benissimo fare a meno di una Germania fortunatamente democratica e ancora alle prese con i propri problemi di riunificazione, potendo così continuare nella propria politica imperialista e dimenticando questo gigante europeo divenuto per forza di cose “buono” e dai piedi, se non d’argilla, quantomeno di plastica Bayer hergestellt.

Nel romanzo di Harris il dittatore viene visto soltanto sullo sfondo, come lo si puo’ vedere nella realtà storica dei cinegiornali d’epoca della UFA; soltanto invecchiato, stanco anche se vincitore, reggitore di un impero che, dopo soli vent’anni dalla fine del conflitto, mostra profonde ed evidenti crepe interne ed esterne. Infatti, se l’U.R.S.S. non esiste più, c’è però – dall’altra parte della barricata, nel blocco contrapposto – l’America del presidente Joseph Kennedy- il padre faccendiere di John e Robert- con il quale bisogna assolutamente scendere a patti.

Se l’Hitler di Thomas Harris rimane sullo sfondo come in un cinegiornale ormai in technicolor anni sessanta, ed è quindi più evocato che ritratto, quello de Il signore della svastica di Norman Spinrad è invece fotografato in un netto primo piano, addirittura nel pieno di una sua elaborazione letteraria. Infatti questo notevole romanzo di fantascienza pubblicato nel 1972 ci raffigura un Hitler totalmente alternativo, a partire dal nome; forse proprio per quel che ho accennato nelle prime righe, per il fatto cioè che il dittatore fu in gioventù un artista fallito, Spinrad lo immagina come un giovane illustratore immigrato negli Stati Uniti, interessato alla letteratura e divenuto egli stesso scrittore di fantascienza. Nell’assoluta finzione de Il signore della svastica il nazismo non è mai esistito; Spinrad inventa questo Hitler scrittore che vince il premio Hugo per la fantascienza proprio con un romanzo dall’omonimo titolo, (in originale The Iron Dream) mentre l’autore Spinrad, il burattinaio di tutta l’operazione, si limita a scriverne ( nella finzione, ovviamente, e sotto falso nome) l’introduzione. Lo scrittore americano reinventa un Mein Kampf parodiato facendolo scrivere proprio a questo molto ipotetico Hitler – che nella finzione letteraria si chiama Feric Jaggar – con uno stile che volutamente punta ad evidenziare il possibile fallimento del dittatore anche come possibile artista della scrittura; non vi è dunque solo, in quest’opera, del puro e semplice intrattenimento, ma anche fantasiosa analisi e critica impietosa e feroce di ciò che sarebbe potuto essere il Mein Kampf se fosse stato concepito come un romanzo, scritto dal proprio autore in America e da immigrato in cerca di una fortuna artistica che nella Vienna della sua giovinezza non trovò: un gioco letterario davvero sottile e in certa misura perverso.

Nel 1965 Philip K. Dick aveva dato alle stampe La svastica sul sole, un libro che probabilmente segnò l’inizio della fantapolitica in letteratura. Anche qui come in Fatherland, si parte dal presupposto che Hitler abbia vinto il conflitto mondiale, conquistato il mondo (compresi gli Stati Uniti) e, ormai vecchio, malato di sifilide e perciò prossimo alla morte, stia assistendo alle evoluzioni di un mondo ipertecnologico configurato in piena era spaziale; l’elemento fantascientifico straborda enormemente, poiché in questo famoso libro dickiano la tecnologia si è talmente evoluta – contrariamente alla realtà degli anni sessanta nei quali il libro fu scritto- che si è potuti arrivare nientedimeno che alla colonizzazione “uncinata” di Marte e al tentativo – a cui fa riferimento il titolo – di un’ esplorazione del Sole. Nel mezzo di tutto questo folle scenario, Dick inventa di seguito una realtà alternativa e in controtendenza interna, immaginando una schiera di ideologi non allineati alle direttive del Fuehrer che in certo modo creano, postulandolo, un universo alternativo aderente alla effettiva realtà extrafiction, nel quale infatti la Germania ha perso il conflitto e le leggi profondamente repressive promulgate dal regime non sono mai entrate in vigore. Dunque Dick inventa una realtà futuribile alternativa, e, nella mente di alcuni personaggi, una seconda realtà – ovviamente alternativa alla prima- che in definitiva aderisce, anche se in modo parziale, alla realtà effettiva che si è verificata nella nostra storia; ma forse – altro elemento parallelo e definitivamente straniante- dietro tutto questo vi sono a muovere i fili intelligenze extramondane, per cui il clima del libro è di grande paranoia e stravolgimento dei piani, uno dei tratti distintivi dell’autore dell’ancor più fortunato Blade Runner.

L’ultimo e a mio avviso più significativo esempio letterario che mi piace portare in questa carrellata esemplificativa è quello di Siegfried dell’olandese Harry Mulisch; il libro in questione, uscito nel nostro paese circa due anni fa, è uno splendido romanzo nel quale Hitler è evocato nel racconto dall’alter ego di Mulisch, il famoso scrittore olandese Rudolf Herter di origini viennesi proprio come lo stesso Mulisch (figlio di un austriaco simpatizzante nazista e di una tedesca di ascendenze ebraiche); nel racconto, Herter, venendo a contatto nella capitale austriaca con una specie di richiamo delle radici che si fa sentire ogniqualvolta lo scrittore torna nella città natale del padre, ha l’idea folgorante di un libro che possa in qualche modo svelare la vera natura di Hitler, avvolta in un enigma che tale secondo lui è restato nonostante le miriadi di studi fatti sulla sua figura da tutte le angolazioni dello scibile; quindi lo scrittore fantastica la possibilità di arrivare alla comprensione di un tale enigma umano tramite l’indagine portata avanti dalla propria scrittura letteraria perché “forse”, egli sosterrà a un tratto,”la narrativa è la rete in cui puo’ essere catturato”.

In un’intervista televisiva Herter si lascia sfuggire l’idea del libro; centinaia di migliaia di austriaci ne vengono dunque a conoscenza dagli schermi, tra i quali i coniugi Falk, ormai quasi novantenni. I due contatteranno perciò lo scrittore olandese per raccontargli una storia orribile e fino ad allora rimasta segreta: camerieri personali di Hitler nella villa Berghof di Berchtesgaden, hanno vissuto per anni a stretto contatto col dittatore, Eva Braun e la cerchia degli accoliti di regime. Ed ecco il colpo di scena: la Braun viene messa incinta da Hitler, nascerà un bimbo – il Siegfried del titolo – del quale verrà nascosta la paternità: il dittatore vuole essere il fidanzato ideale di tutte le donne tedesche – vere e proprie groupie antelitteram- e, proprio come una rockstar, non puo’ dar loro la “tragica” notizia d’averle tradite a tal punto da aver generato un figlio non loro. Anni dopo, nel 44, quando il bambino ha circa sei anni, Hitler ordina a Falk – genitore di fatto adottivo- di sopprimerlo senza spiegazioni. Si verrà a sapere più avanti, tramite il diario di Eva Braun che Mulisch ha debitamente “manipolato “ nella finzione letteraria, che la soppressione del piccolo è avvenuta a causa di un tragico equivoco. Il compito che lo scrittore Herter si è dato è ora quello di capire la verità di un uomo che egli interpreta come Nulla incarnato anche attraverso la forza delle associazioni culturali: dal Nietzsche dell’Anticristo e della morte di Dio a Hitler il passo nella sua mente è quasi diretto, le associazioni e le correlazioni si sviluppano senza sosta nella sua ossessiva furia creatrice, ma il suo tentativo di capire questa figura che lui appunto immagina come “incarnazione del Nulla annullante, la singolarità ambulante, che poteva diventare visibile per forza soltanto sotto forma di maschera (…) una corazza ambulante, senza dentro nessuno”, attraverso lo svolgimento di un ipotesi di romanzo, insomma attraverso la letteratura, sarà destinato non solo a fallire, ma addirittura gli costerà la vita. Persino l’immaginazione, sembra volerci dire Mulisch, non puo’ farcela contro una realtà molto spesso inafferrabile perché assolutamente irrazionale.

[Pubblicato su Stilos 3.1.2006. e successivamente su Nazione Indiana il 29.1.2006. Nella foto lo scrittore olandese Harry Mulisch.]

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