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15 luglio 2009

Montagne russe tra musica ed orrori cinematografici

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:22

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Ascolto per l’ennesima volta, di Erik Satie, le tre Gymnopédies del 1888, delle quali la prima viene appiccicata spesso a facile corredo d’immagini televisive documentarie, come si fa – quando si parla di guerra, olocausti e stragi – con l’Adagio for strings di Samuel Barber.

Ascolto l’ipnotica danza pianistica di Satie Erik (e non Eric) -parce-que his mother came from Scotland -, Satie il dadaista; e sento, molto in lontananza, l’arrivo del treno dei Lumière, sono convinto che questi tre pezzi anticipino il cinema, siano già il cinema senza immagini, colonna sonora senza film. Non assisto a danze greche nel mio buio in sala mentale; vedo lo stesso Satie, piccolo, tozzo, dal sorriso beffardo, la barbetta e il pince-nez, che saltella come un personaggio lunare di Meliès tra il grigio e il nero, passando come un folletto tra le travi della Tour Eiffel mentre questa è ancora in costruzione… E’ un cortometraggio, dura giusto il tempo che durano le tre composizioni del genio, il precursore della ambient music, il precursore del cinema.

La vita è fatta di varie assurdità che soltanto dopo, a cose fatte, e se ci mettiamo d’impegno, riconosciamo collegate tra loro da un senso. Tre assurdità una in fila all’altra fanno una buona ragione, a volte.
Come un automa, finite le mie faccende, accendo il video, infilo nel lettore un dvd. Non so perché, mi è venuta voglia di rivedere L’occhio che uccide di Michael Powell. Rifletto: forse perchè è il miglior horror che sia mai stato prodotto, forse perchè è un horror sulla visione, dunque sul cinema, sullo sguardo, sulla paura che si guarda allo specchio della morte.
Powell era un maestro del colore e un artista ambiziosissimo. Fin dagli anni 40, quando produceva e dirigeva film immaginifici assieme a Emeric Pressburger, come Narciso nero e Scarpette rosse – il più bel film sul ballo che io abbia mai visto. Ho ammirato quello stesso ustionante technicolor soltanto in certi mélo di Douglas Sirk, come Magnifica ossessione, del 1953. L’occhio che uccide narra la terribile storia di Mark Lewis, un giovane cineoperatore inglese affetto da scopofilia. Uccide due donne (una prostituta e una controfigura degli studi londinesi nei quali lavora che ben conosce) filmandole; carrellata in avanti della macchina da presa, alla quale è fissata una specie di spada simile alla gamba di un treppiede, e uno specchio. Lewis avanza con la mdp fino a riprendere un primissimo piano della vittima, che muore trafitta e contemporaneamente assiste, allo specchio, alla propria terribile uscita di scena.
Mark Lewis, timido, impacciato, educatissimo, è diventato un mostro perché da piccolo suo padre, un eminente studioso, lo filmava giorno e notte registrandone le reazioni alla paura. Usava il figlio come cavia per studiare la paura, come fosse stato un topo da laboratorio. Nel suo studio, Mark conserva tutte le pellicole girate dal suo maestro d’orrore, suo padre, e spesso le rivede come un drogato rivede la sua dose di eroina scorrere entrando con impellenza nella vena. Ora ha deciso di superare il padre, di filmare la paura e anche la morte. Una vicina di casa si innamora di lui, Mark ricambia. Il ragazzo, interpretato da Carl Boehm – figlio del grande direttore d’orchestra austriaco Karl, è molto timido, probabilmente vergine (questo Powell ce lo fa sospettare: il giovane resiste senza battere ciglio alle avances della bellissima Milly – Pamela Green – la modella che egli fotografa per arrotondare i suoi non certo lauti guadagni).
Ecco, anche la ragazza che Mark ama, Helen, (Anna Massey)guarda quei terribili film del padre dell’amato. Senza volerlo con la ragione, il giovane cerca qualcuno che strozzi delicatamente la sua immensa solitudine condividendo la visione dell’origine del suo diabolico male. E quegli interminabili film paterni sono accompagnati da una ossessiva musica per piano solo; sono film sonori (le urla di terrore del bambino, sottoposto a ogni genere di cattiverie, si sprecano) ma la colonna sonora – di Brian Easdale – è quella dei film muti, al cinema delle origini s’ispira, senza riserve. Powell rappresenta una storia di paura ma, anche, riassume in alcune sequenze la storia del cinema dei suoi inizi, e spiega a modo suo, forse senza volerlo, cosa è il cinema e il suo mondo immaginario che spesso s’incolla saldamente con quello dei nostri incubi più incisivi. Quella musica… ecco, Satie, di nuovo. Sono tornato a quest’ opera cinematografica splendida e terribile per colpa sua, ora ne sono certo. La malinconia delle Gymnopediés si è trasformata nella danza macabra composta da Easdale; è come se una serie di composizioni si siano travasate, sfumando, in un’altra serie, di più grande drammaticità. Da tre famose partiture di musica cosidetta classica a una colonna sonora, musica d’uso, musica funzionale a un racconto per immagini. .
Mark Lewis morirà. Guardandosi morire, in un autoritratto filmato. Cio’ che un pittore dipinge è sempre il suo autoritratto, scrissi ormai parecchi anni fa in un libro.
È una serata impegnativa, le correlazioni ingorgano la mia mente. Potrei rivedere il remake di Peeping Tom (titolo originale del film – Tom il guardone) vale a dire Doppia personalità di Brian De Palma. Ma no, perché scendere così a picco nel livello estetico rivendendo uno dei peggiori film del grande regista americano, unico erede di Hitchcock? Powell pronunciò una volta una frase del tipo: “Non sono un regista con uno stile definito; io sono il cinema”.
Si, era vero. Era il cinema. Il miglior regista inglese di ogni tempo, un autore poliedrico, capace di girare film di guerra, d’avventura, horror, di spionaggio, sul ballo con raro virtuosismo. Finì la carriera ingloriosamente, girando due filmetti insignificanti all’estero (il primo di questi con Walter Chiari) verso la fine degli anni sessanta: L’occhio che uccide gli aveva reciso di netto la carriera, era stato uno scandalo: i critici inglesi lo avevano stroncato senza pietà; parlarono addirittura, alcuni di loro, di pornografia. Così si espresse sul film il regista inglese di horror Terence Fisher: “Peeping Tom? Orribile! Da un punto di vista morale, è ovvio. E’ un film realizzato estremamente bene, ma è un po’ duro da sostenere… Vorrei dire che questo tipo di film sono potenzialmente pericolosi”.

Certo, è un film molto forte anche oggi che sono passati 46 anni. Alcuni critici contemporanei affermano che Peeping Tom è troppo didascalico, che Powell volle spiegare tutto come in un trattato di psicologia per immagini. Idiozia terribile: Powell doveva spiegare tutto, doveva portare lo spettatore a spasso dentro l’anima nerissima di Mark Lewis, dentro il suo terribile segreto, dentro la macchina (da presa) infernale della sua visione che diventava ossessione di morte. Come si sa, i pedofili hanno quasi sempre subìto, da bambini, il trattamento che essi a loro volta riservano a qualche povero malcapitato rappresentante delle nuovissime generazioni. E così, Mark Lewis, “cinematografato” dal padre nel quotidiano terrore di anni, rilancia il terrore subìto allo stesso modo: la morte delle vittime deve essere ripresa, confermata dall’immortale pellicola.

Il film fu scritto da Leo Marks, drammaturgo e scrittore inglese di origine ebraica, e gran parte del merito è ovviamente suo, perchè il cinema è prima di tutto – vale a dire alla fonte – letteratura funzionale.
Le melodie secche di Brian Easdale rimbombano nella mia testa. La musica, la musica: Satie, Easdale, e Mark Lewis/Carl Boehm lo scopofilo, suo padre Karl Boehm che dirige i Wiener, musiche di Richard Strauss… Riavvolgo la pellicola mentale, torno su Carl Boehm, lo inquadro. Quasi senza rendermene conto, pesco dal mio archivio il dvd di Martha, di Rainer Werner Fassbinder. Un bellissimo film girato dal grande bavarese per la televisione, la Westdeutscher Rundfunk. 13 anni dopo Peeping Tom. 1973. Martha. Una altera e raffinata Margit Carstensen, attrice di Kiel, fassbinderiana come nessun altra. Ha appena perso il padre, conosce Helmut Salomon, Karlheinz Boehm, (non è più Carl, ora, recita in Germania); sono passati 13 anni dalla morte per suicidio avvenuto sotto lo specchio della cinepresa di Mark Lewis, ora Boehm-Helmut Salomon è un affascinante quarantenne che sposa la trentenne Martha: il loro è stato un vero e proprio coup de foudre. Il film è girato come in un’ opera teatrale con uso di esterni.

Fassbinder è stato secondo me il più grande regista di melodrammi cinematografici della seconda metà del novecento; ha appreso bene la lezione del grande compatriota emigrato in America Douglas Sirk (vero nome Detlef Sierck), suo grande amico. Questa lezione hollywoodiana l’ha approfondita, l’ha fatta diventare drammaturgia distillata, grande teatro per lo schermo.

Lentamente, Helmut diventa sempre più autoritario nei confronti della moglie, e soffocante, freddo, ipercritico, dispotico. Il film è lento (quanta giustizia nelle lentezza del cinema quando la rappresentazione questo richiede! Perché narrare il dramma di una donna vittima di un marito carnefice con la velocità di un telefilm, o di un thriller?) Martha trova un amico, si confida con lui, con lui tenta la fuga: ma l’auto bianca perde il controllo, esce di strada, il giovane muore, Martha finisce in sedia a rotelle, il terribile “gioco” riprende.Gioco, Spiel. Kammerspiel. Il bel volto biondo di Boehm ha acquistato con gli anni una durezza che ai tempi di Peeping Tom non aveva, Mark Lewis era un mostro timido e gentile, dai morbidi lineamenti nordici, Helmut Salomon è un uomo d’affari tedesco cinico e sadico, sicuro di sé. La macchina da presa del giovane regista bavarese inghiotte nel suo sguardo impietoso questa coppia senza esaltare nessun dettaglio, le inquadrature sono quasi tutte fisse. La cinepresa è abbastanza ravvicinata ai personaggi, ma non esalta nessun movimento, segue semplicemente gli avvenimenti di un rapporto ossessivo, di un rapporto di forze. “La gente non sa amare”, disse Fassbinder; che con questo film magnifico e angosciante ha voluto negare ogni traccia di purezza e giustizia nel vincolo matrimoniale, che egli dunque vede con un pessimismo sicuramente eccessivo. Martha è una vittima predestinata, una donna borghese legata a schemi tradizionali; trova l’amore solo quando perde il padre; per sfuggire a quest’amore che la opprime cerca l’appoggio di un altro uomo; quando questi muore nell’incidente stradale è paralizzata in tutti i sensi, ormai non puo’ più sottrarsi al suo aguzzino, a Helmut, il sadico marito rispettabile, borghese, freddo, cortese, implacabile, possessivo, padrone della sua esistenza. La colonna sonora scandisce e sottolinea questo melodramma inesorabile tratto da un racconto del giallista americano Cornell Woolrich, For the rest of her life: Max Bruch, dal concerto per violino nr.1, Orlando di Lasso, Donizetti.
Ecco, sono all’ultima inquadratura, all’ospedale, la condanna definitiva per Martha è stata pronunciata, la sottomissione al marito è ora totale e definitiva, un ascensore apre le porte, la musica si espande, scorrono i titoli di coda, è il cinema, è l’occhio che uccide, che immortala, che ama.
Vado a dormire sonni tranquilli.

[Nella foto: Carl Boehm in “L’occhio che uccide”. Già pubblicato su “Nazione Indiana” il 15.12.2006.]

3 Comments

  1. Ottima, la lezione di cinema! :-)

    Commento by gena — 21 luglio 2009 @ 22:55

  2. grazie! (ma non è una vera lezione, è un percorso personale, il racconto dei miei viaggi nell’arte.)

    Commento by Franz Krauspenhaar — 22 luglio 2009 @ 00:32

  3. grazie Franz, leggo questo bell’articolo solo oggi (credo tu mi hai taggato su fb mentre ero via). Andrò a ripescare questi film e anche Fassbinder che ho molto amato. (Tra l’altro, Martha non l’ho mai visto).

    PS: A proposito di percorsi personali, forse è banale dirlo, ma è davvero incredibile quanto certi film o certe musiche o certi libri o fotografie – ma questo vale anche per altre opere d’arte, e non solo direi – possano essere interiorizzati e metabolizzati fino al punto di essere parte della nostra psicologia e entrare non solo nel nostro patrimonio di esperienze, come se certe cose le avessimo vissute davvero, ma anche nel nostro modo di essere e di pensare il mondo, forse perché si confondono o sollecitano esperienze reali e magari rimosse. Ripenso a un mio lucidissimo e “sostanzioso” incubo (che ho anche trascritto perché mi turbò molto) e mi chiedo se, cancellati dalla memoria, ci siano in realtà delle suggestioni per così dire letterarie o cinematografiche, di cui io stessa sono inconsapevole. Un dubbio ce l’ho…

    Commento by flamen — 27 luglio 2009 @ 18:21

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