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14 giugno 2009

Pelle di confine

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 09:01

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Dal di fuori la sembianza è quella italiana, di quella terra solcata dai mari, di quella terra solcata a strati d’altre terre. Terra di Siena la faccia, quando al brillare durevole del sole il bronzo si alliscia sulla pelle, e prima s’arrossa. Nel grigiore a metropoli, Milano da bere e vomitare, aperitivi sbagliati, come negroni a qualità registrata, la mia faccia è su quella tinta-non tinta, colore non colore, come pennacchi di fumo, come nebbia d’argento. Il colore dei capelli è la neve dura d’inverno della mia città, in medio, la Mediolanum, in medio tra il nord e il sud dell’Europa. Gli occhi sono azzurri, ma potrebbero tagliarsi da angioini, da normanni lontanissimi per parte meridionale di madre. Fuori il mio corpo è Italia, il mio corpo è d’unghie di combattimento medievale, di Guelfi e Ghibellini schermati tra le lance, e le stoppie d’un sangue dei comuni sgorgato bollente come l’olio, giù, dalle torri di guardia.

Fuori il mio corpo è Italia, strati e strati di pelle a geografia di secoli, di dominazioni barbare una sull’altra, come ere di popoli. Il sangue si frammischia e poi impoltiglia sgomitando nelle vene, popoli che si sono picchiati col bastone della fame e della sete urlano flebili matasse di suono. Fuori il rosso di questo sangue si rapprende, e si scurisce in un minimo mare color morto. I peli del petto sono il bosco e i rami d’intoppo, greggi di pecore, mandrie di bufali calpestano, deviano. Là dentro solo piccoli animali s’imboscano, lucertole, arazzi di gatti spellati, lontre a metà immersione nella cavità orale, scoiattoli scodati in buche di pori aperti dalla doccia.

Pelle morta d’Italia squama a piovere, cartografia del corpo millimetrata sul letto, globo che mi gira attorno, sentendomi io un punto solo di terra nell’immenso respiro sovrano.
Dal di fuori la sembianza è quella italiana, il naso importante, per serate di gala, la mano piccola che noiosamente scarta la sigaretta dal pacchetto, l’altezza non retribuita, non alta, tutta una medietà che nel nord più non si trova, e che qui sta sul crinale tra alto e basso, a seconda dei parametri personali, del proprio sentire corpo e corpi. La camminata lenta peristaltica, a pendolo montanaro. E già qualcosa dei camminatori del nord lo puoi trovare, all’osservazione attenta, interessata. O cowboy delle montagne del nord, come di chi ha sbattuto le reni su cavalli e piedi a solco su chilometri d’ettari, tra foglie e frasche nude e nevi spaventate, in inverni infiniti di cieli solo bianchi o neri, a seconda del giro della giornata. Colori primari in coccio duro, agli occhi sgrumati dalla luce intensa.

Tra questi inserti continui di Pianura Padana io trovo confine dal fuori e il dentro di me, come se mi dovessi spezzare in continenti d’estremo. Ma non è così. Mi conduco all’indentro, compio questo viaggio tra il confine del dentro e il fuori. Ed è continuo e da sempre, questo superare la pelle, la frontiera. Alle ferite dei miei avi giungo di nuovo nelle vene-fiume, l’Elba mi porta fino al cuore sepolto del tempo, nei millequattrocento anni dopo la morte del Cristo. Quando gli avi degli avi, dalle terre avarissime d’Olanda ferite a morte dal Nordzee, percossero la terra sull’Elba della Bassa Sassonia, per allontanarsi, come in una disperata fuga senza fine. In barche piccole remarono lungo l’arteria verde, colore di lucertole zigrinate e cieche, nel fogliame sparuto della pianura sempre più orizzontale. Per mesi corsero a passo d’uomo, fino a incontrare terre remote di montagne, le Erzgebirge. Tra la Sassonia e la Boemia. Lì si stanziarono, dominati da fatica e freddo, da lucidi rintroni di speranza bluastra. Da gente di mare a gente di montagna, come liguri entrosterrati a cavare rumenta e a buttarla in mare, che diventasse solida piattaforma per il distacco dei viaggi. I piedi piatti e l’altezza bassa di gente pietrosa, intaccata dalle temperie, al movimento breve abituata. Nostalgia del ritorno per un poco, poi lavoro senza tregua qualsiasi. Capanne costruite spellandosi e ferendosi le mani a sanguinosi assalti, bunker di sopravvivenza che s’ergono piani, verso sole a centimetri, su riscosse di faticato tempo, costruiti sempre a ridosso d’una eventuale fuga, d’emergenza.

Dal di fuori la sembianza sembra tedesca d’un lontano tempo, soprattutto alla veduta degli occhi, che si restringono col sole anche lieve, per naturale riparo fotofobico. Nelle tante generazioni prima di me, le genti costruiscono e sfamano altre genti, sono uccelli migratori divenuti stanziali, sono scorpioni operai, che portano rane in salvo lungo il fiume dell’opera. Più avanti trovano il conforto di pietre più morbide, al costruire si impegnano sempre, ma la civiltà del commercio preme il metallo forte, inducendo alla moneta, ancora di salvezza del sussistere. Dentro di me radici crescono, attendendomi nello scoprirle, come in un viaggio al termine. Come scale, le riempio dei miei passi pigri da montanaro a fine lavoro, io di città nato e cresciuto. D’estate vado a bagnarmi nel mare della madre, nel sud caldo a invasione, profondo come una lingua-madre di fuoco aspro e secco e puntuto. Aspiro coi pori sudoripari quelle parlate brulle, le aspirazioni del concavo impastato delle bocche. Comprendo quasi tutto, gli emozionati gesti, le lacrime lunghe dei respiri. La scalinata del nonno che porta da casa a bottega, e viceversa, il sapore di mou e parmigiano, il caldo sapido della notte bruna. Intanto i tonni saltano sulla cresta delle onde spaccate in blu e bianco, e il pesce spada viene ucciso dalle urla spinate dei pescatori secchi come alici nere. Luce di terra, color belva rappresa da interiora spappolate nella trappola. Le effusioni sono normali, forse troppo per quella città mia, affossata nel medio, che mi attende per tutto il resto dell’anno. Là c’è un razzismo che striscia a graffi sul cuore, e se a ottobre ti fai scappare l’intonazione in errore sono sbuffi di presa in giro, nella scuola nerofumigante, fuori quartiere, appena.

All’inverno di nuovo senza sentirsi cosa, l’Italia che si scontra con le bombe dei treni, finché nella scuola nuova intono sul libercolo deutschesprachlehrefueritaliener il tedesco dei padri, senza capirne che flessioni del timbro, che pochi assopiti sali, allungati nel brodo di coltura. Mischio, dentro le ampolle del senso vagheggiato, il non capire scabro, e fuori le ossa plaudono, le terre si sommano, stratificazioni d’anni s’investono, in un tornado a erompere. Ecco il grande passato di guerra bombardata del padre, lui che racconta, in mutande e canottiera, scolpita sui muscoli a legno. Scoppi di ire nel 1944, Ucraina tesa come lancia confitta nello sterno europeo, ripiegamento, infine, passo di gambero, all’incalzo. Urla di bombe e recinti spaccati da uretre gonfie di soldati morenti. I racconti si susseguono in flusso solido, tra brodi e paste, la mamma che sbriga le faccende, cinguettando. Il padre ricorda, in un romanzo solo, fiume, parte vendicativo dagli anni giovani strappati al gioco, rende demerito al passato, sfoga le sue avventure di terror troppo acerbo. Troppi pochi anni, diciassette, te lo ripete sempre. Dalla pancia si apre un solco di bruna terra d’oriente, fumante come patate cotte a brace. Si spalma la pelle del tuo confine interno e segreto, dentro trovi cesoie, alberi abbattuti dai tiger, venti dell’est soffianti sulle case, a tetti modestissimi, pane di segale. Gli ivan abboccano nella neve severa, scuciono sigarette, lanciano le stesse al di là della linea.

Trincee di conchiglie antichissime, sassi roridi lanciati in stagni d’alluminio, sguscianti terremotate soglie, avanzanti sempre, al di sotto, in cunicoli di stoppa fossile. Cavalleria d’incontro, in battaglia mortai a seguire le spacconate ansanti di fuoco viola. Cadaveri a gittata per nuvole nere, basse. Fà questo il passato non vissuto, tarme di pallottole mai viste fischiano l’allertare sul dosso delle mani, sparute di carne, in ossa confacenti, allo strappo di morti scuoiati nel brillio di fanfare sconfitte.

Ho la pancia aperta come nell’eremo chirurgico, sulla montagna a picco in aquile serpeggianti, e intorno le torri di ardesia nera. Come un antico principe tedesco attendo le mani cuoiate del medico, il naso aquilino, l’occhio perverso, che affondi nella piaga, che liberi, che faccia uscire le travi uraniche dell’antichissimo dolore. Escono a sangue vivo parole, crepitanti, imparate a metà e mezzo, doppelgaenger, quella che ti spiana, su, in una pianura di senso, le scrivi, altre, con occhi pesti nella notte, avanzando, come un soldato monco, di ventura. Dai recessi cunicolari dei sogni saltano cavalieri dalle spade aggiranti, fanno saltare teste, sangue che spruzza come sperma rosso cupo le terre di conquista. Gli avi uccidono per non essere uccisi, e anche per brutale piacere. Germania pallida madre. Da qualche parte senti sparire la terra, poi a Francoforte, dove sei stato una volta, senti una specie di richiamo, allo stomaco percosso, verso la terra greve. Ricordi fitto queste sensazioni furenti e mute. Di nuovo esce dal confine della tua pelle aperta e fritta nella sugna andata a male un giro di biciclette, di bambini biondi, verso Stoccarda, guardàti dal treno. Escono 50 birre scure bevute a una festa, i tedeschi che crollano, uno dopo l’altro, tu no, ancora, a tenere fino in fondo la posizione. Non vomiti. Escono ragazze lisce, di pelle appena abbronzata, le tue dita sono canali, sono lisce mansarde aggrumate di fiori in sequenza, innaffiati al picco, al colloso attaccamento. Escono lingue rosa su rosanero, dure pulsioni a pantaloni stretti e montanti veloci, affondi accarezzati e liquorosi a pelle, gigli. Escono materiali da costruzione, autostrade, ferramenta, casupole, in ciminiere a grani di fumo traspiranti. Escono le malizie dell’inverno, le scatole nere dell’estate, escono ancora km e km di capelli biondi, zucchero e miele liquidissimo, marmellata di more, doenerkebab, stinco sincopato da torme di patate, leccate nel burro, pietraie, conficcati pugnali nel cuoio a listelli delle pareti, in stanze profumate di burro salato, la mattina. Escono fabbriche metallurgiche, sirene, tram aerei, cattedrali gotiche, allarmi d’acqua alta. Escono batteri cogenti e notiziari sotto piogge battenti, e chimici prodotti industriali in pulviscoli strinati, coagulati in raschi cancerosi della gola. Escono ricordi d’altri, libri letti, Karl May il Salgàri tedesco, massicciate rupestri, polveri d’amianto, scappamenti d’ingordigia. Escono poesie di Goethe lette al mare, Boell e i suoi romanzi di dolente Colonia letti a letto, un Wilhelm Meister regalato a una donna. Esce Fassbinder che filma una Martha pazza, esce Fritz Lang Metropolis, e il suo occhio finto che guarda cinico la prossima disfatta, universale. Esce la luna che fa da stella del mattino ai campi di fieno tagliato. Esce una hostess bruna della Air Bremen, serve champagne, mi sento come l’Homo faber di Fritsch. Esce lo sporco della mia città, i suoni acuti, stupidi degli imbecilli che vorresti uccidere, stridendo loro gli occhi al cavo dei polpastrelli, vermi duri. La loro sporca, inutile vita, da radere al suolo, secondo la tua giusta rabbia di secoli. Esce tutto e tutt’altro. Emorragia di visioni, continue, impellenti, e non basta. Non basta mai. Bisogna richiudere, adesso. Potremmo fare uscire cose dal passato per sempre, ma non si può. Bisogna dare un taglio al taglio. Ricucire la pancia del mio passato e trapassato, ridare sfogo al sorriso, socchiudere comunque con questi ieri, rialzarsi dalla branda, e cercare l’orizzonte. Verso un posto che sia di tutti, che sia anche mio. Finire di sentirsi apolide nell’anima. Trovare l’isola che c’è, da qualche parte, forse bucando il petto, con un trapano di sentimento nudo, alla ricerca dell’armonia prima. Forgiare da noi stessi un luogo nuovo, che cresca da quella terra che esce lentamente, da noi stessi. Sogni in realtà, terra nuova, luogo nuovo. Spianato il passato a ricerca di un destino. Illudersi di essere liberi senza un passato. Catapultarlo fuori dai nostri ricordi, e ricominciare. Dare un taglio al taglio. Allungare il collo non più teso, tenuto morbido, in avanscoperta. Tendere forte. Verso un posto che sia di tutti. Verso un posto che sia anche mio.

[Letto in una versione leggermente abbreviata il 14.05.2007 – Fiera di Torino/Letture Indiane- e pubblicato su Nazione Indiana. Immagine: Franz Krauspenhaar – Birnecocktail.]

1 commento

  1. scrivere per vivere
    :-)

    Commento by Donatella — 20 giugno 2009 @ 11:15

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