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12 maggio 2009

Ferita originaria

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:59

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La purezza l’avevo cercata senza saperlo anche prima. Forse per tutta la vita. Ma mi aveva sempre trattenuto un senso di fine, che era partito fin dall’inizio. Fin da quando, bambino all’inizio degli anni ’50, nella mezza indigenza di chi era intorno a me, in un’Italia che si ricostruiva sullo sperpero e il guadagno facile di pochi, io vedevo le cose con poche tonalità di colore, che portavano tutte una patina di grigio. Sono stato depresso fin da bambino? Non lo so dire. Oggi qualunque imbecille triste chiama il suo stato depressione. “Sono depresso”, dice lui per informarci di un semplice abbassamento di tono. Ma allora, era diverso. A chi stava male di nervi si riusciva a dire impunemente “mangiati una bella bistecca che ti tira su”. E non si capiva, non si era capiti. Più tardi continuai a guardare le cose con quei toni scuri, finché non scoprii il disegno e la pittura. Allora il mondo prese non solo brillantezza di toni, ma anche sostanza. Fu come se da un disegno piatto e scuro fossi passato a vedere la mia vita su un olio su tela dai colori non dico vivaci, ma certamente più vivi. Dipingere mi staccò dalla mia natura, in un certo senso. Paradossalmente, trovando la mia via, la mia per così dire vocazione artistica, misi una certa distanza dalla mia natura originaria. Erano le forme, i colori che potevo creare io con la mia volontà. I colori bassi venivano dal mio intimo ma da soli, senza avvertire i sogni e gli incubi. Era così, avevo raramente la sensazione di vederci meglio, con più luce. Prima a casa e poi nei miei studi sempre di fortuna, sempre spartani e caotici, luoghi anche orribili, a volte, e per molti. Ma certamente non per me, che nello squallore abitativo ci ho sempre sguazzato come un porco tra il fango. E così mi mettevo a rivivere colori e forme che avevo voluto. Costruivo il mondo, non ne ero fatto, non ne ero agito. Io ero in certo modo quel dio che tanti invocavano, compresa mia madre. Però non avevo mai avuto dubbi, seguivo mio padre nel diniego reciso. Ero io dio, il dio di me stesso, che creava la sua propria vita. Non dovevo ringraziare proprio nessuno, ero l’artefice. In mezzo a mille difficoltà, a lavori che detestavo, a galleristi che odiavo, a clienti che arrivavano col contagocce, aumentando di numero con una lentezza esasperante.

E così sopravvissi alla mia natura estremamente malinconica. Andai avanti come una persona quasi normale. Avevo i miei vizi maledetti, ma senza esagerare. Fui gigolò, puttaniere, dongiovanni, fumatore, drogato in misura minima. E bevitore, nelle sere da solo, per anni, per ammazzare la voglia di urlare. Perché ero stanco, e perché ero solo. Dopo aver dipinto per anni bevvi whisky a lunghe sorsate, nel mio studio, prendendolo dalla canna, come un vecchio ubriacone. Ma non avevo la stoffa dell’alcolista: in verità non mi sono mai attaccato a niente, non sono stato mai davvero dipendente da niente e da nessuno. Sempre dentro me stesso, corazzato in me stesso, con la mente lanciata verso la tela, i colori, soprattutto verso l’abbozzo d’idea che avrei lavorato quasi a occhi chiusi al cavalletto. A volte furiosamente, spingendo la mia carne verso l’opera come per impastarla nella tela. Ci mettevo, più che una mia idea del mondo, la mia intimità, la mia essenza combusta col mio estro. Era estro, nella maggior parte, e fantasia potente, che guidavano la mia interiorità, lacerata fin dall’inizio. Quel vedere le cose a colori scuri di me bambino era la spiegazione della mia ferita originaria, della mia tara. Per tornare su, per non morire di tristezza, forse dovuta anche, nei miei primi anni di vita, a cio’ che non ricordavo con nettezza e che erano state le bombe e il macello della fine della guerra, e successivamente – e da qui partivano i primi veri ricordi – alle miserie del dopoguerra. Per non morire stinto anche io da quella piccola vita che avevo visto da bambino così buia. La pittura fu la mia grande consolazione, rappresentò il mio modo di rinascere, di stare nel mondo.

[Immagine: Franz Krauspenhaar – Lampzx.]

7 Comments

  1. molto bello franz, questo basso continuo, monocromo, bello bello.

    Commento by sergio garufi — 13 maggio 2009 @ 08:39

  2. è incredibile come l’intensità delle parole possa entrare così in profondità. L’origine, la fine, l’arte, Dio: un percorso interiore forte.
    Mi è piaciuto molto.
    Un abbraccio

    Commento by Donatella — 13 maggio 2009 @ 09:03

  3. mille grazie, sergio e donatella.

    Commento by Franz Krauspenhaar — 13 maggio 2009 @ 20:57

  4. Ognuno con le sue ferite, pochi con la fortuna di saper trovare il pertugio/colore/paio d’ali della fuga. L’estro, come bere direttamente dalla boccia.

    Commento by metrovampe — 14 maggio 2009 @ 11:05

  5. La tua è una grande scrittura, non mi stancherò di dirlo, bellissimo pezzo.

    Commento by gena — 14 maggio 2009 @ 16:07

  6. Cosa sarebbe la vita senza il fuoco di una passione?
    Una passione può annientare o salvare. In questo caso salva
    e ritrovarsi è sempre bello.

    Ciao grande franz, con abbraccio.
    jol

    Commento by jolanda catalano — 16 maggio 2009 @ 22:38

  7. grazie ancora, grazie jol, dici cosa buona e giusta.

    un bell’abbraccio.

    Commento by Franz Krauspenhaar — 17 maggio 2009 @ 10:00

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