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29 agosto 2008

Gainsbourg-Krauspenhaar / Sono venuto a dirti… della mia pazienza

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 08:00

gainsbourg.jpg

Je suis venue te dire que je m’en vais
Et tes larmes n’y pourront rien changer
Comme dit si bien Verlaine au vent mauvais
Je suis venue te dire que je m’en vais
Je suis venue te dire que je m’en vais
Tes sanglots longs n’y pourront rien changer
Comme dit si bien Verlaine au vent mauvais
Je suis venue te dire que je m’en vais
Tu t’souviens des jours anciens et tu pleures
Tu suffoques, tu blêmis à présent qu’à sonné l’heure
Des adieux à jamais (ouais)
Je suis au regret de te dire que je m’en vais
Je t’aimais, oui mais
Je suis venue te dire que je m’en vais
Et tes larmes n’y pourront rien changer
Comme dit si bien Verlaine au vent mauvais
Je suis venue te dire que je m’en vais
Tu t’souviens des jours heureux et tu pleures
Tu sanglotes, tu gémis à présent qu’a sonné l’heure
Des adieux à jamais (ouais)
Je suis au regret de te dire que je m’en vais
Je t’aimais, oui, mais
Je suis venue te dire que je m’en vais.

Così venne il tempo dell’alloro. Nelle salse
del nostro scontento. Nelle tazze dell’ oro,
nel disdoro disadorno e carso. Venne il tempo
lasso, venne l’asparago bruciato, senza senso.
Venne il tempo del sonno sordido, assonnato.
Degli occhi arrossati dal canto, dal ruvido
vociare del francese, abbassato di tono:
al discounto del tuo sentimento.

Un uomo ha pazienza, un uomo ha costanza
se è un uomo di razza. Se dice “che pizza”
è perchè è in una pozza di noia, di assurde
combine con la fine. Sgocciola il tempo,
divenuto massimo, ingrossatosi come
una valvola; e così pronto a spegnersi.

Un uomo ha pazienza se è un uomo che aspetta,
che cerca l’accordo, che abbassa la cresta,
che finge di nulla, che urla al bisogno
quando il bisogno è già torto. Ma un uomo
va solo dove il vento, d’inverno, lo manda.

Fuori da un letto in piega, da un tavolo vuoto,
da un divano freddo e da una rabbia
immensa. Un uomo paziente ha pazienza,
finchè la pazienza gli volge le spalle,
e l’abbandona per sempre: nel vento, d’inverno.

(Ogni riferimento a storie vissute potrà pure essere casuale, comunque, secondo me, è bene pensarci sopra.)

16 Comments

  1. la pazienza non è un atto dovuto ma voluto e -se mancano gli appigli- la sua presenza perde senso. e così come si è scelta (nel contesto in cui si è vissuta) la si abbandona, senza possibilità di ripensamento. e si continua a cercare (ma anche no!) con desiderio (non scontato) di sentirsi appartenenti a un nucleo/spazio (non necessariamente sentimentale) più vicino al proprio sentire.
    è una considerazione, è un augurio.

    Commento by a. — 29 agosto 2008 @ 09:33

  2. La pazienza può essere un dono oppure una dannazione, a volte non la si sceglie, ma è lei che sceglie noi.E’ implacabile ed esigente come un usuraio.Si nutre di anime e poi se ne burla, come un vecchio cacciattore conosce bene la sua preda.

    Gena

    Commento by Gena — 29 agosto 2008 @ 11:22

  3. Ti sia propizio il giorno
    e la notte
    mesaggera di parole,
    sillabe
    per nutrire le viscere
    e l’anima inquieta
    tra le ombre del tempo.
    E luce d’alba
    appena tratteggiata
    oltre le linee ricurve
    dove i piedi camminano.

    buon giorno,Franz!
    jol

    Commento by jolanda catalano — 29 agosto 2008 @ 12:29

  4. tu non hai pazienza

    Commento by gigetto — 29 agosto 2008 @ 13:57

  5. Una canzone che amo particolarmente che tocca il punto estremo del fine dell’amore.
    Una canzone che dice tutto dell’infierno vissuto per quello che amo di più, accetta il tormento, poi, la liberazione, la parola che mette un termine al dolore.
    Il ferito diventa allora quello che ferisce.

    Un bello sorriso a Franz in ricordo del squisito pomeriggio nella sua città del suo cuore: Milano.

    véronique

    Commento by véronique vergé — 29 agosto 2008 @ 15:14

  6. Cos’é la pazienza? Amore? Saggezza?
    Puo’ essere tutto anche una bomba ad orologeria.

    Commento by stefania nardini — 29 agosto 2008 @ 19:41

  7. Pazienza, pazienza…

    Nel Sudafrica di Nelson Mandela, quello successivo alla fine dell’apartheid, istituirono i tribunali del perdono. Erano luoghi di discussione pubblica in cui sia le vittime sia i loro persecutori erano invitati per parlare di quello che avevano fatto, detto, subìto, pensato, voluto, ottenuto. In altre parole le persone erano chiamate lì per spiegarsi, senza omettere nulla. Nemmeno le atrocità più dolorose, nemmeno i crimini più efferati.
    Al termine delle discussioni, quei tribunali non emettevano condanne. Non erano istituiti per dire: questa è la società giusta, quello lì è il debole che ha subito un torto, quello là è il forte che viene condannato. In quei luoghi le persone che avevano subito dicevano: «Tu, maledetto figlio di una puttana bianca, mi hai torturato e ucciso i miei parenti, e avresti ammazzato anche me se non te l’avessi impedito». E le persone che avevano infierito dicevano: «Tu, negro di merda, non sei nemmeno un essere umano».
    Al termine delle discussioni, quei tribunali sentenziavano: pace. «Siamo in un solo Paese, facciamo parte di un solo popolo. Dobbiamo convivere. Tu, maledetto figlio di una puttana bianca, lavorerai insieme a quel negro di merda a maggior gloria di questo Paese la cui bandiera multicolore rappresenta tutti noi».

    Hanno funzionato, quei tribunali del perdono? Forse sì e forse no, ma hanno ottenuto un risultato: hanno spazzato via l’ipocrisia. Ogni persona ha parlato per sé, non in quanto bianco o nero, e ha raccontato quello che ha fatto o non ha fatto. Le proprie debolezze e le proprie virtù. E tutti gli altri lo hanno ascoltato, e adesso sanno. Ognuno sa chi sono tutti gli altri.

    Con le persone corrette è più bello lavorare. Il fatto che sia più bello, non implica l’obbligo di lavorarci insieme.
    Con chi ha commesso scorrettezze, e continua a commetterle, non si può lavorare. Non è (del tutto) questione di trovarsi simpatici o antipatici. È che una persona corretta può dire tutto fino in fondo, invece una persona che commette scorrettezze le tiene nascoste (aggiungendo scorrettezze a quelle già commesse). Viene a mancare la necessaria fiducia.

    Guido Tedoldi

    Commento by Guido Tedoldi — 30 agosto 2008 @ 01:14

  8. ???????????????????????????????????????!!

    Commento by jolanda catalano — 30 agosto 2008 @ 01:34

  9. grazie a tutti. gainsbourg è stato veramente un grandissimo personaggio, poliedrico e musicalmente sempre avanti; e pensare che oggi avrebbe 80 anni (era del 1928).

    Commento by Franz Krauspenhaar — 2 settembre 2008 @ 18:25

  10. La mia candela risplendette da sola in una immensa valle.
    I raggi della notte infinita convergevano su di lei,
    finche il vento la spense.
    I raggi della notte infinita
    convergevano sulla sua immagine,
    finche il vento la spense.

    W. Stevens

    Commento by . — 4 settembre 2008 @ 22:32

  11. La pazienza è una variabile del tempo. Dentro e fuori di noi.
    ____________________
    Il tempo s’è stinto
    nel vento che -fa.

    C’innalzava tutti
    quel vento,
    c’innalzava linfa.
    Fiotto
    d’idillio su idillio
    c’innalzava mare.
    ____________________
    A Franz da Nina

    Commento by Nina Maroccolo — 12 settembre 2008 @ 17:09

  12. L’uomo che ha pazienza è vento indomito su tutti i mari.
    *
    sempre Nina

    Commento by Nina Maroccolo — 12 settembre 2008 @ 17:11

  13. HA FORZA, DENTRO!

    Commento by Nina Maroccolo — 12 settembre 2008 @ 17:13

  14. E SMASCELLA, SCOLPISCE
    L’AFA DI SEMPRE.

    Commento by Nina Maroccolo — 12 settembre 2008 @ 17:15

  15. NEL PASSO TURBINANTE D’UN CIECO
    NELLO STRILLO ACUTO DEL CALCAGNO

    SE UN UOMO SA ASPETTARE
    ADDENTERA’ IL SOLE INSACCATO

    Commento by Nina Maroccolo — 12 settembre 2008 @ 17:18

  16. belle, nina! grazie.

    Commento by franz krauspenhaar — 13 settembre 2008 @ 22:49

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