The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

20 luglio 2008

Marco Di Pasquale su E.M.P. su marcodipasquale.wordpress.com

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 08:00

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(Ho conosciuto il giovane poeta marchigiano Marco Di Pasquale a Macerata, in occasione del Festival Licenzepoetiche, a fine maggio. Ecco una sua recensione-riflessione su Era mio padre che ritengo interessante e originale. FK)

Le difficoltà di miscelazione delle onde dell’esistenza mi ha impedito nell’ultimo mese di lavorare con la solita costanza alle mie passioni preferite, nell’ordine: scrivere, leggere e farmi gli affari degli altri, anche per il tramite della critica letteraria. In questo ultimo mese, anche se sarebbero bastati pochi giorni, ho letto il romanzo “Era mio padre” del milanese Franz Krauspenhaar, che ho avuto la fortuna di conoscere a Macerata alla fine di maggio durante il LicenzePoeticheFestival. L’impressione che questo libro mi ha lasciato è stata contrastante.
Sicuramente l’esperienza, l’esistenza torturata e sofferta che sorreggono questo racconto sono incontestabili, e la loro trasfigurazione in ritratto romanzato risulta notevolmente efficace. Tuttavia, a mio parere, la conduzione di questo travagliato disvelamento del “mistero”, del buco nero che occupa il seggio d’onore nella mente e nella sensibilità dello scrittore, poteva essere costruita con una maggiore agilità, impedita in alcuni punti da un eccesso di volontà del dire. In alcuni passi di “Era mio padre”, Krauspenhaar concede troppo potere (non a caso uso questo termine) alla tentazione di messinscena che una bio-autografia (secondo una felice definizione dell’autore stesso) esige, sebbene questo non fosse completamente nei propositi di colui che è due volte protagonista, nella sincronicità e nel ripescamento della verità, degli indizi che compongono il puzzle.
Tuttavia, è comprensibile che possa essere un rischio da correre e al quale abbandonarsi in determinati momenti, permettendo all’opportuna carica d’intensità emotiva di scaturire nelle scene principali dietro la pressione assommata e assordante di una ripetizione ossessiva che ci racconta il rantolo della guerra, della paura mista a rabbia, del disorientamento di un mondo (quello precedente al secondo conflitto mondiale) che ormai era stato soppresso. Probabilmente, in alcuni punti questa intensità cede il passo ad accessi verbosi, non molto agili, che mi paiono una conseguenza dell’abitudine alla produzione per web ed essenzialmente per blog: sono convinto infatti, per quanto sembri strano detto proprio su un blog, che la scrittura pensata appositamente per il medium telematico manchi a volte di un ferreo criterio di discriminazione, nel senso di tracciare un discrimen tra la parola efficace e quella inessenziale.
Questa caratteristica non va demonizzata, anzi, visto lo stimolo che il web ha dato alla circolazione di parole e di idee tra chi si occupa di arte in ogni sua forma. Credo però che la prosa che acquista, tramite pubblicazione cartacea, un carattere durativo, immodificabile, debba necessariamente tendere all’intensificazione massima del proprio potere fascinatorio e affabulatorio, perché se così non fosse non avrebbe più quel valore prezioso di parola insostituibile di cui essa si è sempre fregiata. La parola che non descrive bensì disegna il reale, per quanto possa essere merce e spazzatura, ripetizione coattiva e ossessione vertiginosa di rifiuti da trash basket, per quanto possa puzzare e far vomitare, resta sempre e a maggior ragione un incantesimo potente e senza scampo, una catena ipnotica che ci costringe nelle sue volute.
Dopo aver voltato l’ultima pagina, ciò che resta è la convinzione che “Era mio padre” di Franz Krauspenhaar sia un buon romanzo che merita davvero di essere letto, e non per il suo scontato valore di testimonianza, né per curiosare morbosamente nella vita di uno scrittore che ha dimostrato spesso un coraggio nudo, ironico e teatrale ma soprattutto esposto agli sguardi dei passanti, e la volontà di tendere la mano oltre il muro dell’oscurità che circonda e rinchiude ogni uomo nella propria pena.

10 luglio 2008.

(Immagine: Anton Raederscheidt – La lettera)

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