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29 gennaio 2008

Tutto il calcio della mia vita

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 07:00

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Saturi di sangue saltavamo sulle gradinate
come canguri bianchi, alla ricerca del posto.
Forte, sotto la pancia del balenottero, a miglia
di distanza dall’erba cucita al campo, voglia
stonata di prateria, immusurabile. Per venire lì
facevo la via Capacelatro, gambe a serramanico,
il cuscinetto a strisce sotto l’ascella, come
la baguette mattutina di un francese.

Erano domeniche di pasqua, in tutte le stagioni
del fuoco. L’intenso sbarrare di folla, l’erto
molleggiare dei serpenti umani lungo la rampa
curva, dopo il passaggio antispranghe. Erano tempi
di terrore. Il freddo, la nebbia a scendere e salire,
come onde di ovatta su cupole di vento, a bolle.

Trovata la nicchia gli spari dei tifosi, l’urlo da caverna
altimetrica, l’uscita dei giocatori. Lo speaker dava
la trama dei nomi. Ero tifoso del Milan più nerastro
della storia, nomi finiti alla dimenticanza piena
folleggiavano nelle nostre teste, ovalizzate. Davanti,
lo sciagurato Egidio sbagliava reti fatte,
davanti alla linea del portiere, come se ambisse
al suicidio. Le bestemmie, gli sputi affranti, le rabbie
come sfoghi mannari dei tifosi più folli, io con loro.

Nel sole, nelle primavere, lo stadio brillava di verde,
fino a sopra. Macchie solari intense, come monili
di donna a sboccio, splendevano pozzanghere di luce,
risalente, verso le gradinate; e gli striscioni dei club
danzavano, come showgirls, nel vento sussurrante.

Il gracidare dei transistor seguiva le sfuriate
offensive, e i ripiegamenti; da altri campi narravano
altre storie. Ciotti, l’Amante di Lady Chesterfield,
doppiava il gracidare radiofonico col suo cra e cradi rana combattente, dava il cra alle azioni, come fosse
stato il regista occulto di quelle operazioni.

Ancor prima, nelle domeniche coi miei – a leccare
assurdi gelati di vischio, chiuso in calzoni pizzicanti
la pelle giovane – dalla Voxson di mio padre sentivo
il campionato della Lazio dei record; e il sole rompeva
le barricate, e i biancazzurri vincevano, allagando.

Stretto nell’abitacolo, sentivo le partite con uggia,
mia madre tifava il Cagliari e mio padre, Carlwolf,
odiava il calcio; ma lui, sposo devoto, teneva la voce
della radio aperta, per lei, la tifosa di Gigi Riva e
dei suoi sorprendenti vincitori, nella stagione 69/70.

E avanti e indietro, e di tiro in tiro, e in ribattuta,
e avanti, verso lo stadio, un super UFO, a roteare
le urla dei dannati, cupamente osannanti
reti, desiderate come magie bianche. Quella volta
con l’Athletic Bilbao, quarti di Uefa, ricordo
che si giocò nel fresco, al pieno giorno. Era il ritorno,
dai baschi s’era perso 3 a 0. Andarono al galoppo,
e le righine rosse e nere, in quella primavera spifferante,
si vedevano d’un colore di macchia, indefinito, dagli spalti
dei popolari. Prima un gol, poi un altro. E poi il terzo.

Bastava poco, rimediare ai supplementari, sperare
ancora, con quell’assalto, che pareva insensato.
Ma poi, al fitto contropiede, quel Rojo da sinistra
infilò Ricky Albertosi, la maglia gialla a fine della corsa,
uscito per i fatti suoi, fuori dall’area, come sempre,
come per un passeggio, una pensata ai suoi casi.

Uscimmo con la grande pena a svenirci didentro.
Come in tutte le sconfitte mortali, il tifoso spianava
il ghigno dell’assassino per vicoli di notte, apprestato
al delitto su donzelle, come lo Squartatore londinese.
E gli occhi tagliati a falce, coi tergicristalli azionati
per evadere il fiele in clamoroso eccesso. E le urla,
a conico rimbombo, e girando, come tornado vocali,
verso le auto, o il tram, in piazza Axum, per il ritorno
scuro, come serate di magra, come pianto di lutto.

Oppure, nel 74, in Germania, feci quel pianto assurdo
(ora, sì ora, non m’importa più niente) per l’uscita
al primo turno degli Azzurri. I Senatori del Mexico 70,
Rivera, Mazzola, Riva, che allora mi parevano signori
d’età, ed erano trentenni – e oggi li definiscono ragazzi.
Fuori, per colpa della Polonia di Deyna, di Lato, di questi
gagliardi attori del Far Est. Deyna è morto qualche anno fa,
regista di gran tocco, per un crash dell’auto, come successe
al povero, silenzioso Scirea, proprio per statali, in Polonia.

Ecco, l’82, la Spagna della vittoria moderna, dopo
un’era a digiuno. Vidi la finale allo spaccio fumante,
nel barrire della soldataglia, di birra inflitta, sulla tivu in alto,
coperta da strilli, e soldati che entravano ed uscivano, voci
e corpi come steccati mobili, un logorroico turbine di niente.

Il gol di Tardelli, e l’esultanza in corsa, e Pertini ridente:
queste scene migliaia di volte, dopo, volanti in pezzi
di replay di euforia nazionale. Di quel mito più niente,
mi pare di capire. Ma non godetti di quella vittoria,
allora pensavo già ad altro. E’ che io del calcio ricordo
di più gli smacchi, i pianti, le urla di furore per la negazione
di un gol, le camicie nere degli arbitri venduti, il velenoso
sapere di ingiusti traffici, di partite vendute come bianche
alla tratta.

A ritroso, l’assalto del Betis Siviglia, la bastonata in notturna,
e la prima partita al grande stadio, un Milan – Juve nel 69,
la Coppa Italia. Ricordo di luce molto fioca, là assieme
a uno zio dell’Inter, come se a quella piccola età i colori
e la luce fossero stonati sulle palpebre. Forse è il tempo,
che tutto scolora, che abbandona, che fuggendo lascia
i detriti a sfarsi in poltiglia, nell’anima involta.

Da ragazzino giocavo al calcio per ore e ore, anche in
squadre organizzate. Già scrittore di minime storie,
amavo l’impervio del colpo di tacco inutile, la serpentina
spocchiosa, il tentativo arrogante del tunnel molle. Fuori
di testa, al risultato preferivo l’estetica del torero,
e senza spade danzavo col poco fiato tutto attorno
a terzini dotati, cattivi, odiatori del tocco. E picchiavo,
di rimando, sempre in situazioni franche, non visto,
a sfuggire furbastro da occhi pesti, nemici, giustizieri.

Il calcio delle radiocronache, il calcio della tivu, di Ameri,
Ciotti, le danze delle vocali, l’andar dietro di consonanti,
i numeri dei gol segnati, dei minuti trascorsi, di quanto,
alla fine, ci mancava. L’incalzare fluente dei collegamenti,
e quel cuore, prima assopito, che svegliava le corde
tese a nervi, che muoveva verso l’alto, premuto dal sangue,
verso l’emozione truccata di un’ azione nell’area.

Truccato, io credo, è tutto. Non solo nel vendersi
e comprarsi; ma lo sport, la tenzone in un gioco,
inventato dall’ annoiata scimmia. Non trovo più le regole
regolari. Il pallone potrebbero lanciarlo con le mani,
volendo. Da qualche anno non trovo più spazio, questo
mi pare fuori dal senso. Per me il calcio ha esaurito
la sua forma, la sua forza congiunta con la voglia.

Ritorno a pensare a quando, giocando a Subbuteo,
facevo le telecronache da me: “Ecco Johnstone
che avanza, sulla linea centrale del campo, eccolo,
lancia un traversone, in direzione di Billston, ecco!”…
Sì, Johnstone e Billston, li avevo inventati io,
due prototipi universali, due realizzatori di sogni,
chissà dove sono finiti, ora li ricordo, ridendoci sopra:
come l’orso di pezza sono spariti nella discarica
delle cause perse, infinite, allungate verso lo zero
ritroso, nel capiente silenzio del passato remoto.

Fin lì, vado a sognare quella sera di emozione a polpa,
cruda, di sangue imberbe. Qualcosa irripetuto, per
chiunque. Carlwolf mio padre, col distacco sereno,
guardava assieme a noi la partita, il 4 a 3 lo fece
sorridere, era contento per noi, tifosi dell’Italia.
Della Germania nulla più gl’importava, l’aveva lasciata
in gioventù, su sterrati di guerra e fame nera, nulla
lo teneva a quella stanga. Era fuggito per alte nevi,
per giungere a limoni perduti, ghiaccie pianure, e nebbie
industriose, fuori da comignoli e nuove ciminiere.

Così, nel saliscendi che fumava dagli occhi ovali
percossi a febbre gialla, al gol di Rivera, che metteva Maier
fuori gioco, noi ci alzammo nell’urlo. La mamma mi abbracciò.
Momenti così, sboccanti di vita, quell’esplosione di gioia
che solo il calcio, balocco folle e cattivo, ci può dare,
se chiudiamo gli occhi al pensiero, alla logica, a quasi tutto.

Un altro andazzo qualche anno dopo, nel 77, a San Siro:
andai a vedere gli Azzurri in amichevole. Straccioni, come
i gastarebeiter di Pane e cioccolata, spingevamo
la vincibile armata contro la Romania. Erano tempi di secche,
con Bearzot che tentava di rimettere in sesto il triste esercito.

Poi finì 4 a 2, ma per un bel pezzo del gioco si rimase fermi,
come imbambolati; i tifosi a un tratto cominciarono a urlare
“Ro-ma-nia! Ro-ma-nia!”, per disperato disprezzo dei propri colori.
E io anche, ridendo di rabbia. Ecco, mentre imitavo i più
mi vergognavo, ero come un assassino coperto dalla folla,
remare contro quel guscio nocino era un gesto dal gusto
tutto italiano, di buttare dalle finestre tutto, di scegliere
per rabbia dolorosa il male peggiore di una disfatta piena.

E nell’86, di nuovo, nel Messico e nuvole d’altitudine,
tornando una domenica dal passeggio per auto, ecco
El Pibe, della mia stessa età, che baila tra un pugno
d’ inglesi. Che se li porta allo spasso, li dribbla melodioso
e io, con la carbonara-dry davanti al viso bello e somaro,
sorrido a Carlwolf, a mia madre, ché l’ho capito, lui,
sulla destra nell’area, che infila la rete della meraviglia
e io mi alzo, applaudendo, col cuore che rumbava nella gola.

Poi lo vidi anche allo stadio, e fuori, muoversi controverso
in una vita sbagliata; puro talento, arte somma del football
come mai s’era vista. E le rabbie, la droga, il pompamagna
di chi se lo voleva sfruttare per l’oro colato che portava,
da Napoli in verso su. Le cadute e le resurrezioni, Cristo
perverso del calcio d’ogni tempo, sacrificato al vizio.

Fino al novanta, la cifra tonda e senza più Carlwolf vivo,
e io che uscivo dal lutto guardando le partite – notti magiche,
inseguendo un gol
– gli occhi disorbitanti di Schillaci, povero
come un Franco Franchi del folbér, e ancora El Pibe a San Siro,
contro il Camerun, all’esordio, penultima volta che vi misi piede,
finivo nella bellezza del Mondiale, ma ormai l’incanto
s’era disinnescato, a polveri bagnate il calcio mi diventava
fatto lontano, chiacchiericcio, musica per camaleonti freddi.

Dopo anni di altro, poi – che il calcio era sparito dai miei sogni,
alla fine del secolo venne a trovarmi l’onda d’urto
d’un innamoramento. Si può dire così, dell’Inter;
e mi ero ritrovato nei pomeriggi, da solo, a tifarne
le sconfitte assedianti. Quel blasone di vecchia nobile
decaduta, m’aveva fatto battere il cuore ritirato.

Così, al bar, ne cantavo a colori con altri, di squadre
anche diverse. E quel pomeriggio, del 5 maggio 2002,
gustai la sofferenza di un harakiri perfetto. Ero maturo
per ogni umiliazione, per ogni smacco. Del Milan odierno
sprezzavo ormai tutto, anche i rigoni delle maglie, e la spocchia
di iperconsumo del suo presidente, dal sorriso falso,
tirato da una liana lanciata nel vacuum.

L’Inter, ricchissima perdente, mi faceva pensare
alla vera vita, a quanto la disperdiamo, quasi sempre,
a quanto spesso sono inutili i giorni, e ancor di più
le sere, e le notti grigie, sognate dentro se stesse.
Hector Cuper era il trainer optimus per quelle sconfitte,
l’hombre vertical che picchiava il cuore dei giocatori
nervosi, quando uscivano dal tunnel, verso il catino fumante.

Mi piaceva lo scabro biancore di quell’uomo precocemente
vecchio; mi piaceva quel gioco argentino da difesa,
niente spettacolare, urtante, controproducente.
Era il perfetto perdente per le mie ringhiose urla deluse,
per cristonare contro il tutto, come da ragazzino
facevo con l’altra squadra. Cercavo l’approdo
al suicidio calcistico, come emblema di una vita
di secche perdite. E ora più niente, tutto è finito in altri
rivoli di senso, nello scrivere, senza più pause.
E’ questo il mio calcio, a dribbling stretti tra le frasi
di tutta una vita.

Ora che sono grande e disamorato io credo per sempre,
solitario come un lupo, mi disinteresso. Guardo altrove,
come se il calcio non esistesse più. Finisce tutto, i tempi
sono nuovi, in modo strano, confuso. Altri pericoli e altri tagli,
e i primi bilanci della vita, da esaurire con proponimenti,
con azioni dirette, che il tempo inizia a stringere.
Fuori dall’universo d’oggi, il calcio è divenuto ricordo,
da riprendere per righe, come adesso, e senza rimpianti,
solo un passaggio, a livello nella vita. E’ tempo di non giocare.

(Nella foto: una rovesciata di Gigi Riva)

6 Comments

  1. franz, sempre più grande!

    Commento by francesca — 29 gennaio 2008 @ 10:23

  2. Piccolona, ti abbraccio forte.
    Franz

    Commento by Franz Krauspenhaar — 29 gennaio 2008 @ 13:12

  3. sì, ma ora cambia sport: Ping Pong?

    Commento by Rudolph la grande renna prossima alla pensione — 31 gennaio 2008 @ 15:00

  4. sempre più grande, ma grande quanto?

    Krauspenhaar – si ricordi che l’ultima convenzione di Roskilde sulle proporzioni europee concesse vieta di superare i 4,2 metri in altezza e i 2,1 metri in larghezza ad ogni residente tra il parallelo tra il 34° ed il 73° parallelo dell’emisfero boreale. Chiunque violerà tale prescrizioni sarà gravemente ed incessantemente perseguito e punito dall’Orda Carnotappo.

    Commento by indice sanitario delle altezze — 31 gennaio 2008 @ 15:05

  5. Rettificamento, chiedendo venia per errori di ripetizione dovuti a temporanea allocazione gremlins del Congo Belga nelle nostre sale comando .

    Questo il testo corretto:

    sempre più grande, ma grande quanto?

    Krauspenhaar – si ricordi che l’ultima convenzione di Roskilde sulle proporzioni europee concesse vieta di superare i 4,2 metri in altezza e i 2,1 metri in larghezza ad ogni residente tra il 34° ed il 73° parallelo dell’emisfero boreale. Chiunque violerà tale prescrizioni sarà gravemente ed incessantemente perseguito e punito dall’Orda Carnotappo.

    Commento by indice sanitario delle altezze — 31 gennaio 2008 @ 15:11

  6. CHIAMAMI.

    Commento by Bella Shigueira — 31 gennaio 2008 @ 19:58

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