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13 dicembre 2006

Padre di guerra (poemetto con innesto)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:46

di Franz Krauspenhaar

(con l’innesto di Cancellare le tracce di Thomas Brasch – trad.dal tedesco di Gio Batta Bucciol)

Si pialla nella trincea
il suo sorriso triste
combattente, sorriso
d’ombra scolpita
nella buca;
si scaglia la mano stanca
e senza perché spara
a nord, dove poiane – planano
e lontano sfondano – i tiger
le sentinelle accendono sigarette
le ambulanze scaricano cadaveri
la guerra si spande, come melma
che s’aggroviglia nella steppa incendiata;

e senti il ghigno del cervello
in risonanza
di guai
di ventilazione
d’orrori
di guaiti
stupidi, sul far della morte
di pezzi – di pelle – sguainati – da granate
e conficcate – come da carne a carne
in miracoli
non esauditi, da nessuna madonna
né bianca, né di diversa – tinta
solo madonna nera, carbonizzata
come quella di Altoetting.

(Le righe confondono i segni
che io stesso ho scritto.

Avevi piccoli anni
da spargere –
per pregare
tu che non avevi mai
pregato;
e sparavi
dal mortaio a pugno
la minestra calda
di colpi ciechi
come biacca bollente
sugli ivan;
padre mio, che eri piccolo
e smagrito
i capelli lisci neri
sul piccolo cranio
ape in divisa – lanciata
come proiettile – nel fumo a nuvole
nell’ abituale – terrore
nell’impiastro – rovente
di rumori
nell’improvviso albeggiarsi –
del silenzio;
e lanciavi – le sigarette – ai nemici
nella pausa, da trincea a trincea
e quelli – vi lanciavano
le loro paglie russe;
e Klaus lo vedesti vivo – e ridere
e poi morto, come la morte è un fulmine
che svelle ogni apparenza
di cielo sereno;
vedesti quel ragazzo – separarsi
da sé, contro sole, e poi calando, in ombra
gli occhi arrovesciati
come bambola flebile
la cantilena del corpo
sgusciato da sé stesso
le viscere che via via
scorrevano
come pezzi di mare – ondalevanti
e il cielo ucraino blu – che si staccava
dal nero di quel – bucoriparo
annidato – nel terreno scucito
zeppo di vermi, e rami.

Non so più decifrarli. Solo
quando sarò disteso sotto la terra

Andavi avanti in quella
prima linea –
nel sempregrillo mattino;
prestissimo tu andavi
verso dove, verso chissà, verso
avanti, sempre avanti, verso dove
dove, chissà, dove che forse – e forse mai;
ma non ordini chiari
(non arrivati dal comando ordini chiari):
il reggimento si conserva
laggiù dove si trova
statico s’abbandona;
vengono precisati ordini – solo a sera
devi partire – per altra destinazione
tu parti subito – con altri due camerati;
la giornata seguente apprenderete
che tutto il reggimento s’è annientato
l’hanno saltato tutto, in aria, in cielo.

su cui ho camminato qualcuno
verrà e saprà quel che ho inteso
.

Mi ricordavi queste cose da grande-
io piccolo-
mi ricordavi, non mi raccontavi
era un ricordo di qualcosa
– che per me –
era come se – l’avessi guardato;
io batuffolo biondo ti vedevo
smisurato dalla guerra
questo sciacallo – di cinema e banditi
questo gigante – chewing gum putrefatto;
e quelli come te – nei motion picture
li vedevo sbraitare, in tedesco
perfetto, e finir male – minati, fucilati;
e allora c’eri tu, a ricordarmi – le scene
– che c’erano state altre scene:
pacati momenti, nei campi spogli – di tutto
masticando ortiche, sul far della sera
ortiche bollite, masticando
sul far delle sera.

Né servi, né padroni,
(ma) solo vittime
solo pane intagliato, regalato
da contadini ucraini
da contadini russi
da contadini ungheresi;
ripiegamento affamato
e sentendo – i decisivi colpi, uno da uno
e arrivando – dove non si è mai arrivati
e giungendo – da nessuno scopo
e secche speranze, e uva
ricordata come manna;
le ragazze (intimiditi ectoplasmi)
nei sogni; le cene – (ricordi sfiniti)
nel semioblio;
la bicicletta – e la motocicletta
sognati simboli di cio’ che è stato
e adesso era la fine, viceversa: e
gli ufficiali di cavalleria
di nobile famiglia
erano tutti dei porci
e il commilitone diceva che Hitler
era un porco
e più nessuno sapeva fucilarlo.

Le righe confondono i segni.)

Gli inglesi in Austria
arrestato per poco
47 chili e sempre a piedi
attraversasti boschi
strade, foreste, limbi
buchi di bombe, case spanciate
cadaveri senz’occhi, montagne
sorgenti al gelo, vivi e lasciàti vivere
cani smagriti – tra fogli scuri di neve
strade allo stupro, foglie tra piogge
accartocciate, la guerra era finita;
E ALLORA
camminasti verso Altoetting
per raccontarmi, un giorno
tutto questo, in un futuro lontano
che è lontano passato.

(In metrò, oggi – ho visto un negro
aveva gli occhi a sangue – come erano
i tuoi
gli occhi di chi ha visto – in battaglia
perduta una guerra.)

brasch.jpgThomas Brasch, 1945-2001, poeta, drammaturgo e narratore tedesco, aperto alla lezione brechtiana, lascia la Germania dell’est nel 1976. Definito scrittore ribelle, e anche “scrittore della DDR fuggito nella Germania Occidentale”, Brasch odiava le categorie paralizzanti: “Per me tutte queste categorie non sono che inerti tentativi per fare di uno scrittore un prodotto di più facile consumo riducendolo a un semplice punto”.

20 Comments

  1. Franz – come Tennessee Williams – scrive per dire la verità.

    Commento by Massimiliano Governi — 13 dicembre 2006 @ 13:20

  2. E come Wystan H. Auden, anche: la poesia deve dire la verità :-)

    Commento by LaGiardiniera — 13 dicembre 2006 @ 13:59

  3. Sì, caro Franz.

    Commento by alcor — 13 dicembre 2006 @ 14:05

  4. Carissimo Franz, oggi ti scopro Poeta smisurato. Sapevo già del tuo talento ma a tutto questo non ero preparata. Penso ad un colosso come l’Ouverture Russa di Heiner Muller, sei a tuo agio. In te, lo stesso respiro.

    Commento by maria (valente) — 13 dicembre 2006 @ 15:15

  5. Oggi invece scopro che un mio ex docente di Letteratura tedesca è anche un ottimo traduttore. Piacevole scoperta, inaspettata.

    Commento by Loris — 13 dicembre 2006 @ 15:39

  6. Un gran bel testo, complimenti! Marco

    Commento by marco saya — 13 dicembre 2006 @ 17:14

  7. Bello, Franz. Bello.

    Commento by anna setari — 13 dicembre 2006 @ 19:24

  8. e Klaus lo vedesti vivo – e ridere
    e poi morto, come la morte è un fulmine
    che svelle ogni apparenza
    di cielo sereno;
    vedesti quel ragazzo – separarsi
    da sé, contro sole, e poi calando, in ombra
    gli occhi arrovesciati
    come bambola flebile
    la cantilena del corpo
    sgusciato da sé stesso
    le viscere che via via
    scorrevano
    come pezzi di mare – ondalevanti
    e il cielo ucraino blu – che si staccava
    dal nero di quel – bucoriparo
    annidato – nel terreno scucito
    zeppo di vermi, e rami.

    bravo, Franz. una parola che aderisce alla cosa con effetti di rara efficacia.
    fabrizio

    Commento by fabrizio centofanti — 14 dicembre 2006 @ 00:11

  9. Grazie di cuore a tutti, davvero troppo buoni, lo dico senza falsa modestia (sono tutt’altro che modesto).
    Sono un narratore che scrive versi ogni tanto, per sperimentare nuovi modi di dire.
    Maria parentesi Valente parentesi:-): sei smisurata tu, nella simpatia.
    Un abbraccio caloroso a tutti

    Commento by franz krauspenhaar — 14 dicembre 2006 @ 08:37

  10. OT (ma Franz capirà):
    sono passata da ibs. non si trova Lezioni di tenebra della Janeczek. solo lì, o è fuori commercio? possibile? se sì, perché?
    (e poi, le sue poesie le potremo leggere prima o poi in italiano?)

    Commento by lettrice — 14 dicembre 2006 @ 10:41

  11. Un padre che sa raccontare la sconfitta ad un figlio che sa metterla in poesia, fanno tuttuno, contro i film dei cattivi che non erano tutti cattivi e i buoni che non erano tutti buoni.
    E’ molto bella questa tua marcia nel freddo di un natale difficile.

    Commento by toporififi — 14 dicembre 2006 @ 12:10

  12. @Lettrice.
    Capirò, ma c’è la bacheca per questo tipo di comunicazioni.

    @Topo.
    Grazie.

    Commento by franz krauspenhaar — 14 dicembre 2006 @ 13:03

  13. ah. uh. scusa. non lo sapevo.
    vado.
    pardon.

    Commento by lettrice — 14 dicembre 2006 @ 14:34

  14. @Lettrice.
    Se hai problemi nel reperimenti del libro di Helena (che credo sia esuarito da tempo) scrivi a nazioneindiana, o a me krauspenhaar@fastwebnet.it . Posso darti la mail di qualcuno che lo ha, e che puo’ eventualmente prestartelo.

    Commento by franz il ruvido — 14 dicembre 2006 @ 19:32

  15. Grande testo.

    Commento by Cato — 14 dicembre 2006 @ 23:25

  16. Ciò che hai saputo descrivere così poeticamente è ammirevole, fa quasi male, vedere quelle immagini apparire dalla scrittura, così nitide nella loro cruda realtà, ma è parte di una memoria che va ricordata, rimossa, superata.
    Le brevi note in corsivo sembrano voler unire il passato con il presente, – il necessario dialogo – noi stessi.

    Grazie per questo coraggio.
    carla

    Commento by carla bariffi — 16 dicembre 2006 @ 18:31

  17. Grazie mille, Cato.

    Rara sensibilità la tua, Carla. Grazie di cuore.

    Commento by fk — 16 dicembre 2006 @ 21:11

  18. Bello, epico, commosso e commovente – questo poemetto assemblato con schegge di racconti, anzi di ricordi. E mai la guerra è apparsa più reale.
    G

    Commento by Giovanni Monasteri — 18 dicembre 2006 @ 14:29

  19. @Giovanni.
    Anche tu, troppo buono.
    Felice di rileggerti qui.

    Commento by fk — 19 dicembre 2006 @ 11:19

  20. Sono venuto a rileggere (e a copincollare). Trovo insolito – ma efficacissimo – l’uso del trattino che isola alcuni lemmi rendendoli più affilati. E’ come se il verso si spaccasse in schegge.

    Commento by Giovanni Monasteri — 19 dicembre 2006 @ 14:02

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