The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

4 giugno 2006

“MORIRE IN PIEDI” – DI INDRO MONTANELLI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:58

di Girolamo Lazoppina

La Casa editrice Rizzoli, quasi a voler smentire la profetica accusa di contemporaneità che Indro Montanelli, sulla scia del suo maestro Ojetti, ha sempre rivolto a noi italiani ed ai nostri editori in particolare, è da qualche tempo impegnata nella ripubblicazione delle opere del giornalista di Fucecchio, nella apprezzata collana intitolata, appunto, “Opere di Indro Montanelli”.

L’ultima ristampa riguarda un libro molto discusso, “Morire in Piedi – Rivelazioni sulla Germania segreta 1938 – 45”, uscito per la prima ed ultima volta all’indomani del processo di Norimberga, ed accolto con scarso entusiasmo sia dalla critica che dal grande pubblico. In Germania le case editrici si rifiutarono addirittura di tradurlo.

Il libro è la cronistoria del famoso complotto ordito il 20 luglio 1944 ai danni di Hitler, ed è basato esclusivamente su documenti e testimonianze raccolte di prima mano dall’autore, inviato del Corriere della Sera a Norimberga per seguire il processo ai capi nazisti. La tesi sottesa al libro, e difficilmente confutabile in punto di fatto, è che in Germania vi sia sempre stata, fin dal momento dell’ascesa al potere del Fuehrer, una classe dirigente, composta per lo più da aristocratici ed alti gradi dell’esercito, in massima parte prussiani, ostile al dittatore al punto di ordire, dopo aver cercato invano di dissuaderlo dal trascinare l’Europa in guerra, un complotto – o meglio, più complotti – per ucciderlo.

Naturalmente, tale tesi cozzava vistosamente con l’idea dominante nel ’45 sia tra gli alleati vincitori della guerra che tra gli antifascisti, i quali sostenevano che Hitler ed il nazismo non erano stati il risultato di alcune circostanziate ed irripetibili evenienze storiche: la prima guerra mondiale e l’umiliante trattamento riservato agli sconfitti dal Trattato di Versailles, oppure la grande depressione del ’29; ma la naturale conseguenza di un lungo processo storico caratterizzato da istanze estremamente autoritarie, di cui il nazismo non fu che il logico e naturale sbocco. Talché, era conseguentemente necessario rieducare il popolo tedesco alla democrazia, in un erroneo processo, quello di Norimberga che, istruito e diretto dai vincitori del conflitto, non permise alla Germania di fare quell’esame di coscienza che solo un Tribunale composto da tedeschi avrebbe potuto imporre, e che l’intera nazione avrebbe riconosciuto.
Sicché la teoria, suffragata dai fatti, di una classe dirigente compatta e totalmente schierata contro il suo dittatore, non poteva certo essere accolta da chi pretendeva di rieducare il popolo tedesco (i vincitori) e da chi non aveva fatto nulla per impedire l’ascesa al potere del Fuehrer e per porvi fine (la classe proletaria).

Perché anche questo riuscì a dimostrare il grande giornalista: “che la lotta contro Hitler in Germania fu il fatto di alcuni nobili e di alcuni grandi borghesi contro le masse non già indifferenti ma fedelissime al nazismo. (…) Il proletariato germanico, che secondo una retorica democratica oggi in voga sarebbe stato la grande vittima di Hitler, il reazionario suo castigatore e boia, non parteggiò allora per coloro che da Hitler avevano tentato di liberarlo e oggi invano cercherebbe in tutto lo sviluppo della congiura una qualunque partecipazione comunista”.
Ciò non fu capito né dall’intelligencija antifascista né dagli alleati i quali con il loro processo, tutto teso a distruggere quanto di più occidentalistico vi era in Germania, non facevano che continuare l’opera di Hitler, che aveva avuto i medesimi obiettivi, e naturalmente quella di Stalin, ormai entrato stabilmente in metà della Germania.
Ma vi è un altro importante aspetto che traspare chiaramente dalle pagine del libro: il fastidio e l’imbarazzo che questo grande reportage – pubblicato a puntate, prima che di esso se ne facesse un libro, sulle pagine pomeridiane del Corriere della Sera (allora Corriere d’Informazione) – suscitò in Germania, anche e soprattutto fra i parenti dei congiurati, furono dovuti all’endemico sentimento di fedeltà al Governo e, quindi, allo Stato che da sempre caratterizza il popolo tedesco. Il fatto di aver tramato contro Hitler, cioè contro il legittimo potere costituito, fu un momento di grande disagio e di crisi interiore dei congiurati al tempo del complotto e dei loro familiari dopo la guerra: era giusto tradire il legittimo capo dello Stato? Era giusto per un militare non prestare fede al giuramento fatto, quand’anche il poter costituito fosse incarnato da un feroce dittatore come Hitler?
Le crisi di coscienza furono molte in Germania: per il popolo tedesco – per tutto il popolo tedesco – i sentimenti di lealtà e di fedeltà verso la patria e verso chi incarna il potere costituito non possono essere merce di baratto. E questo spiega certamente il silenzio che avvolse quegli avvenimenti in tutta la Germania.

Qualcuno, a questo punto, potrebbe domandarsi quale sarebbe stata in Italia la reazione di fronte ad un complotto di tal fatta. Io credo che ne avremmo fatto motivo di vanto e che qualche alto incarico ci avrebbe senz’altro ricompensato.
Ma noi italiani, evidentemente, non siamo tedeschi. E da loro, ammettiamolo, avremmo sicuramente qualcosa da imparare.

12 Comments

  1. Ricordo una trasmissione, un reportage in cui si intervistavano dei militari tedeschi attuali circa il tentativo di rovesciare Hitler e in particolare sulla figura di Rommel.
    Le risposte mi basirono, la stragrande maggioranza degli intervistati si dissociava decisamente da un’insubordinazione alla gerarchia e nonostante il curriculum militare di Rommel lo consideravano un traditore e lo disprezzavano.
    Io non amo i voltagabbana dell’ultima ora e dell’ultima offerta, ma ritengo che il potere debba poter esser messo in discussione di fronte ai suoi abusi e considero i congiurati dei martiri che hanno messo in gioco se stessi e le loro famiglie per un valore più alto della patria.
    Poi la sottile perfidia di Montanelli ci tira giù da questi voli pindarici idealisti, ma ci sono ordini cui è imperativo disobbedire.

    Commento by rififi — 4 giugno 2006 @ 23:52

  2. ” Gli unici avversari o concorrenti politici interni con cui Hitler dovette seriamente fare i conti e a volte combattere nel periodo 1930-1934 furono i conservatori. I liberali, il centro e i socialdemocratici non lo impegnarono mai, e neppure i comunisti. Le cose non cambiarono negli anni del suo potere illimitato dopo il 1934. (…) I conservatori, con le loro posizioni ben salde nell’esercito, nella diplomazia e nell’amministrazione, rimasero sempre per lui un problema politico: indispensabili per il funzionamento quotidiano degli affari, mezzi alleati ma pur sempre mezzi oppositori e avolte, almeno in parte, interamente oppositori. ( …) L’opposizione conservatrice non divenne mai veramente pericolosa per Hitler, e la serie dei suoi facili successi contro questo settore è ininterrotta. Tuttavia fu l’unica opposizione che gli diede filo da torcere fino alla fine; l’unica che almeno una volta avesse anche tentato di farlo. Era un’opposizione di destra rispetto alla quale Hitler si situava a sinistra. Questa collocazione offre materia di riflessione, Hitler non è facilmente collocabile all’estrema destra dello spettro politico come oggi molti sono abituati a fare. Non era certo un democratico, però era un populista: era un uomo che fondava il suo potere sulle masse, non sulle élite; in un certo senso un tribuno del popolo assurto al potere assoluto. Il suo più importante strumento di dominio fu la demagogia, e il suo apparato di comando non fu una gerarchia articolata, bensì un caotico fascio di organizzazioni di massa non coordinate tra di loro, tenuto assieme al vertice unicamente dalla sua persona. Tutte caratteristiche più che . (…) Nulla sarebbe più errato del definire Hitler un fascista”

    Commento by luca — 5 giugno 2006 @ 10:20

  3. brano tratto da ” Hitler. Appunti per una spiegazione”, di Sebastian Haffner, Milano, 2002, prefazione di Gian Enrico Rusconi, pp.76-77. Haffner era un oppositore al regime, costretto all’esilio, dal 1938, si rifugiò a Londra, scrivendo di questioni tedesche ed europee. Il libro è, secondo me, un testo splendido, scritto da un liberal-conservatore, che evidenzia molto bene i tragici errori compiuti dalla classe dirigente del suo paese, e non solo di questa. Hitler fu sottovalutato. Il più grosso errore commesso dai suoi nemici fu di trattarlo con disprezzo, di metterlo in ridicolo.

    Commento by luca — 5 giugno 2006 @ 10:30

  4. Ma in effetti non possiamo non ripensare, stando al post di La Zoppina e all’intervento di Luca, ad analoghe ambiguità della borghesia italiana nei confronti del fascismo. Entrambi i regimi accusarono il disprezzo dei ceti liberali e produttivi, sapevano che da essi sarebbe potuta insorgere una reazione al sistema. Furono quei ceti blanditi, minacciati, sedotti dai regimi con l’arma delle armi e della protezione, una tentazione cui non seppero o non vollero resistere.

    Personalmente non ho mai creduto che il nazismo sia un esito dell’autoritarismo guglielmino e tuttavia mi è chiara l’avversità, specie di natura culturale, dei ceti alti dell’esercito e della macchina statale nei suoi confronti. Ma quei ceti reacavano un peccato di origine, scontavano il malumore delle classi meno agiate. Che ad essi, più che a Francia e Inghilterra, senza per questo doverlo ammettere, imputavano le umiliazioni di Versailles o il biglietto del tram a un milione di marchi. Del resto, e prego di essere corretto se sbaglio, il Presidente della Repubblica di quel maledetto biennio 31-33 era Hindenburg, considerato uno dei padri del disastro. Hitler, dunque, va a incunearsi tra le due fazioni e agita quella di popolo contro l’establishment guglielmino. Cui, non senza convenienza, non resta che pigliare atto.

    La borghesia italiana, viceversa, è parte attiva nell’avvento del fascismo. A differenza di quella prussiana non ha il senso della nazione, assolda un perspicace avventuriero in difficoltà al fine di salvare i suoi interessi, con la prospettiva – vedi l’ipotesi del re e giolittiana- di un riassorbimento come accaduto col garibaldinismo. Vedo in questa operazione tutta la miopia della furbizia italica – da ambo le parti: Mussolini la marcia su Roma la fece in vagone letto, ricordava ieri Enzo Biagi. Sul versante germanico altro che tragicità macbethiana non scorgo. Lo spirito di due popoli.

    Ultima di queste note poverelle e sparse. Sento spesso parlare di lutto non elaborato della Germania. Non ho elementi per appurare se il giudizio sia corretto o meno ma posso andare per differenze, e allora se ripenso alla rimozione operata in Austria, e credo anche nel nostro Sud Tirolo, mi sembra di star valutando realtà assai diverse.

    Commento by Carlo Capone — 5 giugno 2006 @ 14:38

  5. Chiedo scusa a Girolamo Lazoppina per il refuso.
    C.C.

    Commento by Carlo Capone — 5 giugno 2006 @ 14:41

  6. Carlo, bello il tuo intervento, ricco di spunti e di rimandi alla situazione italiana. Una cosa però mi sento di scrivere, su un punto vorrei precisare il tuo pensiero: l’elezione di Hindenburg a presidente del Reich. Spesso si è voluto vedere in questo avvenimento la fine, o almeno l’inizio della fine, della repubblica di Weimar. Ma la prospettiva è fuorviante, a mio parere. L’ elezione di Hinbenburg fu un evento fortunato per Weimar, e le offrì una possibilità di sopravvivenza. Solo grazie alla sua presenza la repubblica apparve ancora accettabile alle destre. Ribadisco: Weimar non fu ferita a morte da crisi economiche o disoccupazione- certo, aspetti importanti, ma non così decisivi-, ancor più essenziale fu la preesistente risolutezza delle destre nel sostituire allo stato parlamentare un modello e tipo di stato autoritario, probabilmente monarchico, del quale neppure nelle loro teste vi era chiarezza su come realizzarlo.Le idee forti e risolutrici vennero fornite da un demagogo di provincia, un ultra nazionalista-populista, che erano convinte di poter manovrare, forse grazie alla forza dei loro “von” nobiliari e che , apartire dal 1924-25, aveva saputo attendere e lavorare con pazienza all’interno delle istituzioni democratiche, Adolf Hitler.

    Commento by luca — 5 giugno 2006 @ 16:11

  7. Grazie a te, Luca, per la precisazione su Hindenburg, che reputo essenziale. Colgo l’occasione per chiederti -includendo nell’invito tutti quelli intrisi come te di sensibilità e cultura mitteleuropea -un parere su Weimar e i fermenti di cui fu incubatrice. In campo letterario,mi viene in mente, il suo arco di vita coincide con la pubblicazione di Il lupo della steppa e di Narciso e Boccadoro (anche se Hesse era già in Svizzera). In ogni caso due testi cardinali del 900.

    Commento by Carlo Capone — 5 giugno 2006 @ 19:27

  8. Su Weimar si potrebbe scrivere, discuterne per un’intera vita, o quasi. Io, da parte mia, rimando ad un piccolo libretto ( centocinquanta pagine, circa), pubblicato qualche anno fa da Donzelli, ad opera di un ottimo conoscitore del mondo tedesco, Angelo Bolaffi. Si può leggere davvero con un crescendo di passione civile ed etica, e si intitola:” Il sogno tedesco.La nuova Germania e la coscienza europea”. Non è recente: ma non c’è scadenza. Le pagine sulla repubblica di Weimar, concise, essenziali, sono splendide. Utile anche per i rimandi, i collegamenti con altri grandi libri, con scrittori, in particolar modo, che hanno compreso in profondità lo spirito di quel paese, di quel popolo. Faccio una sola aggiunta, mia personale: un breve, davvero poche pagine, racconto di Borges, “Deutsches Requiem”, che sta in “L’aleph”, Feltrinelli, Universale, pp.79-88. Leggere per credere, come diceva san Tommaso.

    Commento by luca — 5 giugno 2006 @ 21:48

  9. Mi risulta pure, però, che Hitler privò, amputò la classe operaia tedesca di tutta la dirigenza comunista. Alla vittoria nazista del 1933 seguirono migliaia di arresti di sindacalisti di sinistra e comunisti. Ne furono internati nei nuovissimi campi di prigionia ( lager) circa 30.000 in pochi mesi.
    Una base ampia ebbe così una lezione terribile.
    La stessa lezione ebbe la classe dirigente militare polacca dopo la vittoria nazista: fucilati la maggior parte degli ufficiali; ai superstiti ci pensarono i russi ( fosse di Katyn).
    E’ la vecchia tecnica di Tarquinio il superbo: decapitare i vertici.

    Direi ancora che la maggioranza della classe alto borghese e aristocratica tedesca appoggiò la guerra di Hitler fino a quando le cose andarono bene, cioè quando la guerra era blitzgrieg; da Stalingrado in poi cominciarono i ripensamenti, vedi 25 luglio in Italia…..
    Non è nemmeno da dimenticare che alla vita di Hitler fu attentato più volte, e tutti questi tentativi sono ancora poco noti qui.
    MarioB.

    Commento by cf05103025 — 5 giugno 2006 @ 23:37

  10. Non voglio nemmeno dimenticarmi che il buon Indro, giornalista valente, non fu un valente storico e la sua Storia di Italia scritta con Gervaso non fu e non è un granchè: però vendete moltissimo perchè “vulgata” esposta al popolo.
    E un po’ come la storia di Aldo Busi: quando fa lo scrittore è straordinario (in genere), da intrattenitore fa la vacca.

    Mario

    Commento by cf05103025 — 6 giugno 2006 @ 08:31

  11. Mario, quando spari giudizi in questo modo non sei al tuo meglio (e perdonami se anch’io sto sparando un giudizio).

    Commento by Angelo custode — 6 giugno 2006 @ 11:35

  12. o mio Angelo che mi vegli dall’alto,
    Io su Montanelli non sparai giudizio,
    espressi opinione,
    confortata da recensioni svariate da destra e sinistra sulla Sua Storia d’Italia,
    per quanto riguarda Busi che faccia la puttana lo dice lui medesimo,
    e io lo stimo lo stesso e mi è pure simpatico.
    M

    Commento by cf05103025 — 6 giugno 2006 @ 13:01

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Powered by WordPress