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29 maggio 2006

LA STORIA NELLA TESTA, OVVERO COME HO INCONTRATO ALAIN DE BENOIST

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 20:05

di Luca Bidoli

ad Antonella, con gratitudine

Gorizia è una piccola parte nella multiforme periferia dell’Impero, una tranquilla, un po’ sonnacchiosa cittadina di confine, di un confine mobile nei secoli, destinato, sulla scia degli ultimi eventi, a diventare solo una traccia neppure troppo vistosa nelle carte geografiche, una sottile linea grigia in una distesa verde. La Slovenia si spalanca oltre la cinta delle case, tra muretti bassi e giardini, interseca viali alberati e orti, si distende tra i filari di pomodori e zucchine, retaggi contadini di mondi che a fatica si sono fatti città, identità racchiuse tra pareti e onesti mobili biedermeier, al di là delle barriere linguistiche, ideologiche, sociali.

Se l’ idea di Unione Europea assume un contesto specifico, una sua dimensione tattile, una sua luminosità diffusa è in una piazza della città, quella della Transalpina, stazione di servizio e collegamento già austro-ungarica, luogo nel quale si può, da alcuni anni, giocare al piccolo doganiere o passeur in incognito, traghettando amici e visitatori tra i due territori, nello spiazzo aperto e ludico condiviso tra i due paesi. Un piede in Italia, l’altro in Slovenia, giusto per rammentare la violabilità di ogni barriera, il superamento di qualsiasi limite, imposto dall’uomo, creato dalla storia, questa maledetta bestia che poco sa e ancor meno apprende. Un posto in cui vivere sereni, Gorizia, di quella serenità un po’ partecipe, molto distaccata, di coloro che hanno visto tanto, quasi tutto, nel corso delle loro individuali esistenze, nel tritacarne di un passato dove si poteva nascere sudditi imperial-regi e spegnersi regnicoli, titini, democristiani, nazionalisti-quindi buoni ed onesti borghesi- o altro, secondo il passaggio delle linee variabili e le cicatrici dei confini.

Civile città, questa, con il suo fascino sottile ed un tanto démodé, proprio ai luoghi che furono, che non sono più. Perché oggi la città si spegne, o almeno questa è l’impressione che se ne ricava, e non bastano alcune turbe di giovani delle due sedi universitarie regionali-Udine, la friulana, e Trieste, giuliana, strategicamente posizionate in una dimensione che racchiude e rivendica entrambe le tradizioni-a dare quella linfa vitale essenziale al suo rilancio, al suo sviluppo. La città non cresce, stenta a trovare una sua identità, si appiglia disperatamente a forme di appartenenza retorica, idealità mitteleuropee fini a sé stesse, come se la parola bastasse ad evocare miti spenti ed appassiti, rose che mai hanno profumato se non delle loro contraddizioni, del loro progressivo, vuoto narcisismo. Esiste, in città, anche un istituto apposito, denominato, non casualmente, per gli Incontri Mitteleuropei: un conclave di colti ultra sessantenni, capitanati da un “ragazzo” di quarant’anni. Schernirlo, rilevarle la scarsa o nulla consistenza, equivale ad un delitto di lesa maestà, un matricidio o altre forme di edipica soppressione, di radici tagliate, in queste isole mai affrancatesi dal mare che le circonda e le erode, a poco a poco. Una volta all’anno un convegno, confinato in una cittadella ideale, con il tutto pagato per chi viene da una località che superi la ventina di chilometri, vera sirena intellettuale per il rimborso spese valutato in pesante moneta comunitaria, spendibile per mesi, oltre le barriere del caro vita occidentale. Vi sono molti orienti, da noi e tra noi. Al di là dei confini che furono e tra quelli che persistono, nel dosaggio delle ciprie, nei guardaroba, nelle borse di cuoio.

Così la vita, nella sua sostanziale apparenza, ed essenziale inconcludenza, prosegue, senza alcun aggancio con le parti reali, dinamiche, innovative, provocanti e lussureggianti che si posizionano, non casualmente, nella sua immagine speculare, provocatoria: quella Nova Gorica da dove, in un’ora di autostrada, sei già nella capitale, in pieno centro, a Lubiana. Biscazzieri che attirano mezzo nord-est nostrano, questi sloveni, con le scie luminose dei ristoranti alla moda, dei casinò che macinano moneta sonante, vecchie lire, tramutate nella midaica valuta del miraggio europeistico, della comunità che passa prima nel portafoglio, poi, forse ed eventualmente, nel cervello. Ma è così bella la Slovenia, questa parte verdeggiante, la vera Nizza austriaca si distende su vallate dolci, colline sinuose come fianchi di matrone, piccoli villaggi descritti da Musil, con i campanili a cipolla, i balconi fioriti, le mucche da presepe absburgico. La retorica implode i confini, si fa transumanza, vero spartiacque e luogo di incontro e di transito. Mistica da stazione di servizio, di quelle sgargianti, americanizzate, con tutti gli accessori inclusi, plurilingue, almeno quelle slovene, perché gli italiani, si sa, apprendono tutto o quasi, ma lo sciavo no, proprio no, che non si è così barbari, noialtri.

In questa fortezza Bastiani- ma senza esagerazioni, perché ha voluto, cercato, in una sorta di funesta cupio dissolvi, la matrice ultima del suo anacronistico destino-, in questa trincea ungarettiana, complice l’Isonzo, placido e ristretto Don locale, possono accadere, in virtù di una sorta di legge tacita di contrappasso, le cose più inverosimili. Come un festival dedicato interamente alla Storia ( da esse maiuscola, stavolta), una kermesse di incontri, tavole rotonde, manifestazioni, escursioni guidate nelle trincee del Carso, concerti, spettacoli, con, in questa occasione, un unico filo conduttore: gli Imperi. Tre giorni di dibattiti, conferenze, presentazioni di libri, con interventi di esperti pluridecorati al pari o forse più di un veterano della Grande Guerra. Troppi i nomi, le provocazioni, per poter ricordarli e rammentare tutto. Ma su uno, uno in particolare vorrei soffermarmi, spendermi, dileguarmi in una successione di gallerie, di gioco di specchi e rimandi, quinta scenografica degna de l’année dernière a Marienbad, da passaggio obbligato della civiltà termale-terminale, da Imperi al cloroformio, vera sostanza immunizzante dalla tentazione del passato, dalla sua sifilide morale.

Ho conosciuto Alain de Benoist, in questa Gorizia da operetta viennese, una di quelle meno riuscite ed applaudite, in un pomeriggio di domenica, tra gli alberi riposanti di un giardino pubblico, in occasione della serie di eventi, chiamati “La storia in testa”. Era lì per un incontro-dibattito su “ Imperi e ideologie”, con Jean-Claude Marie Vigueur, studioso di storia medioevale, e Antonio Gnoli, responsabile delle pagine culturali di “la Repubblica”. Era seduto, solo soletto su una panchina, un inevitabile libro in mano, non so se fosse distratto dalla fontana che scandiva il ritmo dei passeggi, dei visitatori vocianti. L’aria era, del resto, da festa e per giunta era anche domenica, una laica domenica di maggio.

Di de Benoist avevo letto varie cose, articoli, qualche libro, sapevo, da manuale liceale, chi era: saggista, classe 1943, parigino, direttore delle riviste “Nouvelle Ecole” e “Krisis”, esponente della cosiddetta “nuova destra”, bestia nera, in Francia e non solo. Marginale, in patria, reo di delitti contro il pensiero, quello che si vuole e si pretende l’Unico, il solo accettabile e possibile, quello che ti regola dalla culla alla bara, ma ottempera alla tua sanità mentale, alla tua credibilità e spendibilità democratica. Libri non facili, i suoi, affascinanti sin dai titoli, dai percorsi che si immaginano, si intuiscono in una analisi impietosa della modernità, questo mostro fagocitante: da Le sfide della postmodernità. Sguardi sul terzo millennio, a Dialoghi sul presente. Alienazione, globalizzazione, Destra/Sinistra, atei devoti. Per un pensiero ribelle, fino a Comunità e decrescita. Critica della ragion mercantile dal sistema dei consumi globali alla civiltà dell’economia globale, tutti editi da piccole, coraggiose case editrici nostrane. Ancora: i miracoli delle periferie, imperiali e non.

Lo immaginavo diverso: chissà per quale misteriosa cabala interiore, avevo introiettato nel mio inconscio un volto duro, forse rude, modi netti, uno sguardo angosciato. Ed invece nulla di tutto questo. Antonella, che mi accompagnava e che già lo aveva conosciuto a Parigi, mi aveva avvertito: una vecchia famiglia nobile bretone, uno sguardo mite e distaccato, apparentemente, una leggerezza nella conversazione che faceva presagire e pregustare epoche auree, dove gli uomini fluivano nelle loro parole come velieri lungo i mari, con le scie di onde ad aprire varchi, nelle memorie. Vi è un fascino, un grado percettibile di attrazione, nelle parole dette, intonate con grazia da minuetto, da giocoliere solo apparentemente distratto.

Mi accade raramente di sbagliare: riesco ormai a comprendere la qualità degli esseri umani dalle voci. Alcune mi indispongono da subito, reagisco a loro immediatamente: mi si secca la saliva, non riesco a parlare, mi gira la testa. Del resto appartengo al genere di intelligenze che non posso che definire imperfette, mancanti. Queste sono di natura più suggestiva che comprensiva: non procedono con molta chiarezza o precisione, nelle idee, quanto, piuttosto, con una gamma variabilmente declinabile di suggestioni, accontentandosi di barlumi, accenni di sistemi, comete insomma nelle loro teste, passaggi spesso fortuiti, effemeridi di significati. Non ho molta selvaggina nel mio carniere mentale: starnazza un poco, e lascio a menti più affinate e sistematiche il compito di acchiapparla. Ma so capire le voci, le analizzo al pari di un degustatore di grandi vini di Borgogna, le centellino nei bicchieri rotondi e capienti dei miei timpani, le imprimo nella gamma dei miei registri impassibili, sensibili alle foglie.

Ho ricordi uditivi precisi, netti. Di molte persone dimentico volti, fisionomie, ma possiedo, intatte, le loro voci. Solo queste sopravvivono certe, sicure. Le posso recuperare grazie ad un ricordo improvviso, oppure a sera, quando chiudo gli occhi e la mente si libera del peso del giorno, appena trascorso, e libero le mie voci, imprigionate in gabbia fino all’inizio della luce.

Alain de Benoist, dunque. Torniamo a lui, in questa fuga di voci. Torniamo alla leggerezza della sua voce, al suono puro, alla rotondità sonora delle vocali, alla distensione aperta delle consonanti: la cristallina intelligenza, la chiarezza di una musicalità che si fa palinodia sull’universo, sull’unico-verso. Perché tutto è, diventa importante in uno scrittore: non è vero che la conoscenza diretta, fisica, svaluti l’opera, che sia inevitabile o quasi la delusione. Anzi, con i veri scrittori accade il contrario. Deve accadere l’opposto, perché uno non può valere solo sulla pagina scritta e nella dimensione umana, nel porgersi all’altro, essere meno di zero. Qualcosa che denoti un particolare segno, aspetto, una sorta di predestinazione alla grazia immonda e immorale della creazione, della lotta, del conflitto che esplode nel tuo sanatorio interiore, o nella tua lucida visione del mondo, nella tua rappresentazione di eventi ed esseri umani, di strategie che governano le realtà dei poteri, delle economie. Ci devono essere dei segnali, oltre la pagina scritta, nel contatto diretto, nella immediatezza della tua percezione.

Alain de Benoist ha una delle voci più belle che mai io abbia avuto modo di ascoltare, e questo non solo in virtù o grazie al suo francese, di grande scuola. Questo non basta, anche se, non faccio fatica a riconoscerlo, non è certo poco. Ma non è tutto. La nostra voce non è che uno strumento, uno specchio della nostra mente, una cartina al tornasole della nostra interezza morale, della dimensione etica alla quale, interiormente, apparteniamo. Raccolgo voci, ad esempio, per affinare la mia conoscenza degli uomini, e trarre giovamento da questa. Da giorni rileggo i suoi libri, sono diversi, sono già diventati altro. Li nutro delle sue stesse intonazioni, della sua stessa lingua, dei gesti che ho interiorizzato con una mimica che celebra l’evento, la corporeità. Penso a ciò che è perso per sempre, alle voci che mi mancano. Agli scrittori che amo e che ho amato, e che posso leggere solo attraverso la mia declinazione, il mio accento.

La realtà, questa infida anguilla che sfugge sempre dalle nostre mani, è spesso più complessa o più semplice di quanto non appaia. Il fatto è che questo scrittore-saggista incarna, oggi, un modello: quello dell’intellettuale di razza, di uno spessore che raramente ho intravisto nei pachidermi italici, sovente più ben predisposti a pavoneggiarsi e autoincensarsi nell’agorà mediatico. E può farlo con sobrietà, senza alzare la voce, con le mani che non gesticolano, con il garbo di chi lascia spazio e tempo all’interlocutore, di chi ringrazia per una domanda posta, di chi è, innanzitutto, un uomo mite, di quella mitezza che è esattamente l’opposto della paura o della pochezza. Di quella antica mitezza che è e diviene specchio di una maturità intellettuale frutto di fatica, di lavoro interiore, di personale conquista ed indipendenza, di chi sa ed ha appreso che le idee vere sono quelle che costano, anche l’esclusione, anche la messa al bando. Idee pericolose, dunque: sono esse le armi della lucida consapevolezza di essere parte cosciente del mondo, sguardo che rivela a sé e agli altri il grado di follia nel quale tutti noi siamo rinchiusi. Coloro che sanno, secondo gli antichi, camminano sempre sui crinali: non vi può essere conoscenza se non in un limite, in un punto che è e rappresenta anche un reale pericolo, un abisso. Una voce non ci salva, perché anche la parola non possiede che sé stessa. Ma può essere sufficiente come giaciglio, per quella notte che attraverseremo soli.

8 Comments

  1. Avevo scritto un commento e poi questo di per sè sparì per fatalità,
    per via di troppi accenti miei, forse,
    ma è un gran bell’articolo,
    e più che altro è narrazione,
    una storia che ti introduce in Gorizia (città pochissimo nota agli italiani)
    e ti fa sentire un’atmosfera, ti fa sostare a gustare ed a guardarti in giro,
    e cita le cose giuste
    ed alla fine ti fa incontrare un uomo vero,
    non un fantasma o un fantasia,
    una persona

    Mario

    Commento by cf05103025 — 31 maggio 2006 @ 19:38

  2. Si, è vero, forse perché Bidoli qui si muove come un’equilibrista, in punta dei piedi sulla linea di confine, narrando la sospensione che degusta in quella terra e in quella storia, e anche su quella panchina, in quella voce, una sospensione che affonda, nel senso umano delle cose.
    Mi ha fatto bene leggerlo.

    Commento by Mia H. — 31 maggio 2006 @ 21:24

  3. Grazie, Mario e Mia. Sì, Gorizia è davvero un posto strano, ricco delle sue contraddizioni, del suo passato, delle sue barriere vere e presunte. Una città poco conosciuta, con la grande incognita della sua parte gemella, oltre quella linea di confine che è ancora, piaccia o no la cosa, un confine: un luogo di equlibristi insomma. Mi ha fatto bene leggere le vostre parole, a volte non sono sempre sicuro, nella possibilità di trasmettere le mie sensazioni, le mie emozioni. Sono queste a farmi sentire vivo, e chi le legge, e le persone con le quali dialogare. Alain quel giorno è stato soprattutto questo.La cosa più assurda è che io non parlo francese, e lui poco l’italiano. Entrambi abbiamo fatto uso del tedesco, non so come sia accaduto proprio con quella lingua ( e non l’inglese, ad esempio), ma tant’è. Curioso ascolare un francese che parla in perfetto deutsch! Anche un italiano, forse. Grazie ancora.

    Commento by luca — 31 maggio 2006 @ 21:38

  4. p.s. l’intervento di de Benoit, ovviamente, era in francese! Qualcosa, più di qualcosa, a dire il vero, lo capivo. Poi c’era Antonella, una sociologa che ha studiato anche a Parigi, dove ha conosciuto Alain. Lei non sa il tedesco, per fortuna .

    Commento by luca — 31 maggio 2006 @ 21:53

  5. Sono d’accordo con Bidoli: la voce è tutto. (Soprattutto per i cantanti…)
    Pezzo di alta qualità (e infatti si trova su Uffenwanken, mica sul primo blog a portata di byte).

    Commento by F.K. — 31 maggio 2006 @ 21:55

  6. Da ragazzino, quando studiavo dai gesuiti, Gorizia era sinonimo di città dolente, a un passo dalla bocca di mangiafuoco. E in effetti l’orco doveva entrarci, se ci parlavano di un cimitero spezzato in due. Ora non so se fosse propaganda ma quella immagine io me la porto dentro. Poi magari a Gorizia ci si diverte e si fa all’amore.
    Pezzo bellissimo, comunque.

    Commento by Carlo Capone — 1 giugno 2006 @ 17:31

  7. A Gorizia i morti stanno rigorosamente o da una parte o dall’altra, a quanto mi risulta: il problema è che la stessa cosa accade ai vivi. Confermo il resto: ci si diverte e si fa all’amore.

    Commento by luca — 1 giugno 2006 @ 18:31

  8. Quella del cimitero tagliato in due non è una leggenda, purtroppo. E’ il cimitero di Merna, un paese piccolissimo tra Gorizia e Nova Gorica.
    La stessa cosa accadde a stalle improvvisamente separate dalle case e a terreni agricoli, o, peggio ancora, a famiglie, trovatesi separate nel momento della definizione immediata del confine e che hanno dovuto attendere anni per ricongiungersi.

    Uno dei più bei pezzi abbia letto in rete finora. Da goriziana, e da lettrice, ringrazio di cuore.

    Commento by Fainberg — 4 giugno 2006 @ 00:05

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