The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

15 maggio 2006

UNA CERTA PENA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:06

A questo punto la Juventus ha vinto il campionato. Non sappiamo se sarà un campionato vinto. Sarà un campionato vinto magari dalla terza in classifica, l’eterna terza, si potrebbe dire, l’Inter. Sarebbe un campionato perso, dunque.
Quando le cose paiono non poter essere riparate si dice: “quel che è stato è stato”. E’ importante da dire, questo, soprattutto per voltare pagina, riprendere, ripartire con una ripartenza (dalla difesa velocemente all’attacco).

I magistrati che stanno indagando sugli illeciti sportivi di cui tutti ormai siamo a conoscenza hanno detto chiaramente che questa è un’occasione unica: che se ci fossero testimonianze attendibili si potrebbe scavare veramente a fondo e così rifondare il calcio. Questa tangentopoli del pallone agisce sui sentimenti “bambini” che muovono gli appassionati di quello che ci ostiniamo e ci ostineremo ancora a definire il “gioco più bello del mondo”. Vengono colpiti i nostri sentimenti di tifosi, cioè di innamorati ciechi sordi e muti. Stavolta potremmo ascoltare qualcosa che vada al di là della nostra passione che ci fa compagnia ed eco fin dalla più tenera infanzia. Dico potremmo perché ci siamo di mezzo tutti, in qualche modo, beninteso a diversissime gradazioni: fanno ridere amaro gli striscioni sventolati ieri in certi stadi: come i pizzini con l’aggiunta di telefonini, l’invocazione sarcastica fatta a Luciano Moggi di far qualcosa per migliorare le pagelle dei figli alla fine dell’anno scolastico. C’è in mostra, qui, parte di un temperamento tutto italiano, lo sfogo impulsivo nella commedia. Moggi ha quasi pianto davanti alle telecamere, ieri, e quando si piange si è quasi a metà dell’opera della ricostruzione di se stessi, della propria intima “ripartenza”.

Diego Della Valle (implicato anche lui, vedremo fino a quale punto) giorni fa accennò alla figura di sua nonna, la quale proverbialmente gli diceva: “Male non fare, paura non avere”.
Purtroppo si puo’ avere paura anche se non si è fatto del male, perlomeno se non si è fatto del male direttamente. Il male è assemblato in un congegno morbido, spesso viscido, agisce spesso in modo traslato. Se Moggi era il capo della cupola che decideva moltissime cose sulle sorti del calcio italiano (e questo noi tutti lo sapevamo, non era certo difficile leggere la faccia del furbo impunito, del bugiardo, quando lo si vedeva e sentiva parlare come in codice, per mezze frasi; quella del bugiardo, del “simpatico mascalzone”, è una figura di riferimento certo nell’immaginario collettivo morale italiano) – tutti gli altri si adattavano. Era l’adattamento al regime. Non stiamo affatto venendo fuori, in queste settimane, da una psicosi collettiva; niente di nuovo sotto il sole, invece: che il calcio ha spesso vissuto di aggiustamenti, da decenni, è cosa nota. Però non pensavo, io personalmente, che si fosse arrivati tanto in alto nel discendere verso il basso.

Un uomo che soffre puo’ suscitare pena. Soprattutto un uomo sconfitto. Moggi quasi in lacrime davanti alle telecamere puo’ suscitare questo sentimento, un sentimento assolutamente positivo. L’abbiamo già perdonato, dentro di noi, se conserviamo un po’ di compassione: perché oltrettutto anche noi sapevamo, o perlomeno sospettavamo. E ci facevano divertire, a volte, i suoi modi da “simpatico mascalzone”.

La garanzia dell’impunità (la spia di questo è l’uso disinvolto dei telefonini da parte degli attori di tutta questa lunghissima commediola miliardaria) è qualcosa su cui riflettere. Puo’ darsi che sia indice di una specie di scollamento dal senso di realtà. Si crede che – avute certe garanzie da chi sta in alto, molto in alto- non si possa temere eccessivamente il peggio. Il delirio di onnipotenza ha forse preso il sopravvento su tutto.

O forse, quasi viceversa, Moggi e compagni hanno vissuto per anni e anni con la paura incombente di quel che alla fine è successo; ma anche qui, era lo scollamento dal senso di realtà che portava avanti il loro “gioco”, le loro vite. La sostanziale ingenuità del furbo professionale. L’incapacità di vederci chiaro anche quando si vede tutto nero. Ma di come è andata davvero la faccenda, anche in questi risvolti, capiremo meglio più avanti. Luciano Moggi farebbe bene, e presto, a vuotare il sacco tutto intero, arrivato al suo capolinea professionale. Dovrebbe fare nomi e cognomi, andare davvero a fondo nell’escavazione del pattume conglomerato.

Se come ha scritto il giornalista Michele Fusco in un brillante articolo il calcio (era) anche Nereo Rocco, il grande paròn, che espulso in una partita di tanti anni fa dall’arbitro Lo Bello, andandosene, si tolse ironicamente il cappello (con la classe innata di quel tipo di uomini di cui il paròn faceva parte) ; o se il calcio (era) anche il suo collega Nils Liedholm, al quale venne trepidamente chiesta una mano da Berlusconi e lui, il furbissimo svedese, gli porse effettivamente la mano destra per una stretta proprio da manuale; se questo (era) anche il calcio, allora possiamo pensare, andando un po’ oltre soprattutto nel tempo, che il calcio era e ancor di più è (oggi) come Di Canio: uno che fa il saluto romano contro la curva avversaria, in Inghilterra prende a calci un arbitro e, sempre nella stessa Inghilterra, commette un gesto di fairplay mai visto sui nostri campi, che io ricordi; e per il quale il fascistello cresciuto ricevette encomi e premi da ogni parte. Il calcio, insomma, è schizofrenico.

Tra poco inizieranno i Mondiali di Germania. Ricordo precisamente i mondiali di Argentina del 78, vinti dalla squadra di calcio locale grazie alla politica dittatoriale della cosca militare del generale Videla. Ricordo i mondiali di Italia 90, vinti dalla Germania per un rigore inesistente nella finale con l’Argentina. Oggi a me, domani a te. Ricordo ancor meglio – è ovvio- i mondiali di Corea-Giappone: partite surreali, uscite di scena inconcepibili: i mondiali più “aggiustati” della storia.

Tra poco, insomma, inizieranno i Mondiali. Alla guida del calcio planetario c’è da circa due secoli e mezzo (decennio più, decennio meno) lo svizzero Josef Blatter, il Moggi universale.
Ecco perché (anche) le lacrime trattenute di Moggi in televisione hanno suscitato in me una certa pena.

(Nella foto: Nereo Rocco)

12 Comments

  1. intanto, da quando ha firmato per la GEA, nino non ha più paura di sbagliare il calcio di rigore.

    Commento by diderot — 15 maggio 2006 @ 14:28

  2. Bel pezzo, Franz.

    Commento by Giancarlo Tramutoli — 15 maggio 2006 @ 16:38

  3. Sì, Franz, sottoscrivo tutto. Moggi è la classica punta dell’iceberg.

    Commento by Nicolò La Rocca — 15 maggio 2006 @ 18:30

  4. Per me il calcio è soprattutto questa storia:

    “Kiev domenica 9 agosto 1942. Allo stadio Zenith si gioca la finale di un torneo che ha visto opporsi squadre di varie nazionalità, per la maggior parte composte da prigionieri dei campi di lavoro nazisti. Protagonisti dell’ultimo atto della competizione sono gli ucraini dello Start (una selezione di campioni della Dinamo e del Lokomotiv) e una compagine di ufficiali tedeschi della Lutwaffe.
    Sugli spalti, dove sono assiepati in ordine sparso solo anziani, bambini, poliziotti e soldati per la maggior parte ubriachi, si respira un atmosfera surreale.
    Le squadre entrano in campo solo pochi attimi prima del fischio d’inizio. I tedeschi perfettamente allenati con le loro divise confezionate per l’occasione, i prigionieri sovietici con le facce stremate per gli sforzi dei precedenti incontri e vestiti con delle V rosse a maniche lunghe trovate al mercato da Trusevic, il portiere capitano.
    Con un saluto a Hitler inizia l’incontro e i tedeschi vanno presto in vantaggio con la complicità di un arbitro che fischia solo quando sono i sovietici a manovrare il gioco. I giocatori dello Start non provano nemmeno a protestare per le entrate fallose degli avversari e cercano solo di parare come meglio possono i colpi più violenti e pericolosi. I nazisti credono di averli in pugno, ma con uno scatto d’orgoglio Ivan Kusmenko pareggia con un tiro da lontano scagliato un attimo prima che l’arbitro abbia il tempo di accorgersi della sua azione. “Mica ci ammazzeranno per un pareggio?” pensano i prigionieri mentre il gioco riprende con una più accesa animosità. Pochi minuti dopo, quando l’agonismo ha ormai preso il sopravvento, Makar Gonciarenko realizza una doppietta che manda negli spogliatoi le due squadre con i sovietici in vantaggio.
    Nell’intervallo quella che sembrava una sgradevole sensazione si trasforma in una tragica certezza. Un ufficiale nazista accompagnato da un interprete si presenta nella baracca dello Start e fa capire chiaramente che se i tedeschi avessero perso la partita i giocatori ucraini difficilmente avrebbero potuto raccontare la loro impresa.
    L’ennesimo ammonimento sembra essere stato accolto perché alla ripresa delle ostilità i tedeschi pareggiano. Ma nonostante la paura, la stanchezza e le ferite del corpo e dell’anima, la squadra degli internati riprende ben presto in mano le redini dell’incontro superando l’estremo difensore tedesco per altre due volte.
    Il risultato finale è di 5 a 3 e lo Start si aggiudica il torneo in virtù delle sue 9 vittorie con 56 reti fatte e 11 subite.
    Dopo il fischio dell’arbitro, i giocatori sovietici riflettono incerti sul loro tragico destino, fermi, immobili nei pressi dell’unico luogo dove si sentono al sicuro, la lunetta del centrocampo.
    I nazisti non impiegano molto a mettere in pratica le loro minacce e il primo a farne le spese è Nikolai Korotchich. Il giocatore viene torturato e poi fucilato con l’accusa di essere una spia. Molti altri, nei giorni successivi alla partita, furono inviati nel campo di concentramento di Sirets, condotto dal temibile Paul von Radomski.
    Il portiere Trusevic e Kusmenko pagano l’affronto un mese dopo, uccisi per rappresaglia.
    Si salva invece Makar Gonciarenko, l’uomo che aveva realizzato la doppietta del primo vantaggio. In suo onore, la Dinamo Kiev ha realizzato un busto commemorativo su cui è incisa la dedica “A uno che se lo merita”.

    http://www.raiinternational.rai.it/giostra/rubriche/storie/cinema1.shtml

    effeffe

    Commento by effeffe — 16 maggio 2006 @ 09:23

  5. Grazie effeffe, bisognerebbe stamparlo e distribuirlo negli stadi, soprattutto in quei settori dove il tifo più becero si ammanta di razzismo, di xenofobia, di deliri nazisti: praticamente il brodo di coltura da cui scaturisce il potere mafioso dei mogi mogi, dei leccalecca galiani con nano incorporato, dei carari similbenito. Intanto domani lo faccio leggere ai miei ragazzi.

    Commento by fm — 16 maggio 2006 @ 11:28

  6. Caro Francesco, questa secondo me è politica infernale anno di grazia 1942.
    Sui russi (sovietici) di quei “bei” tempi io poi sventolerei (altro che stendere) un velo pietoso.
    Stiamo parlando, qui, del calcio vero, di oggi, non di quello militarizzato dei nazisti.
    Comunque, a quanto pare Moggi, dopo 6 ore d’interrogatorio, è riuscito a dire: “agivo contro i poteri forti”. E che non è lui il burattinaio…

    Commento by F.K. — 16 maggio 2006 @ 11:37

  7. Scusate per quest’aggiunta su Nereo Rocco: ma è per dire, secondo me, cosa dovrebbe essere il calcio. Cosa potrebbe ridiventare. E in onore di un grande del suddetto calcio. Purtroppo di ieri. Copiaincollo da http://www.tuttotrieste.net

    “Nereo Rocco è il più grande giocatore ed allenatore di calcio che Trieste abbia mai avuto.
    Il suo nome e le sue imprese (più da allenatore che da giocatore) sono conosciute in tutto il mondo ed il suo ricordo è oggi un vanto per la città di Trieste.
    Ho voluto dedicare a lui questa pagina, ripercorrendo la sua vita e le sue imprese calcistiche:
    Nereo Rocco nasce a Trieste il 20 maggio 1912 nel rione di San Giacomo. Già da piccolo la sua famiglia si trasferisce in Rion del Re (dapprima in via Rossetti e poi in via Massimiliano D’Angeli dove tutt’ora abitano la vedova ed i figli), rione dove vivrà per tutta la vita.
    La famiglia di Rocco è abbastanza agiata grazie alla macelleria di loro proprietà, che fornisce tutte le navi del porto.
    La passione per il gioco del calcio, nasce in Nereo fin da piccolo, osservando le partite della neonata Unione Sportiva Triestina (il suo primo e più grande amore) che gioca in un campo di calcio strappato alla sterpaglia vicino a casa sua: era lo storico campo di Montebello dove oggi sorgono i padiglioni della Fiera.
    Rocco organizza piccoli tornei con gli amici creando vere e proprie squadre finché un giorno viene notato da Ovidio Paron, dirigente della Società Ginnastica Triestina, che porta nella propria squadra lo scolaro Nereo.
    Nel 1927, grazie all’insistenza dell’amico Piero Pasinati (poi campione del mondo 1938), Rocco entra a far parte dei Boys della Triestina per poi passare alle riserve della prima squadra, esordendo in serie A in una partita contro il Torino e diventando poi a 18 anni titolare a tutti gli effetti (1930).
    Rocco giocherà con la Triestina dal campionato 1930/31 al 1936/37 (otto stagioni in serie A), partecipando a 232 partite e totalizzando 66 reti.
    Nel frattempo arriva per Rocco anche la convocazione nella Nazionale B (1933) con la quale disputa, fra le altre, una partita contro la nazionale austriaca (vinta per 2 a 1 dagli azzurri) nello Stadio di Valmaura (allora Stadio del Littorio) gremito in ogni ordine di posto. In quell’occasione Rocco scommise con il suo pubblico che avrebbe segnato un gol, altrimenti si sarebbe tuffato dal Molo Audace; il gol non ci fu e Rocco davanti ad un folto pubblico incuriosito ed ai giornalisti, fece il fatidico tuffo nelle allora non inquinate acque delle rive.
    Nel 1934 arriva anche la convocazione nella Nazionale A allenata da Vittorio Pozzo che, nello stesso anno, porterà gli azzurri per la prima volta in vetta al mondo, ripetendo l’impresa anche quattro anni più tardi. Rocco disputa solo il primo tempo di Italia – Grecia al San Siro di Milano, ma poi Pozzo riterrà più idoneo Ferrari al fianco di Meazza e per Rocco terminerà per sempre l’avventura azzurra.
    Durante il periodo difficile della seconda guerra Rocco si reca al Napoli, dove lascerà un ottimo ricordo di se, per poi passare dal 1940 al 1942 al Padova che militava in seconda divisione (serie B). Nel ’45 in un’Italia confusa, Rocco fa da terzino-allenatore a Trieste prima presso il Circolo Sportivo Cacciatore e poi alla Libertas, pur restando attaccato agli ambienti calcistici della Triestina, costretta a giocare a Udine (campo gentilmente concesso dai friulani) per il divieto di giocare imposto dal Governo Militare Alleato che amministrava in quegli anni Trieste; Rocco lotta per far partecipare l’Unione alla neo-costituita serie A italiana (mentre il Ponziana partecipa al campionato jugoslavo).
    Giungiamo quindi nel 1947 (ricordiamo che mentre per il resto d’Italia la guerra era finita per Trieste non lo era ancora del tutto e non lo sarà ancora per molti anni) con la Triestina ammessa di diritto alla serie A italiana (ed il Ponziana sempre in serie A jugoslava) e con un nuovo allenatore: Nereo Rocco.
    E’ questo l’anno del miracolo rossoalabardato, il miglior campionato mai disputato dalla Triestina ed il miglior piazzamento mai ottenuto. E’ doveroso indicare i numeri che quell’anno Rocco fa scrivere nell’albo della Triestina:
    il secondo posto è occupato da Triestina, Juventus e Milan a quota 49
    (vince il Torino con 65 punti, il grande Toro di Grezar che perirà nel disastro di Superga)
    la Triestina segna 51 reti e ne subisce 42
    in casa ottiene 15 vittorie, 5 pareggi e zero sconfitte
    in trasferta ottiene 2 vittorie, 10 pareggi e 8 sconfitte
    A campionato concluso, Rocco porta la squadra in Turchia per partecipare ad un torneo dove in finale la Triestina batte per 4-1 il Galatasaray.
    Qualche anno dopo Rocco abbandona l’incarico per divergenze con la dirigenza.
    Nel 1951 accetta l’incarico di allenare il Treviso ma questa breve esperienza verrà interrotta per far ritorno nuovamente e per l’ultima volta alla Triestina dove, i vecchi problemi con la proprietà allontaneranno per sempre Rocco dalla società.
    Passa quindi al Padova in serie B salvandolo in extremis dalla retrocessione in terza divisione, per poi portare la squadra addirittura in A il campionato successivo (54/55).
    In serie A il Padova si fa conoscere per il suo metodo di gioco a “catenaccio”, che sarà il marchio con il quale Rocco dovrà convivere e che porterà la squadra ai massimi vertici. Fin dall’inizio tutti gli specialisti critichano il tipo di gioco di Rocco, appellandolo spregiativamente “catenacciaro”; solo oggi ci si rende conto che il suo stile è praticato da tutti e che Rocco è stato il precursore del calcio moderno, ma lui già allora si difendeva con: “…solo noi femo el catenacio, i altri fa calcio prudente!”.
    Il Padova organizzato da Rocco si compone di giocatori alti, robusti e determinati, che la stampa definirà “Panzer Football Club” e Rocco battezzerà scherzosamente “Manzo Football Club”, che scala i vertici della massima serie, infastidendo le grosse squadre.
    Rocco rimane al Padova fino al 1958 ottenendo un terzo posto nel campionato 57/58 (dietro a Juve e Fiorentina) il miglior piazzamento della storia del Padova Calcio. Si dice che ancora oggi a Padova c’è chi sul comodino tiene la foto di Rocco accanto a quella di Sant’Antonio.
    Nel frattempo, il 04 luglio 1958 Nereo Rocco viene nominato “Cavaliere della Repubblica per meriti sportivi”
    (ma no i ga altri mone de darghe premi, sti ‘taliani? E’ il suo commento)
    e nel 1960 Gipo Viani lo chiama ad allenare la Nazionale Olimpionica dove ci sono dei giovanissimi Trapattoni, Burgnich e Rivera.
    La Nazionale uscirà dalle Olimpiadi con un quarto posto in quanto perde la partita, finita pari, per un avverso lancio della monetina alla quale viene affidata le sorti delle due squadre avversarie.
    Nel 1961, Rocco viene chiamato ad allenare un Milan disastrato, divenuto la seconda squadra della città, surclassato dall’Inter, dove giocano Rivera e Trapattoni. In quello stesso campionato (1961/62) Rocco vince lo scudetto e l’anno successivo la Coppa dei Campioni (la prima Coppa europea vinta nel dopoguerra da una squadra italiana) battendo per

    2 a 1 il Benfica di Eusebio
    (Wambley 22 maggio 1963).

    Dopo aver vinto anche il torneo Città di Milano, Rocco passa al Torino che allena per quattro campionati ottenendo i migliori risultati del dopo Superga. Nel Torino gioca Enzo Bearzot che Rocco accompagnerà nel passaggio da giocatore ad allenatore.
    Nel campionato 67/68 Nereo è di nuovo al Milan dove vince subito lo scudetto (dietro di lui distanziato di 11 punti c’è l’Inter del Mago Herrera) e la Coppa delle Coppe battendo per 2 a 0 l’Amburgo.
    L’anno successivo è di nuovo Coppa dei Campioni con un 4 a 1 in finale contro l’Ajax per poi vincere anche la prestigiosa Coppa Intercontinentale ai danni dell’Estudiante di Rio.
    Nel 1971 è la volta di mettere in bacheca la Coppa Italia e nel 1973 la Coppa delle Coppe ai danni del Leeds.
    Rocco lascia il Milan nel 1973 portando quasi ogni anno la squadra al secondo posto e lasciando la stessa con il rammarico di non essere riuscito a vincere lo scudetto della stella (sta stela porta sfiga!).
    Passa alla Fiorentina per il campionato ’73/’74 per poi ritirarsi nella sua Trieste a Rion del Re.
    Nel 1977 viene chiamato dal Milan in qualità di direttore tecnico e di consigliere dell’allenatore Niels Liedholm.
    Purtroppo Rocco si è sempre rifiutato di sottoporsi a controlli medici, trascurando spesso la salute.Il grande Nereo Rocco, muore all’Ospedale Maggiore di Trieste il 20 febbraio 1979.

    Il 18 ottobre 1992 Trieste inaugura il suo nuovo stadio da più di 30.000 posti. Una struttura moderna, un mausoleo dello sport. Lo stadio si chiama NEREO ROCCO.

    (vedi l’addio di Gianni Brera a Rocco)

    Ho letto molto su Rocco e sono rimasto affascinato nel conoscere l’uomo ed il campione che c’era in lui, serio e scherzoso, carismatico e amicone, burbero e timido. Però quello che secondo me è fonte di grande orgoglio per i triestini, è come sia riuscito ad imporre la propria lingua, il dialetto triestino, ovunque andasse. I giornali riportavano le sue interviste:
    “Pasta e fasoi xe la nostra droga quotidiana, bisteca de caval e un bicer de vin giovedì matina a le dieci”

    “A Milano son el comendator Rocco ma a Trieste resto quel mona de bechèr”

    Rocco gioca il calcio di inizio secolo, per la pura passione di giocare per la propria squadra, un calcio tutto cuore e gambe. Egli rinuncerà, infatti, a diverse proposte anche economicamente vantaggiose di passare a squadre come il Milan, perché il suo cuore era solo per l’Unione. Lo stesso accadrà quando percorrerà la carriera di allenatore, rinunciando ad ingaggi milionari pur di proseguire un certo programma con le sue squadre e pur di mantenere gli impegni dati (un omo la parola el la tien). I suoi passaggi da una squadra all’altra arrivano sempre e solo nel momento in cui si logora il rapporto con la dirigenza.
    Rocco faceva parte di un calcio schietto e pulito e da allenatore pluridecorato recepirà, suo malgrado, quel cambiamento che farà diventare il calcio un fenomeno mastodontico, sentendo addosso come quel calcio stava cambiando in qualcosa d’altro nel quale lui non riuscì mai ad identificarsi. Ma non immaginava minimamente la marea di denaro che quel suo amato sport sarebbe riuscito in futuro a muovere.
    Speriamo che al più presto la Triestina sappia onorare il nome del suo stadio, ritornando nel calcio che conta e cercando di rimanervi.
    Massimo”

    Commento by F.K. — 16 maggio 2006 @ 13:10

  8. Scusa Franz però il vero “miracolo” di quella triste partita fu non la vittoria dei soviet sui nazi ma del gioco (il calcio) contro ogni forma di potere. In fondo i giocatori potevano anche perderla quella partita, ottenendone salva la vita. Ma il gioco, quella sana malattia del giocare ad ogni costo e sfidando ogni pericolo costi quel che costi, è un vero antidoto al potere. A proposito di questo una storia bellissima me l’ha raccontata un filosofo italiano geniale di cui tacerò il nome. Siamo alla fine degli anni settanta e molti intelettuali di potere operaio si ritrovano in cella. In uno di questi carceri i detenuti politici e quelli legati a mafia e camorra si dividono l’oria d’aria e il cortile. Si organizza un torneo di tennis e in finale i ritrovano i due autorevoli intellettuali contro due capi mafiosi. Inutile descrivere-mi raccontava- la tensione nei giorni precedenti e comunque a qualche ora dalla partita c’era stato un chiaro messaggio minaccia: o perdete o perdete. A questo punto lui mi racconta di come in una situazione di parità nella fase finale sia lui che il compagno si sentirono come posseduti da quel demone del gioco e vinsero. Le notti successive furono pare un inferno. Ma molti anni dopo al solo ricordo ne veniva fuori un’esperienza come di paradiso.
    Comunque per la bibliografia raccomando questi due libri
    Le Football , ombre et lumière de Eduardo Galeano. Michéa Jean – Claude , Galeano Eduardo .
    Michéa Jean – Claude , LES INTELLECTUELS ET LE FOOTBALL
    effeffe

    Commento by effeffe — 16 maggio 2006 @ 18:19

  9. Io non so un tubo di calcio,
    non me ne interesso più dall’adolescenza,
    allora giocavo da portiere,
    perchè per il resto facevo schifo,
    anche da terzino,

    Però ‘sti qui che prima imperversano, minacciano per telefono
    che paiono i padroni del mondo e poi piangono davanti ai giudici
    mi fanno un po’ schifo, vi dico.
    Io li manderei a svuotare pattumiere nelle bidonvilles di Johannesburg.
    Ma poi ‘sto Moggi ( che manco sapevo che esistesse) da dove diavolo viene, che mestiere faceva, come ha fatto i soldi ?!
    Era mica un operatore ecologico?
    Lì sì che si guadagna bene……

    MarioB.

    Commento by cf05103025 — 17 maggio 2006 @ 00:16

  10. Caro Mario, Moggi faceva il ferroviere. E il calciatore dilettante. (Si, insomma, era un hobby).

    Francesco, grazie per la nuova storia (decisamente più bella della prima sui fottuti nazisoviet) e per i consigli di lettura. Un bel libro sul calcio (che poi è una raccolta di articoli di qualche anno fa per El Pais) è secondo me “Selvaggi e sentimentali” del notissimo Javier Marias, tifoso del Real Madrid.

    Commento by F.K. — 17 maggio 2006 @ 09:17

  11. otti.
    scusi dottor kraspenar sur mio blogghe http://lucianofreud.splinder.com grandi rivelazioni sur caso de lucianone moggi.
    tantissime care cose dar suo
    lucianone

    Commento by luciano freud — 17 maggio 2006 @ 14:43

  12. Llibre Vermell…

    news…

    Trackback by Llibre Vermell — 20 giugno 2007 @ 02:38

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