The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

23 marzo 2006

FLASHBACK

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 22:45

Essendo uno scrittore – un illuso, un piccolo sognatore di professione, un killer a cottimo dell’anima, un privilegiato dilapidatore di storielle che aspirano pretenziosamente alla durata – mi chiamano spesso per convegni in ogni parte del mondo; ma io preferisco naturalmente la mia città in quanto odio viaggiare, per nessun’ altra ragione, dico: perché la mia città io la odio. Dunque eccomi qui, oggi 25 marzo 2006, a questo nuovo convegno dal titolo “Disagio psichico e letteratura – dai fatti di cronaca al romanzo”. C’è una psichiatra che deve parlare assieme a me. In mezzo a noi, davanti a poche persone perlopiù già annoiate, il promotore del convegno, l’avvocato Prati. La psichiatra l’ho già vista, ma dove? Ecco, si, l’avevo dimenticata – si dice rimossa, è vero – e invece è lei, la dottoressa Tavanti (perché quando ho ricevuto l’invito non ho ricordato il suo nome?); si, la dottoressa che mi curò dieci anni fa, per qualche drammatico mese. Dalle mie turbe. Senza nessun successo. Ansia e attacchi di panico. Poi è passato tutto, almeno credo: ma ci sono voluti anni. Sono diventato uno scrittore di successo. E questo mi ha guarito, proprio nient’altro, io questo lo so, io questo lo so bene.

L’avvocato Prati finisce di parlare, alla mia sinistra. Mi ha appena ceduto la parola, devo introdurre l’argomento. Devo parlare – credo – dei miei libri in rapporto alla realtà circostante. I miei libri parlano soltanto di disagio psichico, non so parlare d’altro, questo è il mio campo, il mio raggio d’azione, il mio pane quotidiano, soprattutto il mio passato, nemmeno tanto lontano. Mi giro verso la dottoressa Tavanti, che mi sta guardando con una strana faccia; ma si, deve avermi riconosciuto! E allora? Cosa dico adesso? Un vuoto mentale straordinario incolla la mia lingua ispessita dall’ansia al mio palato molle.
“Io credo di non aver tratto alcun giovamento, da lei”, dico alla Tavanti in piena trance, nella quale sono caduto da circa venti secondi. “Nessun giovamento, ecco, si, lo ripeto. Per sette mesi, due volte alla settimana, ho fatto tutta la linea della 95, da Piazzale Siena fino a Via Bernardino Verro, per venirla a trovare nel suo piccolo studio all’estrema periferia della città; sette mesi di vero incubo, con gli attacchi di panico che progredivano, che si allargavano a macchia d’olio dentro di me; e dunque prendere la 95 e fare una ventina di fermate fino al suo studio, come in un estremo esilio, hanno rappresentato, per quei sette mesi due volte la settimana, dunque per – in totale – 112 viaggi, e pertanto per un totale generale di circa 2240 fermate, con conseguenti scossoni date dalle frenate quasi sempre brusche – c’è traffico, sulla linea, a qualsiasi ora- una vera tortura, ecco, si, una tortura vera e propria. E poi i 50 minuti cronometrati di seduta psicoterapeutica nel suo studio, seduto su quella poltrona bamboleggiante rosa confetto, a parlare con affanno e imbarazzo estremo dei miei guai, dei miei fallimenti grandi e piccoli, delle mie inadempienze, dei sensi di colpa che provenivano con puntualità svizzera da quelle stesse inadempienze; e lei che ogni tanto diceva una cosa qualsiasi che però puntualmente mi feriva, come “lei è un ingenuo”, oppure “lei è un egoista”; e io lì, come un pupazzo sbattuto in aria dalle mani incattivite di un bambino ferocemente non amato, addirittura rifiutato dai genitori, che non riuscivo nemmeno a replicare con un “non è vero”, sebbene trovassi quasi del tutto ingiusto quello che lei mi diceva con tanta inespressiva convinzione. In sette mesi nessun progresso, nessuno spiraglio all’ovattato orizzonte nero che si disegnava di fronte al mio tetro sguardo. E allora gettai la spugna, ora glielo voglio proprio dire – maledicendola ancora e ancora; me ne andai da un momento all’altro senza dirle niente, sparii del tutto, via. Fu la letteratura – vede? si, si, la letteratura, lei sola, la mia unica compagna – che mi salvò la vita; credo che mi sarei appeso a una trave del soffitto con una corda, se avessi continuato a subire i suoi squallidi colpi di fioretto terapeutico, le sue cattive punture di spillo infitte nella mia povera carne, tutto il suo armamentario verbale di acuminato sadismo psicochirurgico. Fu la scrittura dei miei libri che mi liberò dal male; dal male che lei aveva contribuito ad accrescere invece che a sconfiggere, perché era per questo, per farmi stare meglio, che io profumatamente la pagavo!”

Finito questo angosciante e grottesco monologo do uno sguardo di sottecchi al pubblico, mi paiono tutti con gli occhi sbarrati, increduli per cio’ che hanno appena ascoltato. La Tavanti è imbarazzatissima, rossa in viso. Non riesce a replicare, sembra che abbia delle parole penzolanti sul suo labbro inferiore, pericolanti, pronte a cadere, sgocciolando, timide, spezzettate ancorché ringhianti, forse di rabbia, forse di paura. Non ricordo più nulla, forse passa una mezz’ora di chiacchiere più o meno accademiche, il convegno a ogni modo finisce.

Esco senza salutare. Attendo la Tavanti, ho deciso di seguirla. Lei non si accorge di nulla, procede a piccoli passi sui suoi tacchi a spillo; è una bella donna, per qualche tempo me ne innamorai nel classico transfert, una cosa patetica, senza alcun senso. Ha dieci anni di più ma ha conservato una bella linea, il tempo per lei sembra essere passato invano.
Sono le sette di sera, ma lei è diretta in via Verro, al suo studio. La seguo sulla 95, ben nascosto. Scendiamo alla fermata. A circa cinquanta metri, procedo senza essere visto. Entra nel suo studio, pochi secondi dopo io suono alla sua porta; mi fa entrare senza una parola.

Nello studio c’è un uomo, vestito in maniera abbastanza sciatta. Deve avere una trentina d’anni o poco più. Mi assomiglia in maniera straordinaria, sembro io una decina d’anni fa. Sta male, lui. E’ angosciato. Respira a fatica. Fa male, per me, il vederlo ridotto in quello stato. Quello sono io, o lui è una replica in flashback di me stesso. Ho viaggiato nel tempo fino a dieci anni fa. In uno spazio atemporale, guardo me stesso stare male davanti alla psichiatra, alla mia aguzzina di un tempo, alla kapò dei miei sentimenti più arresi.

Lo sento parlare con la mia voce strozzata, leggermente meno cupa della mia di adesso: “Nessun progresso, dottoressa, nessuno. Sempre peggio, anzi. Stamattina mi sono svegliato d’improvviso, con un gran mal di testa; pensavo di morire. Sentivo tutto opprimermi. Niente, non riesco a fare niente. Ho l’hobby della scrittura, come lei sa. Niente, anche lì. Nessuna idea, nessuno spiraglio. Fuori da casa mia, il vuoto più totale. Nemmeno le donne mi interessano più…”
“Eh già, le donne costano…” interviene la Tavanti. Vedo il me stesso di dieci anni fa – passati in un lampo e ora tornati in un lampo esattamente uguale a quello di allora – che fa un sussulto, come scosso da quel lampo di passato; è il flashback, indubbiamente. Ora ricordo bene, come fossi stato colpito da quel lampo anch’io, con una chiarezza addirittura spaventosa: dieci anni fa, era una giornata grigia come questa, questo stesso era l’orario, le 19.25; lei disse quella stessa frase intervenendo a cavallo di quella mia stessa frase che la precedeva. Guardo sulla scrivania, c’è un piccolo calendario: 25 marzo 1996. Eh già, le donne costano… Quella frase, così semplice e banale, e che oggi mi farebbe sbadigliare dall’indifferenza, allora mi procurò una ferita all’amor proprio che assomigliava a un cratere di pelle viva squarciata in profondità. Lo vedo bene anche oggi, a dieci anni di distanza: tocco quasi con mano la sofferenza dell’altro, seduto al mio fianco su quella poltrona rosa confetto che riconosco benissimo, come benissimo riconosco tutto quanto arreda questo studio delle torture inflittemi per sette lunghi, estenuanti mesi.

Sono passati 50 minuti in un soffio. L’altro esce senza vedermi, senza avermi mai visto, nemmeno prima, mai, la testa incassata nelle spalle di chi si è rassegnato al proprio peggio; sembra più basso di me, ma è solo un’illusione ottica; è soltanto un po’ più magro: in dieci anni io, rispetto a lui, ho messo su qualche chilo di robustezza. Mi siedo sulla stessa poltrona rosa confetto dalla quale si è alzato l’altro pochi secondi fa. Mi metto a parlare, preso da una fretta improvvisa di chiarimento, una volta per tutte: “Sono molto cambiato, in tutti questi anni, lo sa? Io non sono più lui. Io sono un altro”.
E lei, guardandomi fisso: ” Forse. Ma quell’uomo continua a venire qui. Sono dieci anni, ormai. E’ arrivato lo stesso giorno in cui lei ha tagliato la corda senza dirmi niente. ” Una pausa. Sospira. “Si, lui forse non è lei; ma se lei ha interrotto di punto in bianco la cura, lui invece ha cominciato, e ha continuato…”
“E l’ha visto com’è ridotto? Ho fatto bene a tagliare la corda, glielo dico io”.
“Lei è fuggito, si. Ma, come si dice, è uscito dalla porta per rientrare dalla finestra. No, no, ora ho capito: quello è proprio lei; o meglio, si tratta di una parte di lei che non s’è l’è sentita di fuggire; e così, tramite quel suo duplicato ormai remoto, lei continua in parte a venire qui. E a trarne del vero giovamento. Lo pensa lei che quel giovane uomo sia ridotto male. Lo pensa e lo dice, indirettamente, anche al convegno… Invece lui, semplicemente, si sobbarca le sue pene al posto suo. Lui viene qui, sta male, e lei si sente meglio. Quel giovane, diciamola tutta, si sacrifica per lei”.
“Ma non mi ha appena detto che anche lui sta meglio?”
“Forse sta meglio, ma solo perché non sa della sua esistenza. Se lo sapesse, sarebbe tutto diverso. Potrebbe succedere di tutto.”
“E ora che io so della sua, di esistenza?”
“Lei è guarito. Così lui non tornerà più. Perché è lei che muove i fili, è lei che ha sempre avuto in mano tutte le carte, fin dall’inizio, e sempre, anche senza saperlo. Anzi, soprattutto. E’ il 25 marzo di esattamente dieci anni fa. Tutto torna, tutto cambia. E alla fine, tutto sparisce”.
Esco senza salutare. In fondo alla strada intravedo una piccola luce rossa. Un uomo ha acceso una sigaretta e sorride. Guarda in alto, verso un albero, come volesse abbracciarlo, nella pace della sera.

(Nota di servizio: non essendo ancora pratico del blog, i commenti non vengono pubblicati subito dal sistema “WordPress”, così installato. Una volta imparato come sbloccarli dalla “lista di moderazione” – entro lunedì dovrei riuscirci- i commenti appariranno sul colonnino in tempo reale. Mi scuso con i lettori-commentatori. F.K.)

32 Comments

  1. Bello anche questo, e sono stupito, o meglio, interessato a questo studio che vai intessendo sul “doppio”.
    Qualcosa ti deve aver colpito, qualcosa che ti ha fatto scrivere questo e l’altro su Naz.Ind.
    Trovo però migliore, nel senso di più intenso, più sentito, l’altro, quello del marito che giocava con la moglie la parte dell’amante.
    Mario

    Commento by cf05103025 — 24 marzo 2006 @ 00:27

  2. E’vero, sto scrivendo racconti sul “doppio”. Prendo spunto da osservazioni fatte sulla realtà ma anche sulla fiction, e su me stesso. (Sono stato da alcuni psichiatri, nel passato, per esempio. Come paziente, of course:-)). Nel caso dell’altro racconto, sono partito da Ritter, Dene, Voss, una commedia di Bernhard che conosco bene e che mi venne in mente poco prima della stesura del racconto; fu proprio il ricordo di quella commedia che mi fece venire voglia di scrivere il racconto, posso dire. Non ne so praticamente altro. Anche a me piace di più l’altro racconto, pubblicato su Nazind, che si intitola “Il marito in arrivo”, e, come ha scritto giustamente Dario Borso, nei commenti, parla del teatro, della recitazione. Grazie per averli graditi, Mario.

    Commento by markelouffenwanken — 24 marzo 2006 @ 10:40

  3. Molto bello e “forte” questo racconto. Il doppio mi dà sempre un senso di vertigine, mi manda in uno stato confusionale perché temo di non riuscire a controllarlo. Tu invece lo controlli benissimo. Mi è piaciuto particolarmente “sembra che abbia delle parole penzolanti sul suo labbro inferiore, pericolanti, pronte a cadere, sgocciolando, timide, spezzettate ancorché ringhianti, forse di rabbia, forse di paura.”

    Commento by Baldrus — 24 marzo 2006 @ 12:55

  4. Ciao Franz, t’aspettavo..;-)

    Commento by Giovanni Martini — 24 marzo 2006 @ 14:18

  5. Ciao Mauro, grazie per quello che hai scritto.
    Ciao Giovanni, bentornato! A presto!

    Commento by markelouffenwanken — 24 marzo 2006 @ 15:02

  6. È sempre avvincente questa questione del doppio e della percezione di una vita parallela nella quale talvolta si ha l’impressione di sconfinare – o si sconfina effettivamente, valicando una porta, salendo una scala, ritrovando il passato nella geografia del presente, scoprendo che ha continuato a scorrere ancora, sotterraneo ecc.

    Colpisce nel tuo racconto che l’odiosamata terapeuta sia una donna. Poltrona rosa e tacchi a spillo.

    Commento by anna setari — 24 marzo 2006 @ 15:12

  7. Markelo, conosci questo sito? è ‘na bbomba! http://lucianofreud.splinder.com/

    G.B.

    Commento by gianni biondillo — 24 marzo 2006 @ 15:24

  8. Cara Anna, grazie. E’ un omaggio alle donne davvero intelligenti; quelle che ti danno le “dritte” giuste passando magari per delle critiche severe. Come canta Califano, “si contano sulle dita di una mano”. Come gli amici veri.

    Grande Gianni, lo conosco, si. Molto divertente. Mi piace il “generone romano”, e questo Luciano Freud è davvero simpatico.

    Commento by markelouffenwanken — 24 marzo 2006 @ 16:46

  9. Franz, mi sono goduta il tuo racconto parola per parola. Davvero bello, una sorta di Ritratto di Dorian Gray post-freudiano.
    Emma

    Commento by emma locatelli — 24 marzo 2006 @ 16:56

  10. Non solo Mr.Surprise, pure il doppio!
    Cominciamo bene… : )

    Bentornato!

    Commento by Mia Hoffmann — 24 marzo 2006 @ 17:43

  11. Apprezzo molto queste tue variazioni sul tema, e come te medesimo la più riuscita mi pare quella di NI.
    Mi pareva in questo racconto inverosimile una analista che dice al paziente “sei così” “sei colà” – che non si limitasse insomma a fare da specchio. Tu però di essere stato da psichiatri in passato: dunque devo presumere che detti psichiatri ti si rivolgessero rporpio in questa maniera? (non me ne stupirei, trattandosi di psichiatri).

    Commento by marco rovelli — 24 marzo 2006 @ 19:03

  12. In ritardo (ma solo per colpa del mezzo) ti saluto e ti auguro un buon lavoro.

    Bellissimo il racconto, ma ormai mi sa che stupisci solo chi ancora non ti conosce. Un abbraccio, amico.

    fm

    Commento by fm — 24 marzo 2006 @ 19:34

  13. Chi dei due ha scritto questo racconto?
    Accade l’una cosa e l’altra, come direbbe anche Borges. Per esempio, Franz non c’era più e c’era ancora. Voleva esserci e se n’è andato.
    Comunque è un bel ritorno. Bentornato!

    Commento by Giovanni — 24 marzo 2006 @ 22:19

  14. Con un po’ di ritardo (dovuto esclusivamente a problemi di ordine tecnico) ti faccio i miei migliori auguri per questa nuova avventura.

    Il racconto è veramente molto bello, ma ormai ci stai abituando così bene che a meravigliarsi può essere solo chi ti legge per la prima volta.

    Un abbraccio, Franz.

    Commento by fm — 24 marzo 2006 @ 23:48

  15. Franz, per cortesia, cancella l’ultimo: l’avevo riscritto solo perché non vedevo comparire il primo. Scusami, e grazie.

    Commento by fm — 24 marzo 2006 @ 23:50

  16. Franz, è sparito il mio commento con annessa domanda!

    Commento by marco rovelli — 25 marzo 2006 @ 10:13

  17. adesso è tornato. un po’ skizo questo wordpress…

    Commento by marco rovelli — 25 marzo 2006 @ 10:14

  18. Mi hai fatto venire un colpo, di quel convegno abbiamo parlato insieme poco tempo fa! Bel pezzo.

    Commento by jan — 25 marzo 2006 @ 12:19

  19. A me sono piaciuti tutti e due, e di questo – tantissimo – il finale divagante e improvviso, quell’albero immerso nella sera.
    Ciao Franz.

    Commento by Andrea Raos — 25 marzo 2006 @ 12:47

  20. Straordinario, come sempre, caro Franz. Bella questa virata verso il doppio che ha preso la tua scrittura. In fondo era insita anche nel tuo ultimo romanzo, credo. Non solo nei contenuti ma addirittura nella struttura del libro. Come se avessi scritto due romanzi. Ma ne abbiamo già parlato davanti a una birra. Allora, fra l’altro, vedevo tutto doppio anch’io, forse per l’alcol.

    Commento by Nicolò La Rocca — 25 marzo 2006 @ 14:39

  21. me ne sono accorto proprio oggi
    in bocca al lupo e ben tornato
    un saluto

    ;-)
    GTesen

    Commento by Giorgio Tesen — 25 marzo 2006 @ 22:24

  22. Franz, un piacere ritrovarti in un posto tutto tuo.

    Buona notte. Trespolo.

    Commento by Trespolo — 26 marzo 2006 @ 02:31

  23. Cari amici, grazie per le vostre belle parole. In effetti questo racconto l’ho scritto all’indomani di un piccolo convegno fatto per il comune di Milano la settimana scorsa, nel quale c’era effettivamente una psichiatra. A partire da quell’unico dato autobiografico certo, ho sviluppato questa ennesima “indagine” sul doppio. Con un finale (grazie ad Andrea Raos, che ne ha parlato) che sintetizza un concetto: guarire dal male psichico non solo è possibile, in certo senso è doveroso.

    Commento by F.K. — 26 marzo 2006 @ 19:42

  24. caro dottore, tantissime care cose, grazie d’esse venuto ner mio blogg! er su blogg è fortissimo, complimentoni e auguroni vivissimi,er racconto è fortissimo e gajardo!

    Commento by luciano freud — 26 marzo 2006 @ 22:37

  25. Signor Krauspenhaar, il suo racconto ancora non l’ho potuto leggere, ma volevo intanto dirle che la seguirò con molta attenzione.

    Commento by Addio alle Arti — 27 marzo 2006 @ 09:39

  26. GCS (geniale come sempre). Ogni volta che si scrive muore una parte di noi.
    effeffe

    Commento by effeffe — 27 marzo 2006 @ 09:54

  27. Direi che è andato tutto abbastanza bene.
    Come rientro, intendo.
    Un abbraccio.

    Commento by Gianni — 27 marzo 2006 @ 10:29

  28. l’autore di doppio sogno aveva opaura ad incontrare Frued e infatti mai lo incontrò a Vienna perchè lo considerava un sosia o si considerava un suo sosia

    Avv Prati

    Commento by avv. prati — 28 marzo 2006 @ 12:23

  29. Caro Franz, le donne costano, eh?

    ma a quale si ri-feriva la signora, ferendo? mai pensato?

    Saluti e complimenti per un blog gustosissimo. Messo subito nei preferiti.

    Carlo Capone

    PS Leggendo questo pezzo finalmente mi spiego l’ossessione per la metro. O il bus, o il tram.

    Commento by Carlo Capone — 28 marzo 2006 @ 18:14

  30. Grazie della visita A.A.A., mi fa piacere la tua (diamoci del tu) attenzione.
    Ciao Effeffe, sempre troppo buono.
    Caro Gianni, si mi sembra che sia andato tutto (finora) abbbastanza bbene:-) (Qui ci vorrebbe l’ormai mitico Lucianone Freud, invero).
    Caro avvocatone Prati, osservazione acutissima, la tua, sul rapporto Schnitzler-Freud.
    Caro Carlo, sono molto contento che tu sia venuto qui, nell’Uffenwanken-reprise (non lo chiamo 2.0 perché sono sempre io). “Le donne costano” fu un pensiero che feci parecchi anni fa, in un momento di crisi. E lo estrinsecai a parole proprio in una seduta psicoterapeutica al mio psichiatra del momento. Mi è risalita nella gola pensante, come un bolo mentale, mentre scrivevo questo racconto.

    Commento by F.K. — 28 marzo 2006 @ 21:17

  31. Gentile Franz, diamoci pure del the (verde).
    Volevo spezzare una Lancia (Tema) in favore delle donne: pure noi uomini non è che siamo proprio gratis, eh eh.

    Commento by Addio alle Arti — 29 marzo 2006 @ 09:45

  32. Eh eh eh! (E’ vero).
    :-)
    (Diamoci pure del the verde, ma la Thema si scrive con l’acca…)

    Commento by F.K. — 29 marzo 2006 @ 11:11

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