The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

23 giugno 2005

LEGGERE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 21:28

"I libri non mi hanno granchè aiutato a dipanare le mie matasse di significato. I dubbi si sono arrovellati prima e rinforzati poi, finché sono diventati altro: precisamente, piena accettazione dell’assurdità universale. Ma intanto leggere per me era diventata una necessità, una vera e propria droga. Non se ne esce, soprattutto se il libro diventa un ancoraggio. Ci si aggrappa alle pagine di un libro come a una scialuppa di salvataggio. E la verità diventa libro. Non perché il contenuto dei libri lo si riconosca come esempio o manifestazione di verità, quanto perché quella dei libri è l’unica verità possibile, proprio perché rappresenta in una forma spesso accattivante l’unica realtà sopportabile. Che i libri parlino di morte e di distruzione, di assenza sia di valori che di speranze, che siano essi manifesti – sommessi o urlati o in gelido elenco – della disperazione dell’uomo, o siano essi testimonianza di un dolore insanabile, i libri letti e da leggere saranno sempre meglio del rintoccare cupo dei secondi, del tempo che passa con la lentezza esasperante e accresciuta della propria intrinseca, nulla inutilità. Una vita in carcere è un’attesa senza fine di qualcosa – la morte – che non si ha nemmeno più la forza o forse il coraggio di desiderare; pertanto, con il paradosso che solo la vera sofferenza in cattività procura, l’angoscia si trasforma in un dolore talmente radicato da divenire, in una specie di estremo sussulto vitale, comunque sopportabile. Ma proprio quando diventa sopportabile, e quindi sintomo estremo di abitudine alla rassegnazione, questo dolore deve pure imboccare una via che, sebbene idealmente, porti da qualche parte, nel di fuori, nel chissà dove. E siccome nelle condizioni in cui mi sono venuto a trovare è quasi impossibile sperare in una grazia, allora l’unica strada realmente praticabile puo’ essere la coltivazione sistematica di quel poco di intelligenza che si possiede. E dunque i libri diventano non solo a portata di mano, ma anche d’anima, se un’anima ancora si possiede, se d’anima ancora si sopravvive."

(Franz Krauspenhaar – Cattivo Sangue)

Vacanza

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 21:11

di Franz Krauspenhaar

fuerteventura.jpg

eri felice nuda ispessita contro finestre al vento ti vedevo mostrare le natiche sciolte nel vento carezzevole/////tanto tempo fa////
/////felice eri felice io ero sabbia /////percossa///// io ero saliva /////sbandata///// io ero lo schiavo che adorava una stupida salsa di statua viva///// eri sazia mi piacevi nuda al sole di Fuerteventura nel vento, la sabbia/////
(more…)

LES ANARCHISTES E LE SERATE DI BIBLIOTECA IN GIARDINO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 13:58


1. LES ANARCHISTES. Ieri nel tardo pomeriggio ho conosciuto personalmente un amico della Markelo Uffenwanken (anche se non ci siamo fatti mancare nemmeno un bello scazzo a colpi di comments mesi fa); si tratta di Marco Rovelli a.k.a. Alderano (tra i miei link). Era alla Feltrinelli Piemonte per uno show-case del suo gruppo Les Anarchistes, in occasione dell’uscita sul mercato del loro ultimo CD (il secondo) dal titolo “La Musica nelle Strade”. Una musica accattivante, la loro. Canzoni della tradizione popolare riarrangiate – così mi sento di dire dal basso della mia ignoranza in materia – in chiave spesso folk-rock. Canzoni anarchiche anche internazionali cantate (da Marco e dal suo collega co- cantante) in una formazione comprendente una valentissima violinista (violino elettrificato), un bravissimo tastierista per il tappeto sonoro, un bravissimo chitarrista. Peccato per la brevità (ma era uno show-case, non un intero concerto) e per il fatto che, come ha spiegato al numeroso pubblico Alderano, per suonare i loro pezzi originali presenti nel disco avrebbero avuto bisogno di uno spazio più ampio, dato il carattere più rock ed elettrificato di quei pezzi. Alla fine una buona birra alla spina (e cosa altrimenti?) e un po’ di chiacchiere su tanti argomenti con la promessa reciproca di un baratto: a fronte di una copia del mio ultimo libro Marco mi farà avere una copia del CD. Questo si che è un vero scambio culturale. Les Anarchistes stanno facendo un tour promozionale in tutta Italia; venivano se non ricordo male direttamente da Napoli, e dopo la sosta a Milano andavano direttamente a Bergamo per esibirsi lì ancora ieri sera, sul tardi. E poi di ritorno in Toscana (Marco è di Massa) per un’altra esibizione a Livorno. L’ultimo pezzo era il canto popolare di Oberdan, colui che fallì un attentato contro il reggitore austroungarico. Mi faceva un po’ strano sentire il ritornello “Morte a Franz…”. Quando sono andato a conoscere Marco, oltre a formulargli la seguente domanda retorica: “Scusi, lei ha un blog?” gli ho anche fatto sapere che io ero quello che avevano appena mandato a morte cantando. Non lo dico certo perchè sto parlando di un mio vicino di pianerottolo internettico, ma Marco Rovelli e Les Anarchistes sono musicisti di punta del panorama musicale italiano; posso garantire che certi pezzi mi facevano venire la pelle d’oca e una disumana voglia (per me, dato il mio passato mai rinnegato di uomo non certamente di sinistra) di mostrare il pugno chiuso… Chi l’avrebbe mai detto?
2. BIBLIOTECA IN GIARDINO. Ricevo dall’amico Leonardo Pelo, editore di No Reply (tra i miei link) queste comunicazioni che dovrebbero davvero interessarvi:
23 giugno (cioè oggi) ore 21.30 Biblioteca Chiesa Rossa – Milano
(via Savio, 3 a due passi dai Navigli)

Antonio Rezza

L’arte della narrazione secondo il “più grande performer vivente”.
Un eclettico uomo di teatro, cinema e lettere: Antonio Rezza, un affabulatore anomalo, un Antonin Artaud contemporaneo capace di divulgare le sue storie minime e universali. La sua è una ricerca stilistica e formale, oltre che una riflessione acuta sulle espressioni dell’animo umano; ne parla al pubblico partendo dalla proiezione di alcuni dei suoi micrometraggi della serie Troppolitani, microfilm scritti e diretti insieme a Flavia Mastrella, per passare dalle sue invenzioni teatrali e finire con la sua prosa letteraria surreale, visionaria e potente.

Info

http://www.noreply.it/pag/eventi.html

http://www.labibliotecaingiardino.it/

27 giugno ore 21.30 Biblioteca Vigentina
(C.so di Porta Vigentina, 15 in pieno centro di Milano)
Matthew Sharpe e Tommaso Pincio
modera Alessandro Bertante
Per la prima volta in Italia Matthew Sharpe, autore in vetta alle classifiche per il suo romanzo “Gli Schwartz”, uscito quest’anno in Italia e già divenuto best-seller nel resto del mondo. Con lui Tommaso Pincio, ad affrontare il delicato tema dei fallimenti della società, dei legami di famiglia, effettivi o ideali, prossimi o remoti, sempre materia di dissociazioni, turbamenti, disillusioni – come di un’inappagabile, eterna e commovente ricerca di affetto, in un gioco di rimandi che spinge al confronto letterario fra Vecchio e Nuovo continente. Trasportando il lettore in un mondo alieno, abitato da personaggi e leggende della controcultura, Pincio propone un bilancio spietato su ciò che è andato perduto e ciò che è rimasto dei sogni di amore e libertà degli anni Sessanta – su quel che da sempre, nel bene e nel male, i genitori fanno ai loro figli.
Al suo universo destrutturato fa da contraltare quello eccentrico – ma in ultima istanza “normale” – della famiglia Schwartz, che la legge, gli psicofarmaci, la malattia e le scelte esistenziali tentano invano di dividere, e che con implacabile humor viene dipinta dalla penna tenera e feroce di Matthew Sharpe.
Info
http://www.noreply.it/pag/eventi.html
http://www.labibliotecaingiardino.it/

22 giugno 2005

IL CASTAGNO DEI CENTO CAVALLI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:29


di Manuela Cuadrado

(Manuela è italo-argentina. Dunque è argentina al 100%, al cuadrado si potrebbe dire. Lei parla e scrive in italiano e in neoplatense – dico bene?- con la stessa disinvoltura. ( Ndr: mi dicono poco fa che ho scritto una stronzata: si dice rioplatense). Eccovi quindi un suo racconto. Buona lettura. M.U.)

“La montagna dorme. Sento nella terra il palpito del suo respiro. Sono gli unici momenti in cui mi sento veramente solo. Non è una sensazione sgradevole. Lungo tutti i miei giorni, la sua voce, la voce del vulcano, mi narra le favole del cielo e della Terra. Al suo risveglio, lo so, mi racconterà agitata i suoi sogni. E io li interpreterò, per lei, invocando il vento tra le fronde. Fino ad allora, nulla accompagnerà l’allungarsi della mia ombra.Tranne le nuove panchine. Fanno letargo poco oltre le mie radici, e mi fissano con aria vuota. Le hanno posate insieme alla cancellata, che mi gira intorno per proteggere i rami più bassi dagli artigli dei cacciatori di legna. Sono fioriti ovunque cartelli dai toni celebrativi: “Castagno dei Cento Cavalli”; “Età: quattromila anni”. “Si prega di usare un comportamento rispettoso; è proibito abbandonare rifiuti, è proibito accendere fuochi.” A quanto pare, sono diventato un personaggio celebre. Le panchine spesso si gravano di uomini gesticolanti, curvi sotto l’ombra afosa dei loro cappelli. Commentano. I discorsi sono sempre quelli: “Hai visto com’è bello, hai visto com’è grande, pensa a quanto è vecchio: quattromila anni. C’era già ai tempi di di Gesù Cristo. C’era già ai tempi dei Romani, quando gli alberi venivano adorati come dèi pagani.” Sarà. Io non ricordo nessun particolare segno di devozione. Ma forse sono io che non capisco bene i comportamenti degli uomini. Mi si parano davanti con aria guerriera e scattano decine di fotografie. Poi scuotono la testa, sconsolati: “Non ci riesco a prenderlo tutto, è impossibile.” Inevitabilmente, qualcuno chiede il perché del nome. “Perché si dice che vi trovò riparo da un temporale la regina Giovanna d’Aragona col suo seguito di cento cavalieri.” Così io avrei dato riparo a una regina. Sinceramente, non me ne ricordo. Ricordo il temporale, quello sì: un’unica tempesta lunga secoli e secoli, la somma di tutte le tempeste che in quattromila estati si sono abbattute su di me. E ricordo non cento, ma mille creature e mille ancora cercare rifugio tra le mie braccia nodose. Cavalieri e contadini, cavalli e cani, amanti adulteri e mariuoli. A tutti loro io ho offerto riparo, indistintamente. Mi sembra ancora di vedere i loro sguardi. Per questo, forse, questa leggenda un po’ mi suggestiona. Nelle giornate di pioggia e sole mi sembra di vederli, quei cento cavalli bianchi e perfetti, mentre brucano l’erba e attendono le anime d’ogni epoca che passeggiano nella mia ombra. Poi la montagna sbuffa; la terra trema e dissolve le mie sciocche magarìe. Torniamo a discorrere delle cose che ci riguardano, fatte di nuvole e sole. A volte la schernisco, imitando la maniera degli uomini: Etna, le dico, raccontano che un gigante dorme sotto di te. Lei mugugna e io rido. Ma a volte, nella profondità della terra, le mie radici accarezzano un enorme corpo che sento femminile. E se fosse lei la regina di cui raccontano? Se fosse lei la donna che ho protetto per anni dalla tempesta? In tal caso, i cento cavalieri nasceranno dalla corazza dei miei frutti nel giorno che vedrà il suo risveglio. Allora il mondo cambierebbe per sempre: sparirebbero i cancelli, i visitatori, gli uccelli e i ragni. Dopo anni di celeste solitudine abbraccerei la terra. Ma quel tempo non è ancora venuto. Fino ad allora, rimarrò ad ascoltare le favole del vulcano, e a sopportare il vuoto delle panchine.

21 giugno 2005

SU IERI E SU OGGI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 13:30

1) (Ieri).Un altro magari farebbe finta di niente. Io no. Ieri la presentazione di Cattivo Sangue è stata bellissima; Montanari e Biondillo (o Biondillo e Montanari, ieri a un dato punto ho detto i loro nomi nei due versi) sono stati eccezionali, io ho parlato solo alla fine e brevemente, per chiudere. Un’ora buona di grande intelligenza e verve servita però per pochi intimi. Un po’ mi ruga, un po’ no. Certo, sul tamburino di Repubblica, per un errore, apparivano i nomi non di Gianni e Raul ( o Raul e Gianni) ma di due poeti che avevano fatto la presentazione lì giorni fa. Queste cose sinceramente mi fanno girare le palle, il mio perfezionismo tedesco (anzi prussiano) in questi casi mi sale alla gola come un bolo di rabbia. Ma poi mi passa. Per 15 o 15.000 persone in fondo NON è lo stesso, anche se nella vita io scelgo – immodestamente – la qualità alla quantità. Morirò povero e senza la Bacchelli (che magari si chiamerà la Mazzantini…) ma la vita porco giuda è un azzardo a puntata massima, e questo lo so da tempo. Carpe diem (citazione colta da La leggenda del santo pescatore). Anche se mi sono fatto due risate nel leggere, su quel tamburino, il mio nome di battaglia (sapete, il mio vero nome è quanto di più italico ci sia, Francesco, e così ormai mi chiama solo mia madre, mio fratello e il parentado) storpiato in Granz. Una specie di sintesi tra Franz e Franzo Grande (Stevens)… Se volete saperne di più sulla presentazione di ieri, andate sul blog di Marco Candida, (tra i miei link) simpatico e promettente scrittore tortonese venuto anch’egli alla presentazione. Un pezzo molto divertente. Aufwiederlesen!

2) (Oggi). Finalmente è uscito Stilos, il quindicinale letterario fino a ieri inserto del quotidiano catanese La Sicilia, e da oggi quindicinale/rivista letteraria in uscita come testata indipendente al prezzo di 1 euro in tutte le edicole italiane. Un numero interessantissimo, con un’anticipazione del prossimo Montalbano, intervista a Ernesto Ferrero, un articolo di Raffaele La Capria, recensioni, pezzi di scrittori amici della Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG come Sergio Garufi e Elio Paoloni, e, a pagina 8, una bellissima intervistona a tutta pagina di Piero Sorrentino al sottoscritto, dal titolo "Ma anche il sangue cattivo non mente. Come il buono". Che sarà mai 1 misero euro? Stilos "nuovo corso" ne vale molti ma molti di più. 

20 giugno 2005

SEMPRE SUL 68

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 23:36

"Io sono nata nella primavera del 68. Non so voi, io mi sento a pezzi."

(Stefania Bufano)

TERZA PUNTATA (PITER)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:02


di Riccardo Ferrazzi

(Terza e ultima puntata delle esternazioni di Ferrazzi, partite con alcune considerazioni polemiche fatte all’indomani del referendum-pasticciaccio. Abbiamo dunque un Ferrazzi sempre più incazzato, sempre più polemico, sempre più contro i radical chic, sempre meno disposto ai compromessi. Approfitto dell’occasione per ricordare che oggi alle 18.00 sono alla Libreria Archivi del 900, via Marino ang. via Ragazzi del 99, a Milano, a presentare Cattivo Sangue assieme a Raul Montanari e Gianni Biondillo. Domani sarò invece al bel locale SUD, via Solferino 33 MI, alle ore 19.30, dove Andrea Pinketts presenterà Cattivo Sangue e Ruggine di Stefano Massaron (Einaudi Stile Libero). M.U.)

Avete presente Piter, quel comico di Zelig che si presenta come proveniente da un paesino del bresciano e che cala in città al sabato sera senza riuscire mai a cuccare? Be’, vorrei eleggerlo a eroe di questa terza puntata.
Prendiamola un po’ larga: noi siamo tutti (credo) persone informate, che vivono in grandi città, leggono, discutono e si formano opinioni. Ma una persona intelligente, colta e moderna, una persona che legge libri per nutrire lo spirito, quando si è ben pasciuta di quel cibo che solum è suo et che essa nacque per lui, che fa ? Si limita a bearsi di sè ? Si mette davanti allo specchio e si loda e si imbroda ? Spero proprio di no. Come minimo, dovrebbe trovare il modo di mettere il suo ben pasciuto spirito al servizio dei tanti Piter che, dopo aver lavorato dieci ore al giorno in fabbrica, non hanno nessuna voglia di passare il sabato sera a meditare sull’islamismo sufi o sul monetarismo di Milton Friedman. Ma qui casca l’asino. La persona colta, intelligente e moderna, se davvero avesse queste pie intenzioni, dovrebbe innanzitutto dedicare del tempo a studiare i milioni di Piter che lo circondano. Dovrebbe cercar di capire come mai, dopo aver lavorato di braccia per tutto il giorno, i desideri e le aspirazioni del nostro frustrato personaggio si dimostrano così spiacevolmente elementari. Diavolo, non c’è mica bisogno di essere Einstein: una persona intelligente, colta e moderna, non capisce che Piter è stato a testa bassa per tutta la settimana e adesso ha soltanto voglia di provare qualche emozione ? Perché non dargliela, magari sotto forma di film, di fiction, di reality, di quello che vorrà (che vorrà Piter, non il sentenzioso intellettuale) ? Se siamo davvero intelligenti, oltre che colti e moderni, riusciremo a far sì che in mezzo all’audience qualcuno cominci a porsi domande non banali, che almeno un sabato all’anno Piter cali a Brescia non per andare in discoteca ma per andare a teatro. E invece no. La persona intelligente, colta e moderna (uffa, chiamiamola col suo nome: il radical chic) non si abbassa. Lui è un fine intellettuale, nutrito di buone letture, perché dovrebbe insozzarsi con le rozze libidini della plebaglia ? Perché dovrebbe perdere tempo a domandarsi come mai Piter guarda i feuilleton della Venturi o i programmi della de Filippi ? No, per il radical chic la democrazia sta bene, ma a patto che gli intellettuali siano più uguali degli altri. I diritti, per lui, sono come l’albero della cuccagna: dolciumi e salame per tutti, basta arrampicarsi. Ma chi non vuole arrampicarsi è un cretino e peggio per lui. Chi resta giù perché preferisce il cinema, la discoteca, la figa, è un imbecille e non vale la pena di spiegargli cosa perde. Insomma, chi non fa come noi è uno stronzo e vada a farsi fottere. Poi si scopre che Piter vota Lega e magari, udite udite, va a messa e prega per Ratzinger ? Oltre che stronzo è anche un venduto, un infame, un becero individualista guerrafondaio ecc. ecc., e chi se ne frega se i Piter fanno il 50% e a volte anche di più. Povero Piter ! E pensare che dal 1789 in poi tutte le rivoluzioni sono state fatte per te ! Doveva arrivare il terzo millennio per mostrare che i veri reazionari sono i radical chic.

19 giugno 2005

QUELLI CHE… IL 68!

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:39


di Mia Hoffmann

(Continua la campagna “Abbasso i radical chic”, che hanno rotto il cazzo e detto tra noi sono anche in tanti. Dopo le esternazioni di Ferrazzi – e seguirà la terza e ultima puntata domani, il punto di partenza è stato il post-referendum- eccovi un pezzo al cianuro di Mia, che sinceramente sento di sottoscrivere in pieno. Buona lettura. M.U.)

“Forse un altro mondo davvero è possibile ma prima bisogna trovare il modo di uscire da questo.” (da La ragazza che non era lei, di Tommaso Pincio, Einaudi)

Spietati, con quelli che… il 68! non mi sento di dire nient’altro che: siate spietati. Erano vuoti allora e sono vuoti tuttora – perché se è vero che le idee si cambiano (le idee non sono statiche: si muovono), è anche vero che è difficile fidarsi di chi rinnega i principi che per anni ha ostentato. Schiavi dei loro giudizi e dei fondamenti delle loro inquisizioni, reduci di un’ideologia basata sullo spirito e non sulla materia, dopo aver bruciato banconote nei cessi ora bramano il possesso e ne fanno metro di giudizio – non godono il benessere, adorano la proprietà. Hanno cresciuto figli e figlie nella bambagia, principini e principesse con un chiodo al posto del pisello sotto il materasso. Hanno dato vita a intere generazioni di ansiosi, depressi, psicotici, profondi conoscitori di tutto ciò che di negativo comincia con psico. Trentenni single, separati, divorziati, senza una relazione sentimentalmente stabile – così definiscono l’amore – che non procreano perché non sono pronti, non hanno abbastanza pelo sullo stomaco, non hanno soldi, ma mai una volta che dicano apertamente che non ne hanno voglia! Figli che non hanno niente da raccontare, che possono solo tradurre o riportare. Figli laureati che fanno: un lavoro automatico e dal nome incomprensibile ma che dovrebbe essere di catalogatura valori corporei, lei; fattorino, cameriere, galoppino, lui (spacciandolo per praticantato). Isterici, soli, o con un partner affetto da gravi crisi depressive, scatti d’ira e sfoghi cutanei, vorrebbero fare un salto di qualità ma non riescono a credere alle motivazioni che si sono dati. Si presentano come esseri responsabili ma non amano le responsabilità, vogliono essere intraprendenti ma hanno paura di rischiare, vogliono fare grandi cose ma non hanno il coraggio di staccare i piedi da terra – figuriamoci di volare. Onnipresenti ai festini di scienze politiche, mangiano solo in trattoria – una trattoria gestita da ladri in t-shirt dove un piatto di pasta al ragù lo paghi più di un filetto di chianina! – e invece che bestemmiare, urlano: fighetti! I leader di questa patetica genia parlano solo a priori, detestano tutto ciò che non è il nocciolo della questione, non conversano: roteano al vento catene di erudizione. Si sentono saggi ma sono saccenti, si sentono liberi ma sono schiavi di un ideale che ha ripudiato per primi i loro padri, si dichiarano impegnati nel sociale ma non servono nemmeno i loro nonni – perché le mani nel sangue e nella merda non le metteranno mai! Stanno lì, spelacchiati, dall’alto dei loro complessini canori, scialacquando parole morte, cantando la revoluciòn, senza aver mai visto da vicino nemmeno una piaga da decubito – figuriamoci un morto sparato in faccia!
Non sperare di manifestare con loro senza essere irregimentato nell’uniforme dell’ideologia. Anche se sei stato in missione umanitaria schivando proiettili e posti di blocco pur di arrivare a destinazione, se hai accudito le vittime di un epidemia, se hai mangiato dai loro piatti, hai pianto per loro, le hai amate e sei stato ricambiato, non sperare di varcare il cancello del loro rispetto perché vige il motto: o filosofeggi in compagnia o sei un ladro o sei una spia. Come i loro padri detestano le voci fuori dal coro, i cani sciolti – in pratica: la libertà di parola e di pensiero. Non c’è speranza, sono già morti, sono figli di quelli che usano come intercalare: la gente non capisce, il popolo è bove, sarà sempre così, non siamo più giovani. Riducendo il tutto a quattro parole giustificano in questo modo le loro straripanti intolleranze, rinnegando i frutti dell’esperienza, l’uso di un bagaglio di vita vissuta e una speranza in cui non credono più, o nella quale – forse – non hanno mai creduto. Sono implosi, e per la diffidenza continuano a corrodersi invece che germinare. Hanno smesso d’imparare, non vogliono più capire. Si sentivano nella ragione allora, vogliono avere ragione ora. Hanno trascorso una vita a pregiudicare invece che vivere e godere, sostengono il dovere e aborrono il volere, hanno labbra sottili ed occhi incomprensibili. Hanno fatto la figura dell’orgoglio gay al gay-pride, hanno dato spettacolo. Non hanno scelto l’amore libero, hanno solo scopato con tutti e per i rimorsi, oggi, se ne stanno congestionati ad applaudire sotto il palco della new-age. Non hanno assunto droghe per liberare la mente ma si sono strafatti fino a generare figli deformi o deficienti. Vivono nel fuori luogo, sono spaesati e insicuri, hanno una paura tremenda d’invecchiare e di morire. Reduci di un’epoca e non di un’ideologia, ignorano – ma in realtà detestano – coloro che ne sono usciti da eroi: i convinti, gli imperituri, coloro che professano l’amore per la vita e l’essere umano, che non si vergognano d’invecchiare né di morire. Quelli per cui peace and respect non è mai stato un modo di dire, esseri al cui cospetto ci si sente rispettati e in pace perché tanto tutto può accadere. Quelli che morendo di cancro sono capaci di mandare cartoline agli amici con scritto: viva la vida; dimostrando di non aver paura di morire perché non hanno avuto paura di vivere. Quelli che hanno praticato l’amore libero con lo spirito dell’amore, capaci di dar vita a grandi famiglie: forti, libere ed unite. Artisti che hanno saputo liberare la mente fino a varcare le porte del genio; hanno inventato stili e tecniche – nulla a che vedere con i ritrattini fotocopiati di Andy Warhol. Uomini capaci di vendere la propria arte senza mettersi in vendita. Uomini che hanno esaltato la visione e non la perfezione, la ricerca e non il risultato, che non si sono mai vantati del già fatto perché hanno vissuto facendo – fino alla fine – al massimo della dignità, autocriticandosi quotidianamente, sperimentando su sé stessi la propria verità – e l’hanno fatto da soli.

(a Don Feliz a.k.a. Felix Leu, The Leu Family’s Family Iron)

(Nella foto: lo scrittore americano Tom Wolfe, geniale inventore del termine “radical chic”)

18 giugno 2005

LA PROSSIMA VOLTA CHE CI VEDIAMO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 22:14


di Franco Arminio

(Questa l’ho appena ricevuta dall’autore, è stata scritta pochi minuti fa. Per me è veramente un privilegio offrirla alla vostra attenzione. Buona lettura. M.U.)

la prossima volta che ci vediamo

fammi vicino al tuo mistero

che mi manca

che tu non mi dai mai.

la prossima volta che ci vediamo

portami con te in un supermercato

dentro un bar

nel parcheggio di un ospedale

portami dove vuoi

senza toccarmi ma tienimi col filo

delle tue narici

tienimi dentro la nuvola

in cui dio e il vuoto

si fanno i dispetti usando le nostre ombre.

la prossima volta che ci vediamo

portami con te in una strada di campagna

dove abbaiano i cani

vicino a un’officina meccanica

dentro una profumeria

portami dove vuoi

spezza di colpo con un bacio il filo

a cui sto appeso

fammi cadere in qualche punto dell’inferno

e il corpo dove abito sia finalmente illuminato

dalla chioma della tua voce:

ecco, con un bacio dipingi la mia casa

con una carezza arredi la stanza dove dormo.

Ti seguo ti prendo e il corpo mio

finalmente s’allieta

ricomposto attorno a te

sopra di te

bestia selvaggia

con l’anima di seta.

MEMORY VDGG

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:06

Sabato scorso 11 giugno con i Van der Graaf Generator al Conservatorio di Milano. Dopo 28 anni dall’ultimo scioglimento vado a vedere per la prima volta i VdGG dal vivo. I simpatici cinquantenni, freschi di uscita del nuovo album (aprile) Present, cavalcano il loro geniale passato tra un pubblico festante: parecchi zii “grigioni”, ex capelloni, capelloni fuori tempo massimo mit stempiatura o semipelata ma anche trentenni e addirittura ventenni, (i figli degli ex capelloni?) ammaliati recenti dal Generatore. Peter Hammill non sembra affatto un ex infartuato cinquantaseienne, “The Thin Man” gira tra i compagni dinoccolato e col pugno apoliticamente chiuso, con la sua camicia bianca fuori dai pantaloni -in divisa quindi da turista- e con il piglio e l’energia di un venticinquenne rockdipendente. Hugh Banton è il regista del Generatore, seduto davanti al suo organo tesse le melodie e le armonie, è il fulcro della macchina suonante, muove di continuo le mani sulle due tastiere e i piedi sulle pedaliere come se non avesse mai fatto altro in vita sua con grande aplomb da signore di campagna inglese. David Jackson è un vecchio frikkettone ormai pelato che spara a raffica le sue note dal sax e dal flauto arrivando ad acuti spesso stridenti; spesso suona due sax contemporaneamente, soffia nei tubi come un follettone indemoniato, come se per lui quella fosse questione di vita o di morte nel paradiso degli hobbit. Infine il “metronomo” Guy Evans, calvo dal fisico da libero lottatore, sembra un boia prima dell’ennesima esecuzione sulla Torre di Londra e non sbaglia praticamente un colpo.

La folle carrellata inizia con Undercover Man seguita senza stacchi da Scorched Earth, due pezzi di Godbluff (76) perlomeno un quarto d’ora di prog tiratissimo: alla fine l’applauso è fragoroso e pure liberatorio. Si riprende con altri vecchi classici, da Refugees a Darkness, (70) e una sola incursione nel Present, con Every Bloody Emperor. Si va avanti pescando sempre nel lontano passato con la gasante Masks, con l’angosciante Lemmings,  con il capolavoro Man-Erg; e poi con la beffarda Sleepwalkers, e poi con In the Black Room, e con la più che suggestiva Childlike Faith in Childhood’s   End. I 4 tengono il palco con grinta e autorità, il pubblico di grandi fans applaude e urla; i 4 sembrano chiudere, salutano il pubblico, ma sappiamo tutti che si tratta di una finta. Mentre presumibilmente Hammill &Compagni scaricano la vescica e si dissetano con la giusta dose di Gatorade, il pubblico richiama la band sul palco dopo quasi 2 ore filate di concerto, senza una sola interruzione a parte qualche siparietto scherzoso di Hammill che ci parla in un – tutto sommato- buon italiano con dizione alla Stan Laurel. La band torna sul palco coperta dalle acclamazioni di tutti; i di solito compassati Galbiati (alla mia destra) e mio fratello Ernesto (alla mia sinistra) si lasciano andare ad invocazioni da piccoli fans post post Sandra Milo – e post finto colonnello cubano su Oggi, 1983. La band del Generatore spacca in quattro la sala del Conservatorio con un primo bis, Killer, il pezzo d’adrenalina pura che fu per tanti anni il loro inno subacqueo. Chiusa Killer nel fragore più scoppiettante Laurel Hammill prende il microfono e dice qualcosa che non capisco bene, a parte che ci faranno sentire un pezzo “tranquillo”. Mi chiedo di che cosa si tratti: ecco quindi arrivare le per nulla dolenti note di Wondering, da World Record, il terzultimo album in studio. Chiusura a tutt’andare, saluti e baci, sono le 11 passate, 2 ore abbondanti che sono letteralmente volate. Sul banco delle pecche e dei peli nell’uovo rileviamo qualche stecca di PH e  qualche indecisione all’inizio, qualche fuori tempo; c’è però da dire chiari e netti che non abbiamo avuto a che fare con degli indefessi virtuosi dei rispettivi strumenti, ma con degli emotivi creatori di atmosfere paranoiche e poetiche, generatori di suoni spesso volutamente sporchi, sempre tirati al limite. Tutto stavolta si tiene e a loro perdoniamo quello che ad altri non perdoneremmo mai. C’è anche da dire che l’acustica del Conservatorio – per nulla pertinente al rock- non ha per niente aiutato, e i suoni ci sono arrivati troppo acuti, spesso stridenti, ingolfati: ci sfugge davvero perché gli organizzatori abbiano deciso di dare un concerto rock lì, in un posto creato per strumenti acustici, per la musica classica. Usciamo dal teatro soddisfatti anche se – per ovvie ragioni – non rimborsati; ultime chiacchiere fuori teatro mentre mi aspetto giungere Skatt da un momento all’altro (comunicazione di servizio: Skatt, prima dell’inizio sono andato alle poltronissime dove m’avevi indicato di andare e ti ho cercato, ero pure col Galbiati che faceva a tutti: “Skatt?”, ma niente, evidentemente non c’eri ancora o eri momentaneamente uscito), salutoni a tutti (Massimo, espertissimo dei VdGG, critico musicale con signora, Galbiatik l’uomo- periscopio ( è altissimo) con camicia con collo alla coreana, Sergio La Chiusa con braccio al collo causa incidente e con signora ) e via verso la metrò di San Babila, con dentro, nel mio vecchio kuore selvaggio, un bel ricordo che serberò per il futuro. E…

AND THOUGH DARK IS THE HIGHWAY AND THE PEAK’S DISTANCE BREAKS MY HEART, FOR I NEVER SHALL SEE IT, STILL I PLAY MY PART, BELIEVIN G THAT WHAT WAITS FOR US IS THE COSMOS COMPARED TO THE DUST OF THE PAST… IN THE DEATH OF MERE HUMANS LIFE SHALL START!

(Nella foto: Hammill al concerto del Conservatorio)

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