The FK experience il sito di Franz Krauspenhaar

22 maggio 2005

CORSE, PILOTI, CORRIDE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 15:29

Oggi si corre il G.P. di Montecarlo, il Gran Premio dei Gran Premi. Ho sempre amato l’automobilismo, e ho sempre guidato l’auto con una certa bravura, finchè lo spavento per un incidente (per il quale non avevo alcuna colpa) e che mi ha lasciato miracolosamente illeso anni fa, mi ha convinto a desistere. Non ho l’auto da qualche anno, e comincio a provare delle vere e proprie crisi d’astinenza. E’ difficile trovare qualcuno che ti presti la macchina per un giro, l’automobilista italico in genere non si fida. Direi che fa bene, soltanto che spesso questo nostro automobilista è proprio il primo ad essere disattento, indisciplinato, incostante, in una parola pericoloso. Sulla strada io sono per la tolleranza zero. I pirati andrebbero sbattuti in galera per anni. La guida in stato di ubriachezza – che anch’io da molto giovane ho praticato senza per fortuna conseguenze, perchè comunque si puo’ guidare velocemente, un po’ alticci e lo stesso con attenzione, ma è cosa di pochi, ci vogliono dei gran riflessi  – andrebbe punita molto più severamente. Dicevo dei Gran Premi. Ora come ora la Formula Uno m’interessa poco. La tecnologia sta mandando a puttane una cosa che non è mai stata un vero sport, ma che comunque è stata un grande e pericoloso e avvincente gioco. Una roulette internazionale, che nei peggiori dei casi diventava soltanto russa. Le monoposto sono diventate molto più sicure ( e questo, detto senza ipocrisia, è un gran bene ma è anche un male nel senso della possibilità di rischio della vita che il vero automobilismo, la corrida motorizzata, contempla nel suo innato fascino), i pit-stop, l’elettronica, piloti che – salvo qualche sporadico caso- sono diventati degli impiegati miliardari della guida veloce, gente senza personalità; e di genio nemmeno a parlarne. A me piaceva soprattutto Ayrton Senna come pilota e come persona: il 1 maggio 1994 a Imola per me era un bel giorno di divertimento in tutti i sensi che alla fine discese in  una gran brutta sera, la ricorderò sempre. Le lotte tra Senna e Alain Prost esaltarono il mio amore per questo non-sport, così come m’ero esaltato da giovanissimo a vedere i numeri da circo di quel geniale pazzo furioso di Gilles Villeneuve. Il pilota dalla personalità più spiccata ancora attualmente in circolazione è proprio il figlio Jacques, erede di un mito perdente (e proprio con la sua stessa vita) e che fu amato da Enzo Ferrari come un figlio. Diversamente dal padre, è riuscito a vincere un mondiale. Ancora relativamente giovane, è da anni fuori dai giochi che contano forse perchè ha troppa personalità e dice sempre quello che pensa. Oggi vanno bene i robottini, i computer umani. Seguo con un po’ d’interesse Alonso, mi sembra un giovane pilota con qualcosa da dire, è un vincente, ma è ancora presto per giudicarlo. Di certo non sopporto Michael Schumacher. A questo proposito riporto un breve brano dal mio Cattivo Sangue (nel quale le automobili hanno un ruolo importante nello svolgimento della storia) presentato per la prima volta venerdì scorso alla Fnac di Milano con il pirotecnico Andrea Pinketts con molto divertimento:" Il vecchio mi porge il tabloid con una smorfia piuttosto seccata. Do una veloce scorsa: si parla soprattutto dell’ultima vittoria in pista dell’idolo nazionale Michael Schumacher, che a me ha sempre fatto una ben poco cordiale antipatia: il prototipo, è proprio il caso di dirlo, del tedesco superperfezionista (a parte che nell’uso della lingua italiana) che passerebbe sul cadavere della propria madre già per conto suo abbondantemente defunta (e naturalmente di suo fratello Ralf) pur di vincere anche la corsa dei sacchi". Insomma, MS è il contrario del mio "tipo" di pilota; lo so anch’io che è il migliore senza discussioni, che è quello che si impegna di più, che lavora di più, il collaudatore migliore della storia delle corse, ma la mia antipatia è tale che l’ho messa in bocca addirittura a Bruno Bruide, il protagonista del mio romanzo, che in certe cose ovviamente mi assomiglia ( a parte, anzi molto a parte – almeno per ora…- che nella pratica dell’omicidio prezzolato…). Forse non sopporto i primi della classe, (anzi non li ho mai sopportati) che è cosa ben diversa dall’essere dei pezzi unici, dei fuoriclasse. Le vittorie a mio parere non bastano per fare un grande pilota, perchè l’automobilismo è un non-sport che ha qualcosa delle corride. Correggetemi se sbaglio:  puoi ammazzare tutti i tori che vuoi, ma è come li ammazzi che dovrebbe contare di più. Discorsi da domenica pomeriggio di un appassionato, tra l’altro, di quel capolavoro letterario che è "Morte nel pomeriggio".

(Nella foto: Jacques Villeneuve in azione)

21 maggio 2005

VITO CARTA: IL TANGO FINALE DEL CORPO FEMMINILE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:14

(Ripropongo qui questo mio vecchio pezzo sul lavoro di Vito Carta, che prosegue fino a mercoledì 25 maggio la sua mostra fotografica "Woman: Side A- Side B" presso Yaonde Spazio d’Arte, Via Gaudenzio Ferrari 12, Milano. Tel. 02 36555639 Cel. 340 6988424   338 1328003   340 6756171  Zona Corso P.ta Genova – tram 14 (D’Oggiono/Ariberto)

La fotografia è qualcosa che può spaventare. La rappresentazione della cruditè del reale, appunto, può suscitare, nel fruitore dell’“aperitivo arte”, una convulsione dell’anima, qualcosa che può sconvolgere anche gli stomaci più abituati ai pugni dell’estetica.

Ma il reale non è, quasi mai, ciò che è; in fotografia, e in genere in tutta l’arte, il reale è ciò che si vorrebbe; o meglio, è ciò che non si ha il coraggio di volere fino in fondo nella vita di tutti i giorni, forse perché la cosiddetta vita di tutti i giorni non ce ne dà gli strumenti.

Vito Carta ha il coraggio “voyeur” di volere.  Il coraggio di una volontà che può rappresentare e rappresentarsi. Che ha la forza di incidere, con il vigore della propria addomesticata violenza, sulle immagini della propria personalissima realtà interiore.   Che ha il coraggio di “vivere”, con pennellate acquerellate degne del migliore Otto Dix, nella pittura della decadenza, in quello che nella Repubblica di Weimar era rappresentato "dal vivo" con la crudezza di un articolo di cronaca nera riguardante l’omicidio perpetrato da un serial killer del tempo (come il Peter Kurten di Duesseldorf), o, in ambito cinematografico, con l’espressionismo omicida di un Fritz Lang alle prese coi fischi premonitori del suo assassino di bambine  Peter Lorre.

Le donne di Vito Carta sono donne amate ma seviziate: seviziate dal troppo amore, seviziate dal suo desiderio di rappresentarle come lui le vorrebbe sempre; soggetti, e mai  oggetti, della propria cronaca nera personale, dei propri personali ed intimi inferni, del proprio tormento tutto suo, tutto maschile.

La fotografia si fa attimo fuggito, i contorni acquosi dell’intervento pittorico, ancorché intrisi di dolcezza struggente, rendono sfuggente l’occhio dell’osservatore; il quale, impossibilitato a catturare un attimo che peraltro non è mai esistito, poiché il tempo non è altro che uno scorrere inarrestabile (e il tempo fotografico è una specie di tempo "metafisico" illusoriamente fermato), si perde oltre i contorni smaterializzati di queste figure femminili; le quali  figure trascendono, spandendosi come onde sulla sabbia, nella natura.   Donne, quindi, come sale della terra che si frammischia, nella purissima indecenza della creazione, con la nuda e cruda terra, col paesaggio circostante, sia esso spiaggia sia esso nero d’estremo contrasto, come fondo pittorico da ritrattistica caravaggesca .

Vito Carta è un continuo rinnegamento d’origini fatto artista. Egli è a sud di ciascun nord, potremmo dire; freddo ma delicato, violento ma mai sanguigno, erotico ma mai volgare (non lo sarebbe nemmeno se lo volesse) concettuale ma senza calcoli, senza meschinerie seriali di “marchetta” da nipotino “schifanoide” di Warhol. Ogni foto è una scoperta, ogni foto è un romanzo, talvolta un capitolo, mai un’unica pagina. La compiutezza è la sua storia, ogni sua foto è una storia compiuta, ma dal finale quasi sempre aperto.

Vito Carta si mette in gioco ad ogni romanzo-ritratto , ad ogni romanzo-donna, ad ogni radice dei capelli-capoverso d’ogni sua opera. Egli è l’esatto contrario di Dahmane, che fotografa la patina erotica delle donne, che rappresenta, peraltro con grande abilità, il suo immaginifico e immaginario “boudoir” personale, spesso “en plein air”. Carta, invece, scarnifica la carne, la liquefa compiendo una specie di sangennaresco miracolo apocrifo, tenta la missione, per lui non impossibile, di coniugare la materia visiva con lo spirito libero di un’osservazione molto espressionistica. Ecco il perché, io credo, dei molti squarci di vita femminile presenti nelle sue opere, parti di donne che sono parti della loro stessa vita rappresentata in essenza, come profumo delle loro anime; il contrario della macelleria pornografica, l’abiura totale dell’erotismo satinato degli Angelofrontoni playboyeschi, delle ipererotiche e glamouresche "pochades" fotografiche  di un Helmut Newton, il Tinto Brass, travestito da Visconti Luchino, della fotografia. Gli squarci s’aprono sulla pelle quasi impalpabile di queste belle donne,di queste ninfe-ninfee sensuali  quasi come in un Monet fotografico, mai totalmente nude, mai svelate per intero, e perciò concubine del nostro desiderio inappagato; sempre, in parte, impressionisticamente occultate alla nostra comprensione visionaria. Vorremmo conoscerle meglio, queste donne, di loro vorremmo saperne di più: ma Carta sembra volerci trattenere nel mistero di quelle anime, vuole anche dirci, forse, che nell’arte nulla va capito, tanto meno spiegato; che l’arte si spiega solo con l’opera, meglio se addirittura"omnia", che le parole sono per i critici e gli esteti di professione e i sentimenti sono per il pubblico, e che la visione è per tutti coloro che hanno occhi, lucidi forse in tutti i sensi, per volerla vedere.

Che il corpo “ virato” di una donna, di una femmina, può essere la mappa la più esaltante del nostro viaggio all’interno di noi stessi, all’interno del nostro desiderio, violento e comunque irrefrenabile, nonostante tutto, di vivere la nostra vita, qualunque essa sia. L’estetica torna ad essere grammatica, la sintassi si dispiega a ventaglio tra le curve pericolose di tutte queste donne così madri, così figlie, così amanti, così amate.

La fotografia delle donne di Carta sono perciò piene d’amorevole ossessione, d’inoccultabile tormento, sono pregne d’amorevole violenza e d’amorevole senso della perdita. Sono le fotografie di un appassionante e appassionato amante dell’anima femminile, allo stesso tempo tenero e cinico, incantato e disincantato; il quale sa, col sensibile cinismo che l’esperienza nel tempo gli ha servito come destino-dessert, che l’oggetto del suo amore, come in una virtuosistica dissolvenza incrociata di Max Ophuls, si perderà, svanendo e riaffiorando e svanendo di nuovo, in un tango finale della perdita accettata, stoicamente, dolcemente, nel postribolo incantato della sua immaginazione.

Perché ogni emozione si paga: con l’emozione successiva, col successivo fotogramma, fino alla fine della pellicola.

20 maggio 2005

ARMINIO AGAIN

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 13:55

(Credo si sia capito che a me la poesia di Franco Arminio – che peraltro non conosco personalmente – piace molto. Ne pubblico dunque un’altra, sempre inedita. Arminio è irpino, e ha già al suo attivo ben otto pubblicazioni, tra le quali “L’universo alle undici del mattino”, racconto edito nel 2002 da D’If , e la sua “ricognizione irpina” “Viaggio nel cratere”, uscito nel 2003 per Sironi. In prossima uscita, sempre per Sironi, una raccolta di racconti sulla periferia torinese, “Eco e Narciso”, nella quale Arminio è in compagnia di altri 13 giovani scrittori e poeti italiani:Antonella Anedda, Mauro Covacich, Roberto Ferrucci, Giulio Mozzi, Piersandro Pallavicini, Antonio Pascale, Laura Pugno, Christian Raimo, Tiziano Scarpa, Antonio Scurati. Emanuele Trevi, Vitaliano Trevisan, Lello Voce. Buona lettura. M.U.)

 

 

 

All’alba il mondo ti appare perfetto.

A Montaguto le donne

che vanno alla messa delle otto

ancora non si sono perse.

Verso le dieci il cielo

si è liberato di me.

Ignoro se la terra avrà la gentilezza

di tenermi fino a sera con sé.

19 maggio 2005

OUTLOOK

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:03


di Franco Arminio

venti, venticinque al giorno.

non parlo di sigarette

ma delle volte in cui apro la posta.

aspiro il fumo della comunicazione

ogni volta che è in corso la sospirata ricezione.

all’inizio lo facevo uno, due, tre volte,

ma poi ha preso il largo

la droga del messaggio.

invio, invio

e se non c’è risposta

scrivo e invio,

alla fine parlo

sempre io.

18 maggio 2005

SALUS DAL PERE LACHAISE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 14:41


di Serge Viteaux

(Pubblico il testo di questa poesia-canzone del famoso cantautore esistenzialista italo-francese Serge Viteaux, appena uscito con il suo nuovo CD “Salus dal Pere Lachaise”. Buona lettura.M.U.)

Quarantasette morto che parla

morto che parla ma chi l’ascolte

io lo ripeto un’altra volta

meglio dirlo zitto zitto

il saluto farlo finto

nella quiete nella pace

nella tomba tutto tace

solo qualche fiore in vaso

qualche lume in qualche caso

nel silence del Pere Lachaise

denso come mayonnaise.

Nella bara si sta bien

si riposa e plus va rien

gracchia solo un po’ de legn

qui il fantasma è nel suo regn

Quarantasette mort chi l’ascolte

manco le vecchie, manco una volta

nessuno viene, nessuno langue

sulla mia tomba il piatto piange.

Nemmeno un cane che si ricordi

né un marinaio né una mignott

né un parolaio che verbalizzi

son tutti sordi son tutti zitti.

E quarantott, morto chi parle

morto chi parle, ma chi l’ascolte?

nel Pere Lachaise, sempre qua sotto

io vi saluto l’ultima volta.

Datemi un segno di lontananza

fatemi un segno, magari corna

come non detto, sto zitto e mosca

io vi saluto dal Pere Lachaise

dove l’artiste se dorme al fresh.

Quarantanove morto qui parle

le mort qui parle, ma chi l’ascolte

le mort lui parle, merde chi l’ ascolte?…

17 maggio 2005

MICHEL RIO, IL METAFISICO FANTASY

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 13:06

di Giuseppe Iannozzi

(Pubblico questo pezzo di Giuseppe, già apparso su King Lear, su Michel Rio, un importante scrittore francese da noi quasi del tutto sconosciuto. Buona lettura. M.U.)

Michel Rio è nato nel 1945 in Bretagna, quella che potremmo definire la culla dell’epopea arturiana, ed è cresciuto in Madagascar. Oggi , Michel Rio vive a Parigi, dove però rifugge le luci della ribalta, opponendo alla mondanità della capitale la quiete della propria ricerca letteraria. Autore molto apprezzato in patria, raffinatissimo e mai banale, ha ridisegnato le vicende arturiane con un aplomb inedito, metafisico, pur non disdegnando di accogliere inserti fantastici all’interno delle sue opere. La narrativa di Michel Rio è tutta tesa alla possibile ricostruzione della geografia umana e per questo motivo è impossibile tentare di inquadrarlo in una etichetta letteraria necessaria o di comodo. In patria, Michel Rio ha ricevuto numerosi e prestigiosi premi letterari ed è da molti corteggiato per la sua verve unica; la sua è voce che ritrae l’uomo e lo smembra, è voce capace d’indagare nello spirito e ridurlo a brandelli e allo stesso tempo, paradossalmente, ricomporlo per restituirlo all’umanità.

In tanti si sono provati ad inquadrare questo autore più unico che raro, ma, sino ad oggi, nessuno ci è riuscito: il problema è che l’autore non appartiene a nessun genere e non fa riferimento a nessuna scuola creativa o moda letteraria. Distaccato dal materialismo e dallo strutturalismo che lo vorrebbero prodotto estetico, Michel Rio ha saputo costruirsi meritata fama di artista tout court interessato solo ad evadere dai cliché critici e dare all’uomo un’identità possibile o anche impossibile, perché l’autore quando parla, scrive, pesa ogni parola e ognuna è caricata di forti valenze metafisiche e richiami filosofici. Questa sua peculiarità, che per molti altri suoi esimi colleghi avrebbe potuto rappresentare una pesante tara, è invece per l’autore francese il suo motivo di forza. Insieme a Michel Houllebecq, Michel Rio è testimone della grande letteratura francese, quella che evade dagli schemi precostruiti per eternarsi nella storia.
La profonda coerenza di Michel Rio è oggi indicata da molti come esemplare, e questa è ravvisabile nella trilogia arturiana, i cui titoli sono Merlin, Morgane e Arthur. La trilogia è uscita in Italia per i tipi InstarLibri di Torino, una piccola casa editrice capace di proporre grandi titoli sempre ottimamente tradotti. Le traduzioni dei libri succitati sono opera di Annamaria Ferrero, che ha saputo mirabilmente trasporre in italiano tutta la forza espressiva dell’autore francese. Di grande pregio è anche la veste grafica di ogni volume.
Purtroppo, in Italia, ci si è poco occupati di Michel Rio: un certo snobismo da parte dell’intellighenzia italiana ha ridotto, per troppo tempo, l’autore francese a puro oggetto utile solo a occupare gli scaffali polverosi delle librerie. Tuttavia, per fortuna, finalmente sembra che qualcuno si stia svegliando. Polemiche a parte, gratuite e giustificate, Michel Rio con la trilogia arturiana ha dato nuovo lustro ad un filone che sembrava essere consumato da tempo. Come si è già detto, le pagine di Michel Rio sono fortemente intrise di filosofia: leggere un brano di questo autore, significa soprattutto sprofondare nelle latebre del pensiero umano per riemergerne con la sensazione di aver varcato i confini della mente umana. E’ una sensazione piacevole, perché ci si rende conto di essere ancora vivi e pronti ad accogliere la vita nonostante tutte le sue contraddizioni.
Elogio della memoria affabulatrice, dramma della filosofia umana, poesia metafisica che investe la classicità arturiana, i romanzi di Michel Rio sono godibilissimi ed immediati a dispetto di quanto si potrebbe erroneamente credere. In Merlino, primo titolo della trilogia arturiana, l’eco è quella che viene dal fondo di una caverna. E’ la voce di Merlino, profeta bardo sciamano, da alcuni detto figlio di Satana e di una vergine, “luogo vivente di tutti i contrari”. Merlino, condannato a una immortalità non desiderata, si trova suo malgrado a essere eterno. C’è dolore nel suo pensiero, ma anche disperazione esistenziale tipica di chi ha perso insieme alla donna amata la propria identità, la terra che gli ha dato i natali. Selvaggiamente attento ogni ricordo emerge e disegna il tempo che fu: un mondo inaspettato si disegna nella memoria del lettore, e questo è selvaggio e non è possibile riconoscerne il confine oltre l’orizzonte. Nelle parole di Merlino rivivono così le gesta di un mondo tanto meraviglioso quanto spaventoso, fatto di “donne cavalieri armi e amori”; ma soprattutto nelle sue parole si riaffaccia prepotente il duello tra la propria fede illuministica nel potere ordinatore della ragione, e Morgana, irresistibile dark lady paladina del caos.
Il secondo libro, Morgana, è la stessa storia che Michel Rio racconta in Merlino, ma a parlare è Morgana e la sua tracotanza che sfida l’epistemologia e si dà, coscientemente, al male, piuttosto che amare così come Merlino aveva tentato di insegnarle quand’era ancora una bambina. «Artù e Morgana si contemplarono. Erano il giorno e la notte messi l’uno di fronte all’altra, e il fulgore della notte offuscava quello del giorno. Morgana sorrideva. Ma nella luce verde dei suoi occhi Merlino colse qualcosa di gelido.» Morgana è riottosa, consapevole della sua bellezza, capace di credersi immortale nell’anima e nel corpo; ma a smentirla sarà il Mago, Merlino. In questo secondo capitolo metafisico delle gesta arturiane, Michel Rio mette in campo tutta la sapienza occidentale e orientale per metter in bocca a Morgana la storia di Re Artù e della sua inevitabile catastrofe. Morgana è la protagonista che racconta, secondo il suo punto di vista, la prospettiva di Merlino, della Corte di Re Artù. La sua cecità di fronte all’amore che rinnega come forza ispiratrice degli uomini sarà l’epitaffio, il trionfo del disfacimento sublimato in un odio inveterato: l’ideale del Mago diventa per Artù fede cieca in un bene cancellatore di ogni male, mentre Morgana decide di vendicarsi del male universale con il male individuale. La Regina di Ygerne, colei che troverà esilio definitivo presso Avalon, colei che scoprirà che anche lei era destinata ad invecchiare, suggella nella mortalità l’esistenza umana. Il trionfo lo trova nel disfacimento e non odierà e non adorerà, alla fine, che Merlino e Artù, perché non c’è fatalità né nella creazione né nella distruzione, e l’anima e il caso sfuggono ai più sottili calcoli della provvidenza.
La reinterpretazione della Tavola Rotonda si conclude con Artù (Arthur): “Io non sono la Tavola, non sono un’idea. Tutt’al più posso esserne il cattivo servitore, ma innanzitutto sono una carne che ama un’altra carne: Morgana.” Artù è l’ultimo a dire la sua sulla Tavola Rotonda dopo il Demiurgo dell’Utopia, Merlino, e Morgana, il lato oscuro del Mago Demiurgo: amore e odio, questi sono gli ingredienti principali della trilogia arturiana rivista e corretta da Michel Rio. Artù è il terzo protagonista, è l’elemento dialettico, affascinato dal puro ideale, ma, purtroppo, succube del reale esercizio del potere. Il grande Re è disegnato da Michel Rio con maestria unica: la fragilità di questo uomo mitizzato si rivela in tutta la sua potenza. Afflitto per la doppia perdita della sorella-amante (Morgana) e del padre-guida (Merlino), Artù vota se stesso e il sogno di Merlino alla distruzione. Il figlio dell’incesto, Mordred, si contrappone al grande Re e la catastrofe è inevitabile per l’impero arturiano. L’apogeo della potenza della Tavola Rotonda, in un momento, o poco meno, si traduce in sconfitta: ad essere sconfitto non è il Re, è un Impero, un popolo, un sogno di fratellanza, è l’Utopia di Merlino che si perde nel vento come un castello di sabbia. Il mondo che si è autocreato si autoannichilisce, ripiegandosi sulle ferite mortali inferte dal figlio al padre e dal padre al figlio. Dalla lotta contro caos e tempo tutti escono soli e sconfitti. Il silenzio, rotto nella prima pagina di Merlino dalla voce terribile e incantevole del Mago, cala di nuovo sulla Storia nell’ultima pagina di Artù. Il cerchio si chiude.
Michel Rio con Artù, ultimo capitolo della trilogia della Tavola Rotonda reinterpretata, ha consegnato alla storia della letteratura alcune delle pagine più belle che siano mai state scritte sul Mito di Re Artù e dei tanti personaggi che invadono e si completano l’un l’altro intorno alla Tavola Rotonda.
Spesse volte, secondo logica dell’abuso, si definisce “capolavoro” ciò che in realtà è solo opera mediocre, ma in questo caso, dire che Michel Rio ha scritto opera memorabile vicina al capolavoro è forse davvero poco. Ci troviamo di fronte ad un autore tutto d’un pezzo capace di affascinare con la sua filosofia immediata che abbatte le barriere dell’incomunicabilità. La reinterpretazione di un mito per evidenziare la morte sociale dilagante del/nel nostro momento storico adoprata da Michel Rio è superba, perfetta sotto ogni punto di vista, sia sotto quello di Merlino, di Morgana o di Artù.
I tre capitoli (libri), Merlino, Morgana e l’ultimo Artù, costituiscono una lettura obbligata per quanti hanno amato il mito arturiano esclusivamente attraverso T. H. White o la metafora de Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien. Sono il necessario completamento per capire “chi” e “che cosa” è stato il mito, la Tavola Rotonda.

Michel Rio – ARTU’ (Arthur) – InstarLibri – 15 euro

15 maggio 2005

TANDEM-RECENSIONE(?) DE LA CADUTA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 21:43

di Vins Gallico & Io

(Ogni promessa per l’Uffenwanken è debito. Ora che entrambi – Vins e io – abbiamo visto La caduta, il film di Oliver Hirschbiegel sugli ultimi giorni di Hitler e del nazismo, eccovi la tandem-recensione(?) che avevamo promesso, in forma di dialogo. Il dialogo potrà ovviamente continuare nella colonna dei commenti con la partecipazione di chiunque voglia dire la sua. Per cui da tandem recensorio sarà possibile arrivare a un vero e proprio equipaggio. Buona lettura. M.U.)

VG. Caro Franz,
mi accennavi un paio di giorni fa al fatto che La caduta ti sia piaciuto. Mi chiedo perché. A me sinceramente ha causato il rigetto. Provo a spiegarti per quale motivo. Le riflessioni che seguono dunque non sono una vera e propria recensione di quelle che si possono leggere sui giornali, dato che (su certi temi) non so scrivere con la pretesa di oggettività, anzi mi faccio prendere dalla foga. Ho visto Der Untergang qui in Germania, la notte fra il 19 e il 20 aprile e confesso che quanto sto per dire si basa sulla teoria della relatività di Einstein abbinata all’arte e in questo caso riferita ad un film. Il mio punto e il mio tempo di osservazione hanno influenzato il mio giudizio. Il giorno dopo era il compleanno di Hitler, con festeggiamenti vari della gentaglia che ti puoi immaginare. In più era in corso una polemica sulla gioventù hitleriana (la Bild Zeitung aveva appena pubblicato una prima pagina dedicata a tutti i nonnini che avevano deciso di rompere il tabù: adesso si può di nuovo essere fieri di averne fatto parte, della Hitler-Jugend) e avevo uno sguardo ai giorni successivi: alle marce naziste del primo maggio a Lipsia e dell’8 maggio a Berlino (in quest’ultimo caso si sono raccolti più di tremila teste rasate).

FK Ok Vins, ho capito che La caduta non ti è piaciuto. E forse non ti è piaciuto anche perché vivi in Germania e ti capita di leggere la Bild e insomma vivi in un paese nel quale un certo numero di pazzi furiosi o soltanto criminali inscenano revival a base – immagino- di Horst Wessel Lied, croci uncinate e slogan xenofobi. Non voglio mettere le mani avanti, ma tu forse non puoi essere, proprio per una questione ambientale, abbastanza distaccato sul film. Tra l’altro sei uno straniero, e io so che per certi nonnetti (di cui un bel po’ di anni fa ho fatto personalmente la conoscenza sul loro stesso campo) uno straniero è tutto sommato un inferiore. Ai tempi qualcuno mi dette del “Badoglio” perché italiano. A questo non fregava un cazzo se fossi per metà tedesco, io in quel momento di litigio, per lui, ero un “Badoglio” e basta. Io gli risposi per le rime, dandogli dell’Adolf Hitler. Non era un complimento, questo, per lui, soprattutto perché il mio tono non era per nulla complimentoso. Andammo avanti per 5 minuti buoni a darci rispettivamente del Badoglio (per me allora era un insulto) e dell’Hitler: nessuno mollava il colpo. Certi tedeschi, tu l’avrai capito, rispettano solo la forza. Se chini il capo, è finita. Bisogna tenere botta, insomma.

VG Ok, allora, dvd, sigarette e parte il film, c’è una signora anziana sullo schermo, è una delle segretarie che confessa che lei là in mezzo c’è finita per caso e poi il destino l’ha sospinta. Lei mica lo sapeva. Così m’immagino la ragazza di allora, un po’ più giovane di me, che batteva su dei tasti come io sto ora facendo, mentre il Führer dettava gli ordini della soluzione finale e mi dicevo: eccone un’altra di quelle che sapevano, però tanto non ci potevano fare niente e poi hanno rimosso… Perché non posso credere che il Führer certe lettere se le battesse da solo.

FK Traudl Junge era vittima del fascino del grand’uomo. Se non ricordo male, Vins, lei non dice di essere finita per caso al servizio di Hitler. Lei dice una cosa molto diversa: che voleva lavorare per il Fuehrer a tutti i costi e che molti l’avevano sconsigliata di farlo.

VG Forse è proprio questo ciò che mi ha infastidito: l’aver accettato la rimozione collettiva della memoria nazista. Bruno Ganz recita un Adolf Hitler umano e docile con le donne, paterno, nonnesco, ziesco. Be’, Ganz è un grande attore, il tic della mano gli viene bene, tutto ricostruito alla perfezione leggo su Der Spiegel, eppure Hitler non era quello che vedo sullo schermo. Il film taglia, seleziona momenti e temi della fine del nazionalsocialismo che sono fondamentali. E Hitler diventa un fantoccio dell’arteriosclerosi: le riunioni di generali con quella maschera di gesso di Goebbels sembrano un cabaret, col vecchio rincoglionito che dice: – Mo’ arriva la nona fanteria – e gli altri imbarazzati: – No, capo, guardi che non esiste più – e Hitler che insiste: – Ho detto che arriva – e gli altri: – Va bene, capo, come vuole lei – e intanto si scambiano le occhiate e si danno le gomitate come a dire: – Questo è tutto scemo… Era lui il matto, il folle, fosse stato per gli altri sarebbe andata diversamente. Purtroppo non è andata diversamente!

FK Io credo che la ricostruzione sia stata abbastanza fedele. Lasciamo stare gli occhioni sgranati della segretaria, quello è il vero punto debole del film. E’ lì che c’è qualcosa che non va. Non tanto per lei, quanto per il regista e i produttori, che hanno insistito troppo nel dare risalto al suo punto di vista di semideficiente. Per il resto Hitler era un mostro e come tale viene rappresentato; è notorio che fosse molto gentile con le donne (anche se forse gli interessavano fino a un certo punto); in questo – nella formale galanteria- era un normale viennese di antico stampo. Dall’altra parte non vengono risparmiati alle nostre orecchie e ai nostri occhi le sue demoniache e isteriche sfuriate contro tutto e tutti, la sua assoluta mancanza di scrupoli. Le gomitate tra Keitel e Jodl, per esempio; si, d’accordo, forse una o due volte; ma perlopiù loro erano terrorizzati. Anche perché ci erano dentro fino al collo, e da anni. Poi ogni tanto si ubriacavano e sparavano qualche cazzata tra loro per sfogarsi. Ho notato ancor meglio la fuga di Himmler dell’inizio: lì è davvero rappresentata tutta l’arroganza, l’ opportunismo e il gigantesco cinismo delle SS esemplificato anche nelle azioni finali del loro capo.

VG Speer, l’architetto, viene descritto col senno di poi e il rispetto borghese dovuto ai morti, come il tecnocrate che non c’entrava niente con la politica. I vent’anni al processo di Norimberga non glieli hanno dati perché i suoi progetti facevano schifo!

FK Ma no. Speer viene descritto come un intellettuale a servizio del regime che semplicemente si accomiata dal dittatore alla fine dello stesso regime. Il film non è sul nazismo in quanto tale; non basterebbe un ciclo alla Heimat per rappresentarlo cinematograficamente. Il film, a mio modo di vedere, mostra soltanto gli ultimi giorni di un folle sogno che in realtà è stato un tragico incubo. Speer appare in poche scene e fa quel che deve fare in quelle poche scene: sostanzialmente andarsene. Opportunisticamente, come opportunisticamente era diventato un prediletto di Hitler.

VG La signora Goebbels pur in tutta la sua brutalità fa la mamma della nazione, disposta al sacrificio dei bambini, solo perché anche lei è un po’ fuori di testa e ha un debole per Adolf (ci credo, col marito che si ritrova).

FK La Goebbels non fa la mamma della nazione. La Goebbels accoppa i figli in maniera addirittura chirurgica. La scena è stata girata con grande rigore: era facile cadere nel sentimentalismo, nonostante non certo la Goebbels ma nonostante, piuttosto, i figli innocenti uccisi nel sonno. Invece tutto viene eseguito nella lucida follia di una fanatica che non puo’ immaginare un mondo nel quale il Nazionalsocialismo non ci sia più. E questo concetto lo ribadisce più volte. Poi si fa ammazzare dal marito.

VG Eva Braun è la fanciulla innamorata, la first lady nascosta, ma con una personalità ariana incredibile. Coi russi alle porte trascina il suo popolo: Forza, balliamo, balliamo…

FK A me è sembrata una perfetta cretina, come sicuramente era. Totalmente succube del suo idolo. Felice di morire per lui. Non first lady, semmai una moritura sonnambulica col sorriso fesso stampato sulle labbra. E’ l’idiozia il peggior male del mondo, non la cattiveria.

VG Franz, più ci penso e più m’infastidisco, guarda, quasi quasi non riesco ad andare avanti. Lo so che è sbagliato dire che film di merda se il film è fatto bene ed è il soggetto che mi raccapriccia. Però, diamine, se un fotografo mi fa vedere una foto che mi suscita il vomito, avrò il diritto di dirgli: – Ma con tutto ciò che c’era, proprio ‘sto schifo dovevi fotografare?
Io mi chiedo soltanto: è una storia che non vogliamo che si ripeta, ha senso umanizzarli? E se sì, perché? Perché ti è piaciuto?

FK Certo che ne hai il diritto, Vins. Hai il sacrosanto diritto di non accettare il film anche ideologicamente, diciamo così. Mi chiedi perché mi è piaciuto: l’ho trovato un film senza emozioni, senza retorica, senza un briciolo di sentimento, e proprio per questo da encomiare. L’operazione è riuscita senza prendere la fin troppo facile scappatoia del documentarismo. Hirschbiegel e i suoi attori hanno messo in scena un non-spettacolo con le cadenze giuste, mai sopra le righe. Niente viene concesso allo spettacolo così come lo intendiamo noi, del tipo delle fanfaronate americane che ben conosciamo, vedi il per me insopportabile Spielberg. Der Untergang rappresenta la caduta di un regime terribile e quella di una città che doveva, per quel regime, diventare il centro del mondo. Parallelamente alla fine di Hitler e dei suoi accoliti viene mostrata la fine di una città. Non c’è indulgenza nei confronti dei personaggi, a parte che per la Junge. Ma anche quella breve scena nella quale la ragazza corre in bicicletta col bambino seduto sulla canna a me non disturba più di tanto. Per me è una scena più che altro simbolica: rappresenta il popolo tedesco – per certi versi connivente perché ha creduto nelle promesse del nazismo- che si risveglia da un sonno-incubo, e forse dalla propria massificata mediocrità. Prima di vedere il film ( e l’avevo scritto su queste colonne) temevo che umanizzare Hitler potesse essere un’operazione potenzialmente nociva. Ma questo non è un ritratto del dittatore alla fine: è un film più complesso, corale, con molti personaggi, dei quali Hitler è il più importante per ovvie ragioni, ma nel quale si muovono in parecchi, dentro e fuori dal bunker. Il film insomma è buono sotto molti profili; ha ovviamente dei difetti: nell’indugiare troppo sul punto di vista della Junge e nel fatto che, tutto sommato, nonostante la sua qualità e onestà di fondo, è un film abbastanza inutile, perlomeno per noi in Italia. Puo’ darsi che in Germania sia servito ad altro. Sicuramente ha smosso parecchie coscienze, a quanto ho letto e sentito.

(Continua, eventualmente, nella colonna dei commenti)

14 maggio 2005

RICORDARE, DIMENTICARE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 17:50


di Riccardo Ferrazzi

Su un muro pieno di manifesti incollati e ormai mezzi stracciati ne ho visto uno che portava due nomi e sotto una scritta: qualcosa come “Milano non dimentica !”. E allora ho ricordato che i nomi erano quelli di due ragazzi uccisi durante gli anni di piombo. Erano ragazzi di destra e il manifesto era, immagino, di AN o di qualche gruppo estremista.

Mi sono domandato se è più civile ricordare o dimenticare. Mi sono risposto subito: no, ricordare si deve. Altrimenti bisognerebbe dimenticare anche la stazione di Bologna, il rogo di Primavalle, Piazza Fontana, le foibe, il 25 aprile, il gulag e l’olocausto.

O forse bisogna ricordare certe cose e certe altre no ? Si fa sempre un gran parlare di revisionismo storico, ma è una faccenda che io sinceramente non ho ancora capito fino in fondo. Uno storico scova documenti che, per esempio, mostrano un lato poco piacevole di un “padre della patria”. Mai una volta che si legga una smentita con altri documenti che dicano il contrario. Invece ci si strappano le vesti perché, in buona sostanza, si pretende che la storiografia non intacchi il marmoreo monumento che ci è stato consegnato dalla cronaca.

Allora bisogna ricordare sì, ma solo ciò che ha ricevuto un imprimatur, e solo nella versione approvata ? E soprattutto, tornando a pensare al manifesto “Milano non dimentica !”, bisogna ricordare per evitare di ricascare negli errori del passato o bisogna ricordare per alimentare l’odio ?

Che vuol dire “Milano non dimentica” ?

Ecco una piccola esperienza personale. Quando scoppiò la bomba a Piazza Fontana nessuno si aspettava una cosa del genere, eppure da tempo si sentiva nell’aria che stava per succedere qualcosa. La prima impressione fu che la bomba di Milano era scoppiata troppo presto per un errore degli attentatori. Un classico caso di “cannoni che sparano da soli”. Poi, senza un motivo preciso, si affermò la tesi della strage dolosa. Come siano andate davvero le cose non lo sapremo mai. Ricordo che mio padre accolse la notizia con una tristezza che andava al di là del fatto specifico e sconfinava nella paura. Disse: “È l’attentato al Diana”.

Neanche lui ricordava l’anno in cui successe. Ma doveva essere stato appena dopo la fine della prima guerra mondiale. Una bomba scoppiò nel cinema Diana e fece un sacco di vittime. Si parlò di anarchici. Non si trovò mai il colpevole. Da quel momento tutti i contrasti si radicalizzarono. Si innescò lo squadrismo. La politica fu destabilizzata. L’Italia si avviò a un regime totalitario.

Ai tempi di Piazza Fontana nessuno parlò del Diana (salvo Nenni, una sola volta, a botta calda). Ma credo che i politici avessero ben presente l’analogia. Se gli anni di piombo sono stati penosi ma non sono sfociati in una rivoluzione o in un colpo di stato è probabilmente perché i politici di allora pensarono sempre al Diana e non ne parlarono mai.

E allora, ricordare o dimenticare ? Ricordare, direi. Ma con uno scopo ben preciso: ricordare per spegnere l’odio, non per riattizzarlo. A che serve scagliarsi contro le guerre nel mondo con una mano e con l’altra perpetuare la nostra guerra civile ? C’è una parte che ha vinto e una che ha perso: è la Storia. Ma la Storia si fa guardando avanti, non indietro. Lo sapeva bene quel ministro della giustizia che firmò l’amnistia per i fascisti. Si chiamava Palmiro Togliatti e ci ha insegnato che se un fanatico se ne esce con qualche fesseria ci sono due modi di contrastarlo: possiamo dargli una lezione con metodi legali e fargli capire che è meglio se la pianta lì, oppure possiamo metterci a fare i fanatici anche noi (di segno opposto, naturalmente). Il primo metodo tende a instaurare una società civile, il secondo a incistare gli odii sul modello delle faide.

Sono sessant’anni che la guerra è finita. Non esistono più né il fascismo né il comunismo. Ma c’è ancora chi vorrebbe imperniare il dibattito politico sulla contrapposizione fascismo-comunismo, come se l’Italia e il mondo fossero fermi al 1945, come se non dovessimo fronteggiare problemi completamente diversi: la spinta demografica dei paesi islamici, lo sviluppo economico dell’estremo oriente, la scarsità di petrolio, la crisi dei sistemi previdenziali, il mancato decollo della Europa politica, l’impotenza dell’ONU, ecc. ecc.

Abbiamo bisogno di guardare al futuro, e di pensare in grande.

13 maggio 2005

DUE COSE CHE MI RIGUARDANO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 16:20

La prima: il mio Cattivo Sangue verrà presentato venerdì prossimo 20 maggio a Milano alla FNAC di via Torino -ang. via della Palla- alle ore 18.00 dal mio old friend Andrea Pinketts, anche lui da poco ri-uscito in tutte le librerie col suo ultimo libro "L’ultimo dei neuroni", edito da Mondadori. Intervenite numerosi chevelodicoaffà!

La seconda: è in rete da ieri pomeriggio uno "speciale" su Cattivo Sangue a cura di Baldini Castoldi Dalai consistente in una videointervista fatta al vostro più che affezionatissimo Uffenwanken. Per vederla potete andare sul sito dell’editore  http://baldini.editore.it/ Grazie per l’attenzione!

12 maggio 2005

NEL MESE DELLA ROSA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 17:11

di Franco Arminio 

 

adesso non si parla della poesia

o se ne parla di sfuggita

come se fosse un semplice argomento

della vita.

ma la poesia

è un’altra cosa

pensate alla muta lussuria

di una rosa.

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