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28 febbraio 2005

HENRY MILLER: UN IDOLATRABILE PORCO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 13:05


di Kanji

Miller… Miller… Miller: il porco che entra ed esce a piacimento nel pozzo delle idee.

Con il ghigno ubriaco sulle punte dei polpastrelli: Miller salta nella bocca cariata del pozzo.

Non usa protezioni, né si cala, né discende gradatamente; no, Miller non perlustra i pensieri: ci si tuffa a capofitto. Non descrive il cuore pulsante della vita, dell’opinione, no no, lui s’incunea nel muscolo teso e sugoso divenendo battito. Non si esilia dal vivere per fotografarlo dall’alto del pensiero cristallino, ossigenato; Miller si tuffa nella pece callosa del pozzo e quando, scorticato e pesto, tocca il fondo, si riempie i polmoni di fetida aria in fermento, la trattiene, si piega sulle ginocchia e ad occhi aperti si cala nel magma più denso impersonandolo, come un moderno Golem del pensiero vivente.

In Sexus, scrisse: “La breve frase Perché non cerchi di scrivere? mi coinvolgeva in un acquitrino di confusione senza speranza. Volevo incantare, ma non asservire; volevo una vita più grande e più ricca, ma non a spese altrui. Volevo liberare l’immaginazione di tutti gli uomini contemporaneamente perché, senza l’appoggio del mondo intero, senza un mondo immaginosamente unificato, la libertà dell’immaginazione diviene un vizio. Non rispettavo affatto lo scrivere di per sé, non più di quanto rispettassi Dio di per sé. Nessuno, nessun principio, nessuna idea, possono essere validi di per se stessi. E’ valido solamente quel tanto, di qualunque cosa, Dio compreso, che viene realizzato da tutti gli uomini in comune. La gente non fa che crucciarsi per la sorte del genio; io non mi sono mai preoccupato per il genio: il genio provvede al genio dell’uomo. La mia preoccupazione è sempre andata al nessuno, all’uomo che si perde nella confusione, all’uomo tanto comune, tanto ordinario, che la sua presenza non viene neppure notata. Un genio non può ispirarne un altro. Tutti i geni sono sanguisughe, per così dire. Si nutrono alla stessa fonte… il sangue della vita. La cosa più importante per il genio consiste nel rendersi inutile, nel lasciarsi assorbire dalla corrente comune, nel divenire nuovamente un pesce e non uno scherzo di natura. Il solo vantaggio, mi dissi, che lo scrivere avrebbe potuto offrirmi, sarebbe consistito nell’eliminare le differenze che mi separavano dal mio simile. Senz’altro non volevo diventare l’artista, nel senso di divenire qualcosa di estraneo, qualcosa di separato e di escluso dalla corrente della vita.”

Miller è la ciste nel cuore del pensiero letterario, e da lì, da quel pus in ebollizione dirompe urlando, in Tropico del Cancro: “Voglio un mondo di uomini e di donne, di alberi che non parlano (perché si parla già troppo nel mondo com’è!), di fiumi che ti portino in qualche luogo, non fiumi che sian leggenda, ma fiumi che ti mettano in contatto con altri uomini e donne, con l’architettura, la religione, le piante, gli animali – fiumi che abbiano barche e in cui affoghino gli uomini, affoghino non nel mito e nella leggenda e nei libri e nella polvere del passato, ma nel tempo e nello spazio e nella storia. Voglio fiumi che facciano oceani, come Shakespeare e Dante, fiumi che non si secchino nel vuoto del passato. Oceani, si! Dateci più oceani, nuovi oceani che cancellino il passato, oceani che creino nuove formazioni geologiche, nuovi paesaggi topografici e strani, nuovi continenti, oceani che distruggano e conservino al tempo stesso, oceani su cui si possa salpare, partire per nuove scoperte, nuovi orizzonti. Dateci più oceani, più sconvolgimenti, più guerre, più olocausti. Dateci un mondo di uomini e di donne con una dinamo fra le gambe, un mondo di furia naturale, di passione, d’azione, di dramma, di sogni, di follia, un mondo che produca estasi, e non scoregge secche. Io credo che oggi più che mai debba cercarsi un libro, anche se dentro c’è una sola pagina grande: dobbiamo cercare frammenti, schegge, unghie dei piedi, tutto ciò che abbia materia in sé, capace di resuscitare corpo e anima.

Forse siamo condannati, non c’è speranza per noi, per nessuno di noi, ma se è così lanciamo un ultimo urlo d’agonia e di sangue aggrumato, uno strillo di sfida, un grido di guerra! Basta coi lamenti! Basta con le elegie e le trenodie! Basta con le biografie e le storie e le biblioteche e i musei! Che il morto mangi il morto. E noi vivi danziamo sull’orlo del cratere, un’ultima danza di morte. Ma che sia una danza!”

Amen: e così sia, porco di un Miller!

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